LIMES - Rivista Italiana di Geopolitica

Le linee rosse di H. amaˉs

di Paola CARIDI

Le linee rosse di H. amaˉs

Autore: Paola CARIDI


di Paola CARIDI 1.## È L’ELEFANTE NELLA STANZA. CONTINUA A essere l’elefante nella stanza, nonostante due anni di genocidio perpetrato da Isra-ele sulla popolazione palestinese di Gaza e, in dosi solo per il momento moltoinferiori, in Cisgiordania. E pensare di liberarsene con la medesima strategia che siconduce da decenni – e cioè uccidendo i suoi leader con omicidi mirati – signifcanon affrontare la questione di fondo. Cos’è Õamås. E cosa ne rimane, di quel mo-vimento che conoscevamo. Che avevamo imparato a conoscere (almeno alcuni,alcune) nei momenti cardine della sua storia quarantennale. Perché conoscerlofuori dalle propagande è fondamentale, come ci hanno insegnato i maestri, quelliche non hanno tema di affrontare le storie più diffcili.Ancora più diffcile è farlo adesso, il ritratto di Õamås. Ora, negli ultimi dueanni, da due anni fa ad ora. A partire, cioè, da una data-faglia come il 7 ottobre2023 che, però, non nasconde ciò che c’è stato negli ultimi cent’anni e, anzi, am-plifca le altre date-faglia. La prima, la più determinante: il 1948, tornata centraleperché precede tutti i compromessi, le narrazioni false o falsate, le illusioni fonda-te su un gradualismo senza futuro, come Oslo e la soluzione dei due Stati.E allora cominciamo da un inizio che è solo l’incipit di un nuovo capitolo inuna storia centenaria. Il 7 ottobre. Le motivazioni alla base della scelta di Õamåssono già tutte nel documento del Õarakat al-muqåwama al-islåmiyya pubblicatodopo una lunga discussione interna, a distanza di tre mesi dall’attacco terroristicoche ha provocato la morte di circa 1.200 israeliani e lavoratori stranieri, per quasitre quarti civili. È la versione dei fatti elaborata e frmata da Õamås. Lo stallo delnegoziato sullo scambio di ostaggi, israeliani e palestinesi; la questione di Gerusa-lemme e la giudaizzazione della Spianata delle Moschee; l’occupazione della Cis-giordania e la violenza congiunta di coloni ed esercito israeliano.

Nulla, però, viene detto su chi e quale organismo all’interno della struttura diÕamås ha pensato, concepito, realizzato l’attacco fuori scala del 7 ottobre, al quale– occorre ricordarlo – hanno partecipato non solo le truppe di élite delle Brigate‘Izz al-Døn al Qassåm, l’ala militare di Õamås, ma almeno altre quattro fazioni ar-mate palestinesi. In soccorso di una maggiore comprensione del 7 ottobre, arrivaSayyid Abû Musamiõ, uno dei fondatori di Õamås e, clandestinamente, uno deiprimi leader della sua struttura politica.Le notizie di prima mano si trovano in un’intervista rilasciata ad Anas Azrak diAl Araby Tv a metà settembre 2025. Abû Musamiõ, classe 1947, non è solo uno deimembri del Consiglio della šûrå. È anche uno dei fondatori di Õamås, il primocapo dell’ala politica dopo le iniziali, durissime ondate di repressione operate daIsraele a fne anni Ottanta del Novecento. Esprime non solo una lettura dei fattidall’interno della struttura di Õamås perché conosce le insana corporis. Spiegaanche la struttura, le dinamiche, i rapporti tra ala politica e ala militare. E ancorauna volta dice che dentro Õamås le Brigate ‘Izz al-Døn al-Qassåm sono solo esecu-trici. Di cosa? Della linea da seguire? La maggioranza aveva deciso che si sarebbedovuti andare allo scontro con Israele. Ma nessuno, nell’ala politica, sapeva dove,come, quando: la pianifcazione e la strategia armata toccano da sempre all’alamilitare. E così è stato.Abû Musamiõ – che ha vissuto per tutta la sua vita a Gaza ed è stato intervi-stato in Qatar – conferma anche che a organizzare il 7 ottobre sono stati Marwån‘Øså, il numero due delle Brigate al-Qassåm; Yaõyå Sinwår, capo dell’ala politica diÕamås a Gaza, e infne Muõammad al-Êayf, il capo di al-Qassåm. Tre personeresponsabili dell’ideazione, pianifcazione, esecuzione dell’attacco. Tre personeche non andranno mai di fronte a un tribunale internazionale per i crimini com-messi: Israele aderisce a un’idea di giustizia fai-da-te, che mette in pratica ognigiorno perfno con il genocidio. E che ha perseguito fedelmente anche nel casodella repressione di Õamås.

