L’ottavo fronte d’Israele
Autore: Giuseppe DE RUVO
di Giuseppe DE RUVO 1.## NONOSTANTE ISRAELE STIA COMBATTENDO una guerra su sette fronti – Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Yemen, Qatar, Iran– il più scottante continua a essere quello domestico. Netanyahu ne è perfettamente consapevole, dunque agisce secondo un principio paradossale: per non perderela guerra, quella che per gli ebrei realmente conta e che riguarda l’esistenza delloStato d’Israele, è necessario prolungare e allargare ad infnitum il confitto che dall’ottobre 2023 vede Gerusalemme opporsi a mezzo Medio Oriente. Altro che vittoria defnitiva. L’obiettivo di Bibi è la guerra indefnita, ovvero la prosecuzionedelle ostilità fno a quando il mondo ebraico non lo riconoscerà messia, salvatoredel popolo d’Israele, pastore in grado di guidare il gregge attraverso la Terra promessa. Tutta la Terra promessa, dal Fiume (Giordano? Eufrate?) al Mare, comesancito dal patto abramitico (carta 1). A quel punto, solo a quel punto, lo Statoebraico potrà fermarsi. Ma potrebbe essere troppo tardi.Solo Israele può fermare Israele. O completarne l’autodistruzione. A ritenerepericoloso il piano di Netanyahu e dei suoi alleati sono infatti interi pezzi di Statoebraico, che vanno dalle Forze armate al Mossad. Apparati che oramai esplicitano amezzo stampa le loro critiche, rifutandosi di compiere operazioni che ritengonoinsensate e che sanno contribuire al crollo della credibilità internazionale di Israele.Autentica assicurazione sulla vita di un paese minuscolo, la cui legittimità deriva(va)dall’essere garante della sicurezza degli ebrei. Anche di quelli che non vi risiedono.Queste tensioni, sempre meno latenti, non sono ancora esplose. L’esercitoisraeliano, nonostante gli scontri e i cambi al vertice, continua infatti a eseguire gliordini di Netanyahu. E tuttavia ciò non signifca che la situazione sia sotto controllo. Molto peggio. Quello a cui stiamo assistendo non è infatti un improvviso strappo dovuto al disaccordo tra Bibi e i suoi generali, ma il risultato del progressivosflacciamento dei rapporti di fducia tra leadership politica, militare e securitaria.
Per lo Stato ebraico, il fronte decisivo è dunque quello interno, l’ottavo, attorno al quale si combatte per l’anima e il futuro del paese. Curiosamente, nella cabala e nella ghematria ebraica, il numero 8 e la corrispondente lettera chet rappresentano proprio il limes, inteso come ciò che separa il dentro dal fuori. In fn deiconti, questa è la posta in gioco per cui si combatte sull’ottavo fronte di Israele:qual è il suo limes culturalgeopolitico? A opporre governo, popolazione, servizi edesercito non è altro che questa domanda.
Power», The New York Times, 23/7/2025.
gue, ma Netanyahu è completamente disinteressato. Il giorno successivo, infatti, sisarebbe votata la riforma giudiziaria. Seduto sul suo letto d’ospedale, con addossosolo il pigiama, Bibi gongola. L’approvazione della legge gli permetterebbe infattidi salvarsi dai guai giudiziari e di rinsaldare gli equilibri di coalizione, compiacendoSmotrich, Ben-Gvir e i partiti ultraortodossi (haredim). La Corte suprema, che lariforma avrebbe pesantemente indebolito, era infatti uno dei principali ostacoli sia
Fonte: Pubblicazione dell’Irgun Zvai Leumi (2017)

agli insediamenti in Cisgiordania – cuore del programma dei sionisti religiosi – siaall’esenzione militare nei confronti dei haredim, forza trainante della demografaisraeliana e stampella del governo.I dolci sogni di Bibi vengono però interrotti dalla suoneria del telefono crittatodi Gil. A telefonare non sono né Halevi né Saar, ma Ronen Bar, capo dello ShinBet, ovvero dei servizi interni responsabili di ciò che avviene in Israele, a Gaza ein Cisgiordania. Anche lui aveva cercato di mettersi in contatto col primo ministro,ma – come i suoi colleghi – non c’era riuscito. Bar chiede a Gil di passargli Netanyahu e, visibilmente alterato, conferma al primo ministro tutto ciò che Halevi eSaar stavano cercando di dirgli da giorni. Aggiungendo però un elemento decisivo,ovvero che secondo le informazioni in suo possesso la guerra era alle porte: «Presidente, non so quando né dove scoppierà, ma quella che le sto dando è un’allerta strategica che riguarda una guerra» 4.Netanyahu non batte ciglio. Le piazze sono in subbuglio, i riservisti voglionola sua testa. Ma i servizi militari e civili parlano solo di Õamås. Inconcepibile. Nelsuo pigiama, provato dall’operazione, Bibi risponde a Bar sospirando: «Ronen, perfavore, occupati dei manifestanti» 5. Due mesi dopo quella strana nottata, Õamåsattaccherà Israele. E oggi, che sono passati poco più di due anni, Halevi, Saar e Barsono stati tutti spinti a dimettersi. 