Da Cisgiordania a Giudea e Samariail nome cambia tutto
Autore: Tommaso FONTANESI
di Tommaso FONTANESI 1.## DOPO IL 7 OTTOBRE 2023, LA CATASTROFE DI Gaza ha oscurato gli eventi del territorio cisgiordano. La Nakba palestinese conti-nua, e mentre sulla costa gaziana si consuma la guerra genocida anche sulla spon-da occidentale del Giordano gli eventi subiscono una brusca accelerazione. Il ba-rometro segna tempesta, la temperatura raggiunge il punto di ebollizione, il climapercepito è d’Intifada. Il governo israeliano non fa mistero del suo piano di annes-sione della Cisgiordania – ovvero per la sovranità su Giudea e Samaria. E anzi, laguerra a Gaza appare a una fetta della società e della politica israeliana non solocome opportunità strategica nella conquista del fronte Sud, quanto soprattutto co-me grande diversivo per distrarre l’attenzione internazionale dalla vera posta ingioco: il fronte Est.I Territori palestinesi occupati di Gaza e Cisgiordania ricoprono per il progettoisraeliano funzioni molto diverse. Come diversa è la storia delle due regioni. Gazaè stata nei secoli snodo commerciale e piazza per scambi economici, sociali e cul-turali. Situata all’incrocio di due continenti – Africa e Asia – fno alla costruzionedel Canale di Suez ha garantito il passaggio dal mare nostrum al deserto arabo, indirezione del Golfo Persico. Se questa funzione è andata perduta con la trasforma-zione di Gaza da corridoio a striscia – da piazza commerciale a ghetto sotto assediopermanente – il piano israelo-americano per la costa gaziana vorrebbe riportarel’area a essere quello che sempre è stata: hub commerciale e, forse, via alternativaa Suez negli scambi tra Mediterraneo e Golfo 1.Tutt’altra cosa è la Cisgiordania. O meglio, Giudea e Samaria. Terra biblicaintrisa di storia sacra, ove ogni colle e ogni pietra possono essere ascritti a queste 9/2024, «La notte di Israele», pp. 141-156.
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o quelle gesta di re e profeti veterotestamentari. Gli antichi israeliti (Bnei Yisrael)non erano affatto popolo di mercanti o navigatori. Le coste palestinesi non furonomai di particolare interesse per re Davide o i suoi successori, che invece abitavanole montagne di Gerusalemme, Hebron e Shechem (odierna Nåbulus). Laddove,dopo la dipartita del leggendario sovrano Salomone, sorsero i due regni ebraici delNord e del Sud: Regno di Israele il primo, Regno di Giuda il secondo. Oggi, dacchénel quadro del progetto sionista l’idea di uno Stato per gli ebrei è stata defnitiva-mente soppiantata da quella di uno Stato ebraico, Israele non può prescinderedalla (ri)conquista di quelle terre.La battaglia non è solo per i luoghi, ma anche per i nomi. Parlare di Giudea eSamaria equivale a scavare un tunnel temporale che collega, senza soluzione dicontinuità, l’Israele odierno al passato biblico, ignorando due millenni di storiaarabo-palestinese (e altrettanti di diaspora ebraica). Eppure nemmeno il terminegeografco-descrittivo «West Bank», Sponda occidentale del fume Giordano, è neu-trale o astorico. La necessità di dare un nome all’entroterra palestinese a ovest delGiordano non è emersa che con il piano di spartizione della Palestina storica, neglianni Quaranta del Novecento. Nel 1948 la porzione di territorio compresa tra leprovince di Ãanøn a nord e di al-Œaløl (Hebron) a sud viene annessa al neonatoRegno hashemita di Giordania (al-Mamlaka al-urdunniyya al-håšimiyya), che le-ga a sé le due sponde del fume omonimo (al-Urdunn, il Giordano) defnendo unaÎiffa šarqiyya (Sponda orientale) nella regione della Balqå’ e una Îiffa ôarbiyya(Sponda occidentale) nell’entroterra palestinese. Rispettivamente Transgiordania eCisgiordania, dal nostro punto di vista centro-mediterraneo.Tra Cisgiordania e Giudea e Samaria scorrono abissi di interpretazione. Lascelta di questo o quel termine, pur riferito alle stesse coordinate geografche, ri-porta a un luogo storico, culturale, geopolitico differente. Ne risultano diverse let-ture della realtà e dunque diversi approcci alla stessa. I fatti sul terreno passanodalla loro denominazione. Oggi lo Stato biblico non può prescindere dai territoriche furono biblici, così che la questione di Giudea e Samaria diventa cuore dellaquestione sionista e palestinese. E ci riporta al panorama odierno, tra insediamen-ti coloniali e campi profughi, checkpoint, autostrade con corsie etno-religiose emuri di cemento e flo spinato. Times of Israel, 3/9/2025.