Netanyahu premier, ancora una volta colui che ha dato l’ordine del fallito attac-co su Doha. Il Mossad se ne era tirato fuori, esprimendo la sua posizione contrariae confermando lo stato di crisi profonda dello Stato di Israele. L’operazione è statacondotta dallo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, forse confdando sul fatto cheper anni Mossad e Shin Bet sono stati ospiti a Doha. Ospiti dei negoziatori qatarinie di Doha, dei negoziatori e del negoziato. E ancora una volta Netanyahu si è dovu-to scusare. Lo aveva fatto nel 1997 con un adirato re Hussein di Giordania. Lo hafatto alla fne di settembre 2025 con l’emiro del Qatar per l’attacco a suon di missilisu Doha, dalla Sala Ovale della Casa Bianca, di fronte al presidente statunitense Do-nald J. Trump. Scuse con testimone, insomma, per evitare altre brutte sorprese.Torniamo, però, all’elefante nella stanza. Al convitato di pietra. Cos’è cambiatoora per il Movimento islamico di resistenza? Tutto. Anche se Õamås conserva lemodalità con cui affronta il tavolo delle trattative, pur nel cambiamento epocale.Senza tentennamenti, quasi ossessivamente, ripete quali sono le condizioni per li-berare gli ostaggi: se Israele porterà via le sue truppe dalla Striscia di Gaza, se cisarà un cessate-il-fuoco permanente, se entreranno gli aiuti umanitari, per poi rico-struire Gaza. Lo fa da un anno e mezzo, con pochi cambiamenti, come conferma-to dal negoziatore più importante, il primo ministro del Qatar. Il tempo della trat-tativa per la liberazione di Gilad Shalit a fronte di oltre mille prigionieri palestinesi(molti tra loro ostaggi del sistema giuridico e di quello carcerario israeliano) è peròormai passato. Ora è tempo di genocidio, pure se nella leadership collettiva diÕamås siede uno dei protagonisti più rilevanti di quel negoziato di molti anni pri-ma. Ôåzø Õamad ai tempi del decimo governo dell’Anp, il primo a guida Õamås– correva l’anno 2006 – era il viceministro degli Esteri, e iniziò una corrispondenzacon Gershon Baskin, israeliano, anche lui giornalista, e ora anche attivista nel fron-te del pacifsmo. Il loro rapporto fu centrale, allora, per portare a casa il negoziatosu Shalit. Ôåzø Õamad non era solo stato il giornalista più conosciuto (anche se diformazione è un veterinario), ma anche l’espressione di quel pragmatismo cheaveva condotto alla partecipazione alle elezioni del 2006. L’anno successivo, però,Õamad si dimise sbattendo la porta perché era contrario a quello che le Brigateal-Qassåm avevano deciso di fare nel giugno: prendere con un colpo preventivo laStriscia di Gaza per non lasciarla cadere nelle mani di Fatõ e delle sue trupped’élite. Regolamento di conti che è costato alla Palestina la spaccatura tra Gaza eCisgiordania, con responsabilità equamente divise tra Õamås, Fatõ, Anp, Israele epaesi occidentali.La presenza di Ôåzø Õamad dovrebbe essere importante, in questa trattativacosì tragica, fuorimisura per l’entità delle vittime, della distruzione e per la spiraledi crudeltà senza fne in cui si è messo Israele. Così non è, o non sembra essere.Perché non è solo il negoziato a essere diverso, non è solo il tempo a essere untempo senza paragoni. È anche Õamås a essere diversa. Non solo perché sonostate uccise alcune delle fgure che hanno segnato gli ultimi vent’anni, su tuttiIsm呸l Haniyya, premier del primo governo a guida Õamås, dunque il traghettato-re verso la svolta partecipazionista. Il primo capo del politburo che era nato a