3. È in questo clima di sfducia che la guerra inizia. Il 7 ottobre, alle 6:29 delmattino, Gil chiama Netanyahu sul suo telefono personale per avvisarlo degli attacchi. Bibi si prende undici lunghissimi minuti e chiede di essere richiamato sul telefono crittato. Gil immagina che il primo ministro voglia smaltire il torpore, ma inrealtà non è così. Netanyahu sa che le telefonate sul telefono crittato sono registrate, dunque inizia a tessere una trama che ancora non ha fnito di cucire. Alle 6:40Gil richiama e spiega la situazione. Bibi ascolta e, dopo aver dato l’ordine di distruggere la leadership di Õamås, dice a Gil: «Non mi avevate dato l’intelligence» 6.Senza aspettare repliche, Netanyahu schiaccia il tasto rosso. La versione uffciale,quella che passerà alla storia, è così registrata.In quel preciso istante, Bibi inizia la sua personale guerra di logoramento controgli apparati di sicurezza. Per la sua sopravvivenza politica è essenziale che sianoquesti ultimi a essere incolpati del clamoroso errore di valutazione, quando invecele responsabilità sono – come sempre in questi casi – condivise. Ma dato che la sicurezza degli ebrei è la fonte di legittimità di qualsiasi potere israeliano e che Netanyahu si trovava già sull’orlo del baratro, il primo ministro si è adoperato in ognimodo possibile per far ricadere la responsabilità esclusivamente su intelligence e Idf.Per raggiungere questo obiettivo, Bibi – già nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre – ha incaricato Tzachi Braverman, sua fedelissima eminenza
grigia, di requisire tutte le registrazioni delle riunioni militari che avevano per oggetto Õamås, addirittura a partire dal 2021. Questa decisione, contestata anche alivello legale, non è ovviamente piaciuta alla leadership delle Idf, che l’ha lettacome il tentativo di Netanyahu di acquisire materiale riservato al fne di utilizzarlocome arma di ricatto e di pressione nei confronti dell’esercito. Cosa che è puntualmente avvenuta7 .Non solo. A partire dal 2024, Bibi ha vietato la registrazione delle riunioni tracivili e militari. O meglio, ha sancito che esse potessero essere registrate solo daidispositivi del governo e non da quelli delle Forze armate. Non è un dettaglio.Nella cultura politica (ma non solo 8) israeliana, l’«oggettività» della registrazione eil sapersi registrati si confgurano come delle pratiche di garanzia, volte a evitareche le diverse agenzie di sicurezza manipolino le informazioni, tentando così diimporsi nei confronti di un’altra struttura dello Stato. Netanyahu ha fatto saltarequesto principio: il governo detiene il monopolio delle registrazioni, dunque puòconsegnare ai posteri – ma anche ai contemporanei – la propria versione dei fatti.I militari non hanno minimamente apprezzato, anche perché – quando per la prima volta gli è stato comunicato questo cambiamento – gli uomini di Bibi hannoaddirittura sottoposto il capo di Stato maggiore Halevi a una perquisizione personale, «in cerca di microfoni nascosti» 9.Il momento di massima tensione è stato tuttavia raggiunto nell’agosto 2024,quando le Idf sono entrate in possesso di un documento operativo di Õamås dovesi potevano leggere due questioni di fondamentale importanza. La prima era chel’organizzazione si diceva disposta a una tregua per procedere a uno scambio diprigionieri; la seconda, invece, spiegava che per raggiungere questo obiettivoÕamås avrebbe scatenato una guerra psicologica contro Israele, prendendo di mira soprattutto le famiglie degli ostaggi. Per Halevi, essere entrato in possesso diquesto documento era cruciale. Dato che le Idf sapevano che Õamås era pronto aun cessateilfuoco e a uno scambio di prigionieri, Israele avrebbe potuto lavorarea una tregua, dando al contempo sollievo ai soldati e alle famiglie degli ostaggi eprevenendo l’operazione di guerra psicologica. Il fronte interno ne sarebbe uscitorafforzato sotto ogni punto di vista.Ma Bibi aveva altre idee. Per ovvie ragioni, l’intelligence militare era contrariaalla pubblicazione del documento. Il vantaggio competitivo sarebbe venuto menoe, cosa ben più importante, Õamås avrebbe capito come Israele intercettava le suecomunicazioni. E tuttavia Netanyahu voleva a tutti i costi che gli israeliani sapesserodella potenziale operazione di guerra informativa di Õamås. Non per prevenirla, maper legittimare la narrazione secondo cui l’impazienza delle famiglie degli ostagginon dipendesse dalle sue (in)azioni, quanto da una deliberata tattica nemica. Un’impressione freudiana, Napoli 2005, Filema.# 9. P. KINGSLEY, R. BERGMAN, N. ODENHEIMER, op. cit.