stinese. Si tratta delle sei maggiori città arabe della Cisgiordania, nominalmente:Ãanøn, ¡ûlkarm, Nåbulus (ebraico Shechem), Råmallåh, Gerico (arabo Arøõå; ebrai-co Yericho) e Hebron (arabo al-Œaløl; ebraico Hevron). Le restanti città palestinesi,inclusa Betlemme (l’unica segnata sulla mappa), ricadono nell’82% di territorio diprossima annessione: ¡ûbås, Salføt, Qalqøliya, Ya¿¿å eccetera.La sovranità israeliana su Giudea e Samaria, che nel novembre 2024 Smotrichaveva promesso di concretizzare entro la fne dell’anno successivo, non è operarealizzabile dalla sera alla mattina. (In geopolitica, il biblico «e fu sera e fu mattina»non funziona). Si tratta infatti di un processo portato avanti nei decenni, dal 1967a oggi, parte di quella Nakba mustamirra – Catastrofe continua – che travolge ipalestinesi fn dalla nascita dello Stato sionista 4. Le tattiche usate sul campo sonole medesime da oltre un secolo: effcacia del fatto compiuto (facts on the ground),che prevede la conquista della terra «dunam dopo dunam, capra dopo capra» 5,come predicato cent’anni addietro dai pionieri dei kibbutz e oggi dai cosiddetticoloni nazional-religiosi, che hanno raccolto da destra l’eredità dei loro sociali-steggianti predecessori (destra e sinistra sono termini vaghi politici e non geopo-litici, che sempre necessitano di contestualizzazione). Ultimo (a ora) tassello L i n e a
e r d e M a r M e d i t e r r a n e o Popolazione palestinese in Cisgiordania(in migliaia, fonte: Al Jazeera, 28/3/2025)### Al-Halīl
Gerusalemme
Nābulus
Rāmallāh e al-Bīra### Ğanīn
Betlemme
Tūlkarim
Qalqīliya
Salfīt
Tūbās
Gerico
842500440377360250209123877056
Rāmallāh
Ğanīn
Gerico
Nābulus
Tūlkarim
.
Mar Morto
Fiume Giordano
al-Halīl C i s g i o r d a n i a
Striscia
di Gaza
Il ministro delle Finanze d’Israeleha presentato, a inizio settembre 2025,una mappa che immagina l’inglobamentonel suo Stato dell’82%dei territori della Cisgiordania.Il 18% restante sarebbe lasciatoall’amministrazione palestinese. La città di Qalqīliya, a sud di Tūlkarim,non risulta nella mappa.