Gaza. A dire il vero, a essere nato a Gaza, prima di lui, era stato anche Mûså AbûMarzûq, leader nei primi anni Novanta, sino al suo arresto negli Stati Uniti e allaconseguente ascesa di Œålid Miš‘al nel medesimo ruolo. Ism呸l Haniyya, ucciso nelluglio 2024 con un omicidio mirato da Israele a Teheran, nel giorno dell’insedia-mento del nuovo presidente Pezeshkian, era invece nato e anche vissuto semprea Gaza, e di Gaza rappresentava il peso specifco. Soprattutto a seguito della chiu-sura della Striscia a opera di Israele, dal 2007, quando Gaza era diventata unospazio chiuso e allo stesso tempo circoscritto in cui Õamås esercitava il suo poterea tutti i livelli.La scomparsa di Haniyya è stata, molto probabilmente, più importante perÕamås di quanto lo sia stata l’uccisione di Yaõyå Sinwår, divenuto – in questomodo – iconico fuori da Gaza. Ma quanto tra la popolazione di Gaza piegata dadue anni di inferno in terra, di affamamento e assetamento, di bombardamenti in-discriminati, di uno sterminio senza fne? Haniyya rappresentava, di fatto, il vecchioÕamås. Yaõyå Sinwår, la torsione verso un nuovo capitolo: lo scontro diretto conIsraele, come se Gaza fosse il Vietnam o l’Algeria (paragoni fatti da Sayyid AbûMusamiõ, nella stessa intervista del settembre 2025). Gaza il luogo, Õamås il pro-tagonista di una lotta nazionale per tutta la Palestina.Entrambi uccisi. E allora? E ora? Per la storia di Õamås, movimento centraliz-zato e molto strutturato in modo capillare, la leadership non è mai personalistica.È sempre collettiva. È sempre insieme, anche nelle scelte divisive (e folli) che unaminoranza non condivide. Così, l’uccisione tra il 2023 e il 2025 di molti esponentidell’ala politica non ha provocato il crollo organizzativo, ideologico e strutturale diÕamås. Ucciso Âåliõ al-‘Årûrø, che rappresentava la Cisgiordania e il legame sull’as-se Libano-Siria. Ucciso Haniyya. Ucciso Yaõyå Sinwår. E ucciso tutto il verticedelle Brigate al-Qassåm: Muõammad al-Êayf, Maõmûd ‘Øså, Muõammad Sinwår.Uccisa la voce, il portavoce, Abû ‘Ubayda, divenuto nel «Sud Globale» il volto/nonvolto delle Brigate al-Qassåm, che aveva sostituito, dal punto di vista comunicativo,gli stessi portavoce di Õamås, decisamente più burocratici e senza carisma.Di ala politica, dentro Gaza, ne resta ben poca. Di conseguenza anche l’offer-ta-imposizione della via dell’esilio, fatta da Israele e Stati Uniti, si rivolgerebbe auno sparuto gruppo di persone. Perché anche i quadri sia politici sia militari, den-tro Gaza, sono stati uccisi. La burocrazia, l’amministrazione, gli esponenti politici, icomandanti militari delle singole aree.Resta la leadership, e i quadri collegati alla leadership, ospitati dal Qatar. Restala diaspora di Õamås, i quadri, gli ideologi, disseminati tra la Turchia, anzitutto, e laregione mediorientale largamente intesa. Non ci sono però dati certi su quello chel’attacco a sorpresa, e per nulla messo in conto, su Doha e sui vertici di Õamås abbiaprovocato. Sono sopravvissuti i componenti della leadership politica, come si sonotutti affrettati a dire. Ma in quali condizioni? È certo che Ôåzø Õamad e ¡åhir al-Nûnû,due dei partecipanti a quella riunione per discutere sull’accordo proposto dagli StatiUniti e riportato dai mediatori qatarini, sono vivi, incolumi. E che il racconto di ÔåzøÕamad, fatto dagli schermi di Al Jazeera, dice molto delle biografe e del tempo