Per raggiungere questo obiettivo, Bibi sguinzaglia Eli Feldstein, giovane (33anni) e scaltro portavoce assunto all’inizio della guerra. La sua missione era fartrapelare ai giornali il documento, al netto però della parte riguardante il cessateilfuoco e lo scambio di prigionieri. Il compito di Feldstein era gravoso, per unmotivo molto semplice: in tempo di guerra, i giornali israeliani devono presentareciò che pubblicano all’uffcio censura dell’Idf. Se dunque il documento fosse statofornito a un qualsiasi quotidiano dello Stato ebraico, la leadership militare avrebbepotuto bloccarne la pubblicazione. Dopo aver chiesto consiglio a diversi colleghipiù scafati, Feldstein decide di inviare le informazioni alla Bild 10. Il 6 settembre ilquotidiano tedesco esce col documento, riproducendo alla perfezione la narrazione che Netanyahu voleva imporre. Õamås veniva accusato «di barbare torture psicologiche che avevano un unico obiettivo: rendere i parenti degli ostaggi così disperati da fare DI TUTTO per la liberazione dei loro cari. Anche andare contro ilproprio governo» 11. Feldstein chiosa: «Il capo è soddisfatto» 12.Potremmo continuare, ma non ce n’è bisogno. Episodi come quelli sopracitatihanno portato a una progressiva rottura della fducia tra leadership politica e militare. Non si trattava (ancora) né di questioni strategiche né di questioni tattiche legatealla conduzione della guerra, e infatti i capi dell’esercito e dello Shin Bet – Halevi eBar – sono rimasti al loro posto per tutta la fase iniziale del confitto. Più che altro,nel primo anno e mezzo di guerra Bibi ha voluto creare le condizioni per cementare la sua versione e per tenere unita la coalizione, anche a costo di minare i rapporti con i militari e gli apparati d’intelligence. Siffatta operazione era facilitata dal fattoche, operativamente, non vi erano grosse divergenze tra lui, l’esercito e i servizi disicurezza – sia interni (Shin Bet) sia esterni (Mossad). Epperò, il modus operandi diBibi ha surrettiziamente minato la fducia reciproca tra i diversi apparati dello Stato.Generando un cortocircuito che è esploso proprio nel momento decisivo.
za hanno eroso l’unità d’intenti dello Stato ebraico. Dunque Bibi si è trovato a lanciare l’Operazione Carri di Gedeone sapendo non solo che i vertici delle Idf e delloShin Bet non l’avrebbero approvata, ma anche che – a causa dei suoi comportamenti pregressi – non avrebbe avuto margine per riconquistare la fducia di Halevi e Bar.Nell’unica democrazia del Medio Oriente è dunque scattata l’ora delle purghe.Dal punto di vista delle Idf, l’occupazione di Gaza è sempre stata considerataun suicidio strategicomilitare. Halevi ha più volte ripetuto questo concetto, specifcando come una guerra urbana di tal guisa avrebbe portato con sé un’unica certezza:non la vittoria di Israele, ma la morte di tutti gli ostaggi, oltre che di tantissimi soldati israeliani. Quando Bibi, nel gennaio di quest’anno, ha deciso la totale occupazionedi Gaza, Halevi è stato dunque spinto alle dimissioni. Uffcialmente per i fallimentidel 7 ottobre, provati – guarda caso – da registrazioni in possesso del governo.Smotrich e BenGvir hanno accolto la notizia con favore, sottolineando comeHalevi non fosse l’uomo giusto per la guerra escatologica di Israele. Secondo loro,infatti, l’ex capo di Stato maggiore non aveva il coraggio di approfondire l’offensiva su Gaza, ora inevitabile. Come ha dichiarato Smotrich: «Il prossimo periodovedrà un cambio negli alti livelli del comando militare. L’obiettivo è riprendere laguerra e questa volta, se Dio vuole, arrivare alla vittoria defnitiva» 14. Per quantoHalevi abbia ammesso le sue colpe, la transizione non è stata del tutto pacifca.Abbandonando il suo uffcio egli ha infatti dichiarato che le accuse nei suoi confronti erano basate su «informazioni limitate» (le registrazioni) e che, prima o poi,sarebbe stata necessaria un’indagine indipendente su quanto avvenuto il 7 ottobre.Bibi, per tutta risposta, ha fatto spallucce, indicando immediatamente EyalZamir come nuovo capo di Stato maggiore. La scelta voleva marcare una discontinuità, dato che Zamir