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dell’opera di conquista e occupazione è l’Operazione Muro di ferro, lanciata agennaio nei campi profughi del cosiddetto Triangolo del terrore, compreso tra lecittà di Nåbulus, Ãanøn e ¡ûlkarm. Quest’area, la meno colonizzata del territoriocisgiordano, ha assistito negli ultimi anni alla nascita di numerosi gruppi armatigiovanili di profughi palestinesi. Qui dunque la nuova frontiera dei conquistatoridi Giudea e Samaria: spezzare la resistenza popolare e insediarsi nei territori nonancora «giudaizzati».Dei molti piani di costruzione o espansione delle colonie, ad attirare partico-lare attenzione è l’annunciato insediamento nell’area E1 (dove E sta per East Jeru-salem). Non si tratta di un progetto nuovo. Lanciato nel 1994 dall’allora primo mi-nistro Yitzhak Rabin, fautore degli accordi di Oslo, come misura per prevenire lareale possibilità di uno Stato palestinese, è stato ciclicamente ripreso dai diversigoverni israeliani, senza mai essere implementato. Daniel Seidemann, fondatoredell’ong Terrestrial Jerusalem, scrive: «Comprendendo l’impatto devastante dell’E1,ogni leader mondiale ha intimato a ogni primo ministro israeliano di non azzardar-si a costruire l’E1: “Se lo fate, ci saranno gravi conseguenze”. Ogni primo ministroisraeliano, Netanyahu incluso, ha preso sul serio questi avvertimenti e si è astenutodalla costruzione» 6. Il progetto E1 infatti connetterebbe la municipalità di Gerusa-lemme e l’insediamento di Ma‘ale Adumim, tagliando a metà la Cisgiordania pale-stinese mediante «un enorme ponte terrestre» – spiega Seidemann – e impedendolo sviluppo di un’area metropolitana tra Råmallåh, Gerusalemme Est e Betlemme 7. Pietra tombale su ogni possibilità di uno Stato palestinese in Cisgiordania. A oggile cancellerie occidentali si sono opposte al progetto, nell’illusione che tenere inpiedi la mummia del defunto processo di pace ed evitare di sigillare il sepolcro siasuffciente a salvarsi l’anima. Ma il vento sta cambiando. E, nella generale confusio-ne mediorientale, occorre cogliere il momento. Se non ora, quando?Il 29 marzo il gabinetto di sicurezza israeliano stanzia 335 milioni di shekel perla costruzione dell’Autostrada della sovranità (Kvish HaRibonut) o Autostrada inte-laiatura della vita (Kvish Mirkam HaChaim) nell’area E1. Si tratta di una strada incui convogliare tutto il traffco palestinese Nord-Sud tra i villaggi di ‘Anåtå, al-Za‘ayyim e al-‘Ayzariyya/Abû Døs 8. Un tunnel (controllato da checkpoint) evitereb-be che i palestinesi accedano alla Strada 1, così che non interferiscano con il traf-fco automobilistico dei coloni nel continuum Gerusalemme-Ma‘ale Adumim 9.Il 20 agosto l’Alto consiglio per l’edilizia (Mo‘atzat HaTikhnon HaElyona) ap-prova la costruzione di 3.401 unità abitative nell’area E1. L’11 settembre Netanyahusi reca personalmente a Ma‘ale Adumim per frmare il piano: 3 miliardi di shekel trova il santuario cristiano della tomba di Lazzaro, resuscitato da Gesù secondo il racconto evangelico.Il toponimo al-‘Ayzariyya deriva proprio dalla deformazione del nome Lazzaro.9. «HaKabinet hechlit al bitzua kvish sheYisgor et lev haGada haMaaravit bifnei Falestinim» («Il gover-no ha deciso di costruire una strada che chiuderà il cuore della Cisgiordania ai palestinesi»), Peace### Now, 30/3/2025.
garantiti dal governo come fnanziamento anticipato per lo sviluppo delle infra-strutture necessarie. La municipalità di Ma‘ale Adumim, a sua volta, promette dirilasciare i permessi di costruzione non appena si avrà l’assegnazione dell’appalto(shiwwuq) per la costruzione delle unità abitative. «La popolazione di Ma‘ale Adu-mim raddoppierà», annuncia Netanyahu, «entro cinque anni abiteranno qui 70 milapersone (contro le 36 mila attuali, n.d.r.): è un cambiamento epocale» 10.
Ynet, 11/9/2025.