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vissuto dai palestinesi anche prima del 7 ottobre. Dopo aver sentito forti esplosioni,aveva spiegato Ôåzø Õamad, «siamo subito usciti perché sin dal primo momentoavevamo capito che le esplosioni erano bombardamenti israeliani. Abbiamo vissutoa Gaza. Abbiamo avuto esperienza già prima dei bombardamenti israeliani».Fuga precipitosa della leadership collettiva. Perché dal punto di vista formalenon c’è stato nessun avvicendamento tra Yaõyå Sinwår, per pochi mesi, appenadue, alla guida del politburo, e l’amico dai tempi di gioventù Œålil al-Õayya, ilcapo negoziatore. Un gruppo di cinque persone aveva preso il testimone, proprioper evitare di essere presi singolarmente di mira, senza pensare a un attacco isra-eliano all’intera leadership. Non sono stati uccisi, ma quali sono, per esempio, lecondizioni di Œålil al-Õayya? Gli israeliani gli hanno ucciso il fglio Hamåm nell’at-tacco, ed è almeno il quarto attentato contro di lui e i suoi familiari. Si dice abbiaguidato la cerimonia per il funerale del fglio, a Doha, ma non ci sono foto. Qualile condizioni di Zahir al-Ãabårøn, il rappresentante della Cisgiordania, e diMuõammad Ism呸l Darwøš, il capo del Consiglio della šûrå, e infne di ŒålidMiš‘al, per vent’anni a capo del politburo?Quali che siano le loro condizioni, non è detto che Õamås abbia chiuso la por-ta ai negoziati. E lo si vede dalla prima reazione alla presentazione del cosiddettopiano Trump. Lo ha sempre fatto: in virtù di una visione collettiva del movimento,anche di fronte all’uccisione dei suoi leader, si continua a trattare, a negoziare. Forseanche perché nel concetto di martirio non c’è, concomitante, il concetto di sconftta.Se si viene ammazzati, ciò non signifca essere stati sconftti. Õamås, il movimento,è più importante dei singoli. Dall’attacco del 9 settembre in poi sono continuate leproposte, o meglio, le imposizioni e le richieste di resa da parte di Israele e StatiUniti. Nessuna trattativa, insomma: nei fatti, quello che viene chiesto è una resa,com’è scritto nei venti punti del piano Trump. Õamås disarmato. Õamås in esilio.Õamås fuori dalla governance palestinese, dall’amministrazione di Gaza, dalla rico-struzione di Gaza, dal governo di Gaza.Ma cosa signifca mettere fuori gioco Õamås, seppur indebolita da due anni diattacchi forsennati da parte dell’apparato militare israeliano? La questione è centrale,tanto da essere stata inserita nel piano presentato al mondo da una delle parti incausa: gli Stati Uniti, corresponsabili del genocidio al pari di Israele. Una delle partiin causa presenta il cosiddetto piano di pace, cioè la resa incondizionata, e proponea Õamås persino un’amnistia, peraltro per delitti che non vanno certo in prescrizio-ne, per qualsiasi diritto e soprattutto per il diritto internazionale. Crimini contro l’u-manità, come quelli che sono stati compiuti il 7 ottobre 2023 contro i civili, non soloisraeliani. Proporre un’amnistia signifca, però, riconoscere all’altra delle parti incausa – Õamås – un ruolo, un volume politico e persino un futuro. Fuori da Gaza,fuori dalla Palestina, in esilio e in diaspora. La contraddizione, rispetto all’obiettivodell’eliminazione di Õamås, è più che evidente. Abu Mazen è ormai aperto da tempo. Il presidente dell’Anp non ha usato mezzi