non faceva parte della catena di comando di Halevi. Sotto laguida del nuovo generale, i legami tra leadership militare e civile parevano dunquein fase di ricomposizione. È stato infatti Zamir a guidare la guerra dei Dodici giornicontro l’Iran, celebrata da Netanyahu come un grande successo da attribuire alcoraggio e alla prontezza delle Idf. Anche il lancio dell’Operazione Carri di Gedeone non è stato contestato dalla leadership militare. Zamir, infatti, era convinto cheesistesse un modo per entrare a Gaza e prenderne il controllo senza tuttavia a)obbligare le Idf, stremate, a rimanervi, b) causare la morte di tutti gli ostaggi e, c),subire perdite umane eccessive.Dal punto di vista di Zamir, l’Operazione Carri di Gedeone si sarebbe infattidovuta concludere con il dispiegamento dell’esercito attorno ai maggiori centriabitati di Gaza non controllati dagli israeliani. Così facendo, Tzahal avrebbe ridottolo spazio di manovra del nemico, limitato i combattimenti in scenari urbani e faccato Õamås grazie alla superiorità aerea. In questo, secondo l’interpretazione diZamir, consisteva la «totale occupazione» di Gaza, dato che il termine ebraico – kib-bush – può indicare anche una netta supremazia militare che impedisce all’avversario di compiere operazioni controllando il territorio.
L’obiettivo ultimo, per Zamir, era mettere Õamås in una posizione di inferiorità tale da obbligare l’organizzazione ad accettare un cessateilfuoco in cambio delrilascio di un cospicuo numero di ostaggi. Soprattutto, questa tattica avrebbe permesso di non sovraccaricare l’esercito, stremato da turnazioni sempre più intensee impegnato anche su altri fronti – specie quello cisgiordano, dove Õamås starebbeesportando armamenti e risorse 15. Netanyahu e i suoi alleati non erano tuttaviad’accordo. Per Smotrich e BenGvir, kibush non signifca controllo militare, maannessione. Presa di controllo della terra da riempire con insediamenti ebraici eresort americani. Per i sionisti religiosi, il dubbio non è se annettersi o non annettersi Gaza, ma se il complesso residenziale che vi sorgerà vada chiamato Gaza Riviera o Eldorado Gaza. Similmente, Bibi ritiene che quello degli ostaggi sia unproblema oramai secondario, subordinato alla necessità di eliminare Õamås. Obiettivo raggiungibile solo occupando la Striscia e setacciando il labirinto di tunnel chescorre sotto di essa.Per Zamir questo è un progetto suicida che costerebbe anni e migliaia di viteumane 16. Le Idf non hanno personale a suffcienza, anche perché per mantenereviva la coalizione Netanyahu licenzia chiunque si dica a favore del reclutamentodegli ultraortodossi. Inoltre, secondo la leadership militare il piano di Bibi isolerebbe ulteriormente Israele, nonostante le promesse del primo ministro di trasformarelo Stato ebraico in un’autarchica Sparta. In vista di un possibile nuovo attacco all’Iran, questo elemento è decisivo, dato che le Idf hanno ancora bisogno del sostegno americano per compiere operazioni di ampia portata nella Repubblica Islamica e per garantirsi un’adeguata copertura. Zamir fa dunque fltrare la sua posizione:«Ci stiamo inflando in un buco nero» 17.La reazione di Netanyahu e del suo entourage è stata a dir poco scomposta.Bibi ha ricordato a Zamir che se non è d’accordo può anche dimettersi, mentre suofglio Yair ha paragonato le dichiarazioni del capo di Stato maggiore a quelle di ungenerale di una repubblica delle banane intento a promuovere un colpo di Stato.BenGvir, per tutta risposta, ha deciso di andare a pregare sul Monte del Tempio,violandone lo status quo. In un infuocato gabinetto di guerra, Zamir se la prendecon Bibi: «Che effetto pensi che faccia? Perché tu e tuo fglio mi attaccate? Perchéparlate male di me nel bel mezzo di una guerra?». Il primo ministro risponde:«Smettila di minacciare di andartene a mezzo stampa. Non posso accettare cheogni volta che non siamo d’accordo con i tuoi piani minacci di dimetterti. Mio fglio ha 33 anni, è un uomo fatto e fnito». Alla fne dello scambio, il gabinetto diguerra vota all’unanimità per la totale occupazione di Gaza, comprensiva di ingresso a Gaza City 18.