termini, dal 7 ottobre in poi, per affermare l’impossibilità di un accordo con Õamås,spegnendo ogni tentativo – anche dall’interno di Fatõ – di mediazione e, ancor dipiù, di accoglienza di Õamås all’interno dell’unico organismo di legittimazione altempo stesso formale e popolare, l’Organizzazione per la liberazione della Palesti-na. Abu Mazen ha addirittura defnito «cani» i membri di Õamås, un epiteto che perla cultura araba equivale all’appellativo di «maiali», animali sporchi, õaråm. Entran-do pesantemente, in questo modo, in una dinamica non solo politica, ma di appro-priazione del piano socioreligioso di cui Õamås si considera prima portavoce.Da parte di Õamås, l’attacco ad Abu Mazen è stato altrettanto forte. In partico-lare, per il discorso in videocollegamento che il presidente dell’Anp ha tenuto ri-volto all’Assemblea Generale dell’Onu, dopo che Trump aveva ritirato i visti alladelegazione dell’Olp e impedito la presenza fsica di Abu Mazen a New York neigiorni dedicati al riconoscimento dello Stato di Palestina. Più che uno sgarbo, l’al-lineamento di Trump alla posizione di Netanyahu: nessuno Stato di Palestina èpossibile, e in effetti è impossibile pensarlo dal punto di vista dei fatti sul terreno.Nessuno Stato è possibile, però, neanche per sancire l’esistenza della Palestina edei palestinesi.La questione, in questo caso, riguarda anche la stessa postura di Abu Mazen,subalterno a una gestione della questione dello Stato che è stata coloniale, neoco-loniale, patriarcale da parte di Emmanuel Macron, come dimostra il suo discorsointroduttivo. Polemiche diffuse, non solo in Palestina, che da parte di Õamås sonostate la defnitiva rottura con Abu Mazen. L’accusa: che Abu Mazen si sia «allineatocon una falsa narrazione sionista». «Tutti i tentativi di imporre una custodia sul no-stro popolo e sulla sua volontà sono destinati a fallire», dice il comunicato uffcialedi Õamås, che considera l’idea di Abu Mazen e dei suoi sostenitori sulla fuoriuscitadi Õamås da una possibile governance «una violazione del diritto inalienabile delnostro popolo palestinese di determinare il proprio destino e scegliere la sua diri-genza, e un’inaccettabile sottomissione alle agende e ai progetti di altri».È il disarmo, al centro dell’attacco di Õamås al presidente dell’Anp, e la fuoru-scita dalla governance. Anche se, sin dai primi mesi successivi al 7 ottobre e fnoall’agosto 2025, Õamås si era dichiarato disponibile più e più volte a uscire formal-mente dalla governance e ad accettare un governo tecnocratico. Il disarmo è un’al-tra cosa. Quella che Õamås defnisce resistenza, infatti, è una linea rossa invalica-bile per un movimento che nel suo stesso acronimo ha, sottolinea, la parola «resi-stenza»: Õarakat al-muqåwama al-islåmiyya, Movimento islamico di resistenza.Nonostante la sostanziale sconftta sul terreno di Gaza, in cui resistono sacche diguerriglia da parte di tutte le fazioni armate palestinesi, la questione nazionale èindissolubilmente legata al concetto di muqåwama. E quella linea rossa, che com-prenderebbe il disarmo, non si può superare per Õamås, tanto da essere oggettodi trattativa su una possibile formula semantica più digeribile di «disarmo».La questione del disarmo, peraltro, non è solo legata alle origini, alla «resisten-za», allo stesso apparato ideologico su cui si fonda Õamås. È che c’è un attore im-prescindibile, in questi ultimi anni, negli equilibri del movimento. Sono le Brigate

al-Qassåm, proprio per quello che diceva nell’intervista ad Al Araby Tv lo stessoSayyid Abû Musåmiõ. Sono stati i vertici delle Brigate al-Qassåm assieme a YaõyåSinwår a organizzare il 7 ottobre, e sono loro, da due anni, a dover dire l’ultimaparola sul negoziato. In particolare sulla liberazione degli ostaggi. Un’ultima paro-la sicuramente debole e indebolita, ma sempre presente nell’inferno che è Gaza.Come debole, indebolita e presente è la voce dell’ala politica fuori da Gaza, a Dohaanzitutto.Il futuro di Õamås, però, non è solo nelle mani dell’organizzazione, del suoconsenso di tanto diminuito dentro Gaza, dello scontro con l’Anp guidata da AbuMazen, ormai da tempo senza legittimazione popolare. È un futuro che vede pro-tagonisti soprattutto i paesi arabi, ormai al bivio rispetto a una gestione della «crisi»che deve trasformarsi per dare risposte appropriate. E sono proprio l’attacco aereosu Doha da parte di Israele e il conseguente balbettio dell’amministrazione Trumpa rivestire, involontariamente certo, un ruolo cruciale nel possibile cambiamentotra i paesi arabi. Qatar e Arabia Saudita in testa. L’amministrazione Trump si è di-mostrata inaffdabile nel caso dell’attacco alla leadership di Õamås (e non solo inquell’occasione). A rischio è stato messo il Qatar, e assieme tutta la regione, giàreduce da quella storia ancora tutta da scrivere che è l’attacco israeliano all’Iran, laguerra dei Dodici giorni conclusasi dopo che i principali paesi arabi, dietro le quin-te, avevano fatto sapere che la misura era stata superata. Da Israele.Di qui il summit dell’intero mondo arabo e islamico, chiamato a Doha nonsolo per dimostrare solidarietà al Qatar. E poi alcune mosse che sembrano laterali,ma che invece mostrano la necessità di diversifcare le alleanze: come l’accordorecentissimo di sicurezza tra Arabia Saudita e Pakistan, che preoccupa molto Isra-ele. Sono solo i primi esempi, le prime crepe nell’alleanza tra Stati Uniti e il pezzodi regione araba più vicino a Washington. E se è vero che a latere dell’AssembleaGenerale dell’Onu a New York vi è stata un’importante riunione tra Trump e i suoialleati arabi (e non solo arabi), è altrettanto plausibile che il livello di fducia versogli Usa sia profondamente sceso. Resta da vedere se il bombardamento che harotto la calma di Doha stia trasformando le posizioni nella regione, tanto da ren-derne i protagonisti abbastanza forti da fare l’unica cosa che va fatta. Da tempo.Fermare il genocidio che Israele sta compiendo a Gaza. Fermarlo subito. E il soste-gno del «gruppo dei volenterosi» in salsa orientale al piano Trump ne è espressionepiena. Non è solo l’Unione Europea ad appoggiare un piano ambiguo e così vacuoda far chiedere come sarà possibile, nei fatti, realizzarlo. È il Vaticano, è persinol’Onu. E sono soprattutto quei paesi arabi e a maggioranza islamica che hannodeciso di fornire il pilastro necessario a Trump su cui poggiare il suo piano. Qatar,Arabia Saudita, Emirati Arabi, e poi Giordania ed Egitto. E la Turchia. E il Pakistane l’Indonesia. Un inusuale «gruppo dei volenterosi» che ha, forse, un timore. Gaza,il genocidio, lo sterminio quotidiano dei palestinesi stanno incendiando il dissensoa diversi livelli. Non è solo il genocidio che bisogna fermare. È anche un dissensosempre più irraggiato, che rischia di divenire incontrollabile.

LIMES Chi è David Zini? Qual è stato il suo cursus honorum all’interno degli appa­rati di sicurezza israeliani?EYDAR David Zini è un uffciale esperto, cresciuto nella pattuglia dello Stato maggio­re, avanzato nella formazione di combattimento della Brigata Golani e tra i fondato­ri della Brigata Commando. È stato il maggior generale responsabile di tutto l’adde­stramento delle Idf e ha guidato il Comando del Nord (una posizione che è stataanche l’ultima di Meir Dagan, prima di essere nominato capo del Mossad).Nel corso della sua carriera, ha guidato diverse unità operative ed era noto per lasua attenzione al pensiero strategico e per la sua capacità di preparazione agli sce­nari. È stato tra i pochi ad aver avvertito in anticipo della minaccia di un raid terre­stre da Gaza. Quando, il 7 ottobre, ciò è effettivamente avvenuto, Zini si è imme­diatamente recato sul campo di battaglia. È stato l’unico tra i pari grado a metterein pericolo la propria vita.Dopo il fallimento del 7 ottobre e la sua nomina a capo dello Shin Bet, Zini modi­fcherà la postura del servizio interno, centrandola sulla prevenzione delle minaccee sulla vigilanza. Il che è essenziale in una fase emergenziale come questa.LIMES Alcuni ex funzionari dello Shin Bet si sono detti preoccupati dalla sua nomi­na, anche date le sue posizioni vicine a quelle del rabbino Thau. Ritiene che questepreoccupazioni siano giustifcate?EYDAR In un paese democratico, le opinioni degli ex funzionari dello Shin Bet nonsono più importanti di quelle degli altri. Il governo ha il diritto di nominare il capodello Shin Bet per legge, e i vertici dei servizi segreti non decidono chi li sostituirà.Il rapporto del comitato consultivo per le nomine a posizioni di alto livello, presie­duto dall’ex giudice della Corte suprema Asher Grunis, afferma che gli ex dirigen­ti dello Shin Bet non conoscevano Zini, ma hanno basato la loro decisione su in­formazioni raccolte dai media. Nient’altro. Non si tratta di informazioni serie, ma di ‘Assertivo e offensivo: comesarà lo Shin Bet di David Zini’ Conversazione con Dror EYDAR, già ambasciatore dello Stato d’Israelenella Repubblica Italiana, a cura di Giuseppe DE RUVO e Federico PETRONI