The Jersualem Post, 18/9/2025.
La forzata – e fnta – unità d’intenti emersa dalle stanze del potere non ha tuttavia convinto e unito la popolazione. Secondo un sondaggio pubblicato a settembre dall’Institute for National Security Studies (Inss) dell’Università di Tel Aviv 19,solo il 42,5% degli israeliani (e il 46% degli ebrei) è convinto che politica ed esercito stiano collaborando effcacemente (grafco 1). La maggioranza della popolazione (51%) ritiene infatti che tra Idf e governo vi sia scarsa collaborazione, alpunto che solo l’11% degli israeliani pensa che gli obiettivi della guerra di Gazapossano essere «interamente raggiunti» (grafco 2). Soprattutto, però, dal sondaggioè emerso che secondo il 68% della popolazione il governo non avrebbe alcunpiano per chiudere la guerra (grafco 3) e che, per il 59% degli israeliani, l’escalation su Gaza non è mossa da motivazioni strategicosecuritarie (grafco 4).In queste percentuali, ovviamente, c’è di tutto. Dai sionisti religiosi, che ritengono che l’obiettivo non sia securitario ma escatologico, ai laici, passando per gliarabi israeliani e gli ultraortodossi. Ciò che emerge, tuttavia, è che la guerra iniziata il 7 ottobre non abbia in alcun modo compattato la popolazione attorno allaleadership e a una idea d’Israele ben defnita 20. Oggi, nello Stato ebraico, c’è unconsenso abbastanza uniforme per quanto riguarda la necessità di continuare laguerra. E anche il disprezzo nei confronti degli arabi è in aumento 21. Ciononostante, gli israeliani continuano a non essere d’accordo sul futuro della loro nazione,né su quali istituzioni dovrebbero guidarla – dato che, secondo l’Inss, la fducia nei RUVO, «La guerra non unisce le tribù d’Israele», Limes, 5/2024, «Misteri persiani», pp. 3235.# 21. D. SCHEINDLIN, «Israel’s Emerging Occupation Consensus», Foreign Affairs, 13/8/2025.

confronti delle Forze armate tocca picchi dell’87%, mentre quella nei confronti delgoverno non raggiunge nemmeno il 30% (grafco 5).Quando le Idf si sono schierate attorno a Gaza City, Zamir si è recato per laprima volta in prima linea22. Atteggiamento ambiguo. La solerzia con cui i mediaisraeliani hanno rilanciato la notizia manifesta la volontà di mostrare al mondo larinnovata (in realtà inesistente) unità d’intenti tra primo ministro e capo di Statomaggiore. Epperò, il fatto che Zamir abbia voluto essere lì con i suoi soldati, pronto a entrare con loro nel buco nero, può essere anche un campanello d’allarme per
Ynet, 16/9/2025.


la leadership politica. A Gaza ci sono – e ci saranno – i militari, non i politici. Se iprimi si rifuteranno, in nome della ragione e di quel che pensa la maggioranza delpopolo israeliano, di passare i prossimi dieci anni nei tunnel della Striscia, i secondi potranno fare ben poco. Specie se a prendere la decisione sarà un generale chenon ha avuto paura di entrare nel buco nero insieme alla truppa. Zamir, misurato,avanza a passo lentissimo e continua a parlare con la stampa. Ripetendo dalla prima linea che è suo dovere informare la leadership politica dei rischi e dei costidella guerra di Gaza 23. Dunque non smetterà. Times of Israel, 16/9/2025.


sfde che il «Nuovo Medio Oriente» – ovvero quello da lui pacifcato dopo «3000anni» – dovrà affrontare. Nel farlo, non inizia parlando di Gaza, ma dell’Iran: «Insomma, oggi è un giorno storico per la pace. Io e il primo ministro Netanyahuabbiamo appena concluso un incontro importante su molte questioni vitali, tra cuil’Iran» 27. Non contento, oscillando tra il serio e il faceto, Trump aggiunge che Teheran potrebbe anche entrare negli accordi di Abramo.26 settembre. Assemblea generale dell’Onu. Bibi elenca tutti i nemici di Israele, specifcando che chi combatte lo Stato ebraico è destinato alla distruzione. Equindi procede, mappa in mano, a recitare un epitaffo degli Amalek di turno:«Metà della leadership degli õûñø in Yemen – andata. Yaõya Sinwår a Gaza – andato. Õasan Naârallåh in Libano – andato. Il regime di alAsad in Siria – andato. Lemilizie irachene? Beh, loro le stiamo dissuadendo. Ma se ci attaccano – andateanche loro». È evidentemente il turno dell’Iran, e Bibi non si sottrae. Dopo averspecifcato che la leadership militare e i responsabili scientifci del programma militare iraniano sono «andati», il primo ministro israeliano aggiunge: «Non possiamopermettere all’Iran di ricostruire le sue capacità nucleari. Le scorte di uranio arricchito devono essere eliminate (…). Molti di quelli che hanno attaccato Israele domani non ci saranno più. Uomini di pace prenderanno il loro posto. E in nessunluogo del mondo ciò è più vero che in Iran. Il popolo iraniano, che ha soffertomolto, recupererà la sua libertà. E renderà l’Iran di nuovo grande! I nostri due antichi popoli, quello israeliano e quello iraniano, restaureranno un’amicizia di cuigodrà il mondo intero» 28.28 settembre, studi di Fox News, giorno prima dell’incontro con Trump. Senzaessere neppure incalzato, Bibi fa una precisazione. Lo Stato ebraico e i suoi servizidi sicurezza sanno esattamente dove si trovano i 450 chilogrammi di uranio arricchito iraniani, che evidentemente esistono ancora e la cui distruzione potrebbeportare a un cambio di regime. Chi ha orecchie per intendere intenda.Non esiste un nemico capace di unire Israele quanto l’Iran. Se il rischio è ladecomposizione interna, il programma nucleare iraniano è il nemico perfetto. Etuttavia, come si è visto nel corso della guerra dei Dodici giorni, Israele non puòpermettersi di compiere una nuova operazione in territorio persiano senza la copertura americana. Il deal potrebbe dunque essere servito: tregua a Gaza per colpire l’Iran, così rinvigorendo il fronte interno e dando un segnale a chiunque decida di accogliere i membri di Õamås. Turchia in primis, essendo Erdoãan uno specialista nel rilascio controllato di «rifugiati».Il dossier iraniano, in Israele, unisce praticamente tutti. Dunque Bibi, con congrue rassicurazioni americane, potrebbe sfruttarlo per placare la discordia interna.Nella consapevolezza che il piano di Trump per Gaza, in virtù della sua vaghezza,gli offre un buon margine per tenere sotto controllo Smotrich e BenGvir almenofno alle elezioni del 2026. L’equilibrismo e la sopravvivenza sono gli sport preferit i# 27. Enfasi nostre.
di Bibi, dunque nessuna soluzione – per quanto potenzialmente ardita – può essere esclusa. Del resto, come ha detto Trump, i discorsi con Bibi sono andati «moltooltre Gaza». Anche perché Teheran non unisce solo esercito, popolazione e governo, ma anche i servizi segreti israeliani. La cui coesione è, allo stato dell’arte, tutt’altro che scontata.
Eye, 12/9/2025.
BEN-YEHUDA, Theocratic Democracy: The Social Construction of Religious and Secular Extremism,### Oxford 2010, Oxford University Press.
promosso né avvicinato alla catena di comando. Quando la nomina è arrivata allesue orecchie, Zamir ha dunque condiviso i suoi pensieri con alcuni suoi colleghi.I quali, interrogati dalla stampa, non hanno usato mezzi termini: «Zamir è furiosoperché la nomina è avvenuta alle sue spalle. Il nazionalismo di Zini e le sue ideeestremiste sono note a tutti» 34.Epperò, nonostante l’opposizione di Corte suprema, mezzo Shin Bet e militari,Bibi è andato avanti, chiudendo con la giustizia un deal che non farà altro cheapprofondire la discordia interna. L’accordo tra Netanyahu e il procuratore generale vede infatti il primo accettare due condizioni. La prima, quasi formale, riguardava la rinuncia a licenziare Bar per non incorrere in un confitto d’interessi. Problema agilmente risolto con le sincerissime dimissioni presentate da Bar, prontamentericevute e accettate. La seconda, più sostanziale, riguarda il fatto che lo Shin Bet,non sotto la guida di Zini, continuerà a indagare Bibi e Feldstein per i fondi qatarini arrivati a Õamås e per i leak alla Bild.Insomma, pur di avere un capo dell’intelligence interna a lui favorevole, Netanyahu ha accettato di spaccare lo Shin Bet, di fatto creando un’ala – capeggiatada Zini – messianica e flogovernativa e una composta da coloro che, fedeli a Bar,stavano indagando Bibi e i suoi. Il tutto in un contesto in cui lo Shin Bet è fortissimo in Cisgiordania – dove Zini sicuramente approfondirà l’opera di penetrazioneisraeliana, anche grazie alla milizia Forza Uria capeggiata dal fratello Bezalel – mapoco radicato a Gaza – dove infatti Zamir lavora con pochissima intelligence, comecomunicato anche alle famiglie degli ostaggi 35. Di fatto, lo Shin Bet ha oggi l’ingrato compito di stanare Õamås mentre cerca di incriminare Netanyahu. Il tutto mentre l’America meno credibile dunque più usabile di sempre mette il veto sull’annessione di Gaza e della Cisgiordania 36, concetto chiave della formazione politicoculturale di Zini. Non esattamente una situazione promettente.Come se non bastasse, a questa spaccatura nei servizi interni va aggiunto unfatto cruciale. Quando Bibi ha deciso di attaccare i capi di Õamås a Doha, il Mossad– di norma responsabile delle azioni d’intelligence esterna – si è rifutato di compiere l’operazione. Non solo. La più potente agenzia di sicurezza al mondo ha anchedeciso di chiarire a mezzo stampa la sua contrarietà, facendo circolare sui media –soprattutto americani – una sorta di comunicato sintetizzabile in questi termini: comele Idf, il Mossad riteneva sbagliato decapitare Õamås proprio nei giorni in cui era alvaglio la proposta americana di un cessateilfuoco 37. Secondo David Barnea, a capodell’organizzazione, la linea di Zamir era quella vincente: Israele avrebbe dovutomettere pressione a Õamås circondando i principali centri urbani nella Striscia, perpoi accettare la tregua americana in cambio del rilascio degli ostaggi. L’operazione NI, «Trump contro il folle volo di Netanyahu», Limes, 6/2025, «Corsa alla Bomba», pp. 7989.# 37. G. SHIH, S. RUBIN, K. DEYOUNG, S. MEKHENNET, «Israeli intelligence agency balked at Netanyahu’s strike in Qatar», The Washington Post, 12/9/2025.
contro i capi di Õamåsera rimandabile, anche perché l’intelligence israeliana gliera oramai alle calcagna, dunque non c’era motivo di accelerare il processo.Bibi – colpendoDoha – ha tuttaviascelto un’altra strada,basata su informazioni dello Shin Bet e rivelatasi decisamentemeno brillante delleoperazioni condottedal Mossad in Libano e in Iran. Soprattutto, però, Netanyahu ha sdoganato un usodisinvolto e astrategico delle agenzie d’intelligence – esattamente ciò che tutti temevano dopo la nomina di Zini. Dinnanzi a una valutazione negativa dei serviziesterni e dell’esercito, infatti, il primo ministro non ha abortito l’operazione, ma hapreferito affdarsi ai servizi interni. Che in teoria fanno un altro lavoro, come manifestato dal mezzo fasco qatarino.Alienarsi il Mossad non è esattamente una grande idea, ma Bibi sta riuscendoanche in questa straordinaria impresa. A febbraio, infatti, il primo ministro ha sollevato Barnea dal suo incarico di capo negoziatore, sostituendolo col fedelissimoRon Dermer. La scelta di far rimbalzare sui media una foto di Netanyahu e Katz,scattata nella war room dello Shin Bet durante l’attacco al Qatar (foto), ha poi tuttii crismi della provocazione. L’immagine è stata infatti diffusa quando sembrava chei capi di Õamås fossero rimasti uccisi, quasi Bibi volesse segnalare che Israele erain grado di compiere operazioni del genere anche senza i suoi servizi esterni. Barnea, ben informato, probabilmente già sapeva che i capi di Õamås erano ancoravivi. Magari ci aveva anche parlato, sinceramente preoccupato per le loro condizioni. Si sarà fatto una risata, recitando l’equivalente ebraico del nostrano «non diregatto se non ce l’hai nel sacco». Netanyahu e Katz nel quartier generaledello Shin Bet durante l’attacco a Doha

Kfar
Saba
Rishon LeTziyon### Ramla Modi‘in
Beitar
‘Illit
Ashdod
M a rM e d i t e r r a n e o### Tūlkarim .
Gerusalemme
al-Halīl### (Hebron)
Alture
del### Golan
Nazaret
Haifa
Tiberiade
Netanya
Bat Yam
Ğanīn
Nāblus
Gerico
Betlemme
Kiryat Gat
Cisgiordania
Gaza
Le élite ashkenazitedi origine europeaconcentrate soprattuttonella zona Nord di Tel AvivGli arabi israeliani Religiosi e ultraortodossi I "russi" I mizrahim ("orientali"):provenienti dai paesi arabie islamici (appartenenti ingrande maggioranza aglistrati sociali più poveri)
Tel Aviv
(epicentro ebrei secolari)
Bnei Brak
(epicentro ebrei ultraortodossi)
Efrat
(epicentro ebrei nazional-religiosi) Umm al-Fahm(epicentro arabi israeliani)
quegli elementi dello Shin Bet che stanno indagando Bibi e i suoi alleati. A Gerusalemme, tra incursioni alla Moschea alAqâå e sessioni di preghiera collettiva alMonte del Tempio, risiede il governo israeliano, che – oltre che delle beghe politiche – deve occuparsi anche di purgare gli apparati di sicurezza e di rallentare leindagini dello Shin Bet. Il tutto avviene mentre il Mossad, non più creduto da Bibi,inizia a coltivare Dio solo sa quale agenda, ricordando – in primis al suo paese diriferimento – che possiede «inimmaginabili capacità di colpire in Iran» 38. Tradotto:caro Bibi, se vuoi davvero continuare la guerra con Teheran per liberare il popolopersiano, come hai detto all’Onu, dovrai affdarti a noi, dunque comportati di conseguenza perché abbiamo già dimostrato di saper ignorare i tuoi ordini senzagrossi patemi d’animo.Questo caos non è fantascienza. È Israele senza Amalek, ovvero senza il nemico divino invocato da Zini. Il punto è che l’ottavo fronte dello Stato ebraico hatrasceso la dimensione politicoculturale. Esso ha oramai anche un’estensione spaziale (carta 2), che si estende dalle segrete stanze di Tel Aviv al deserto di Gazapassando per Gerusalemme e la Cisgiordania. Tutti luoghi in cui risiedono poterinon allineati, legati da lasche alleanze e divisi da considerazioni metafsiche.La prospettiva non è rosea, ma è poi così irreale? Evidentemente no, perchéfotografa la realtà sul terreno. Rovesciamento di prospettiva e abbandono dellenarrazioni. L’analisi di realtà, nonostante i proclami di Trump, ci mostra che per ipalestinesi non c’è futuro e che i sogni messianici di Bibi e compagni rischiano difar implodere gli apparati dello Stato. E quindi ogni valutazione del momento israeliano, se fatta poggiare sui piedi e non sulla testa, non dovrebbe riguardare né lacreazione di uno Stato palestinese né la realizzazione del Grande Israele. Specchietti per le allodole, narrazioni a uso e consumo di pubblici e analisti capacisolo di indignarsi o convinti di aver trovato nella Bibbia la chiave dell’analisi geopolitica. In entrambi i casi, assolutamente disabituati a guardare in faccia la realtà.In questa foschia di deliri messianici e umana pietà per i morti, la questionecentrale, quella veramente essenziale dal punto di vista strategico anche per noiitaliani, è comprendere cosa esisterà in quello spazio che per ironia della storia ciostiniamo a chiamare Terrasanta. Perché da qui a dieci anni potrebbe accaderedavvero di tutto. Dalla nascita del Grande Israele alla cantonizzazione de factodello Stato ebraico, passando per l’ingresso dell’Iran negli accordi di Abramo –Trump dixit. Del resto, come scriveva Scholem, l’ebraismo «è alle sue origini e persua natura – non lo si sottolineerà mai abbastanza – la teoria di una catastrofe» 39.Ciò che tuttavia nessun testo sacro specifca è il prezzo da pagare per questo cambiamento di stato. O, peggio, per un’eventuale moltiplicazione di Stati.
Il movimento islamista ha perso quasi tutti i suoi capi politici e militari,eppure resiste a Gaza e in Cisgiordania, mentre il suo politburo restaa Doha. Il piano Trump significa resa incondizionata. Il disarmo èimpossibile. La polemica con l’Anp vira in scomunica reciproca.