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frammentato i palestinesi anche da un punto di vista legale. I palestinesi di Cisgior-dania detengono la cosiddetta Green Id che permette loro lo spostamento unica-mente all’interno dei territori cisgiordani. L’ingresso nello Stato ebraico è vincolatoa permessi rilasciati dalle autorità israeliane, mentre l’uscita dal paese è possibilesolo in direzione della Giordania, via ponte di Allenby/Re Hussein, nei pressi diGerico. Ad analoghe condizioni erano sottoposti, prima della guerra, i detentori diGreen Id a Gaza, costretti nei confni della Striscia e con unica via d’uscita attraver-so il valico di Rafaõ al confne con l’Egitto. Diversa è ovviamente la situazione deipalestinesi cittadini di Israele, o dei palestinesi senza cittadinanza con residenza aGerusalemme Est: entrambi detengono la Blue Id e hanno piena mobilità nei terri-tori dello Stato di Israele e in Cisgiordania (ma non a Gaza).La Cisgiordania presenta un doppio sistema viario: alcune strade (tendenzial-mente quelle che collegano tra loro gli insediamenti coloniali) sono precluse aidetentori di Green Id, mentre l’ingresso nei centri urbani palestinesi è formalmentescoraggiato per i cittadini ebrei israeliani (per gli arabi con Blue Id non costituisce,nella pratica, un problema). La viabilità è dunque regolata attraverso posti di bloc-co e controllo (checkpoint), volti a favorire lo spostamento dei cittadini di Israelea scapito dei palestinesi con Green Id. Nel giugno 2025 l’Uffcio delle NazioniUnite per gli Affari umanitari (Ocha) contava un totale di 849 ostacoli alla circola-zione palestinese in Cisgiordania tra checkpoint permanenti, parzialmente funzio-nanti o volanti, cancelli stradali e chiusure fsse o occasionali 11. Il censimento diOcha include sia i posti di blocco che controllano l’ingresso nel territorio delloStato di Israele, sia quelli che regolano l’accesso alle colonie o alle strade riservateai cittadini israeliani, sia gli ostacoli lungo le arterie stradali utilizzate dai palestine-si. Questi ultimi servono a Israele per controllare gli spostamenti e, in date circo-stanze, per sigillare totalmente o parzialmente città, villaggi o intere regioni. Lachiusura di alcuni checkpoint strategici permetterebbe di isolare i centri urbanipalestinesi all’incirca lungo le linee indicate dalla mappa della sovranità di Smotri-ch. Passiamo in rassegna i principali 12.La strada Betlemme-Råmallåh oggi usata dai palestinesi con Green Id per spo-starsi da sud a nord di Gerusalemme (senza permessi per passare nella Città Santa)attraversa l’area E1. Si tratta di 40 km che richiedono in media 3 ore di viaggio. Ilprincipale ostacolo è il checkpoint permanente di Wådø al-Når, posto circa a metàvia. A questo si aggiunga il già oggi arduo attraversamento dell’E1, in particolarenel collo di bottiglia tra le due rotonde di al-‘Ayzariyya e di Ma‘ale Adumim, dove,prima dell’immissione nella Strada 1, si formano sovente lunghe code di automo-bili. La costruzione dell’«Autostrada della sovranità» non farebbe altro che estende-re la strettoia fno al villaggio di ‘Anåtå e moltiplicare ulteriormente i tempi dipercorrenza. L’accesso al Sud di Råmallåh, nei pressi del campo profughi di Qalan-diyå (dove si trova il principale varco di collegamento tra Gerusalemme Est e Råm-allåh stessa) costituisce un altro collo di bottiglia. Pur in assenza di un checkpoint
11. «West Bank Access Restrictions Map – July 2025», Ocha.

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che chiuda la strada verso sud, il traffco Nord-Sud verso Betlemme e quello dientrata/uscita da Gerusalemme Est vengono convogliati in un’unica strada a duesole corsie a ridosso del Muro di separazione. Anche qui pochi chilometri lungo lavia di Kafr ‘Aqab possono richiedere ore di viaggio.La circolazione da Råmallåh in direzione nord, verso Nåbulus, non è più agevo-le. L’uscita settentrionale di Råmallåh sulla Strada 60, arteria Nord-Sud della Cisgior-dania palestinese è controllata da un checkpoint, il Råmallåh Dco, così come l’im-missione nella St. 60 presso la cittadina di Bør Zayt (sede della principale universitàpalestinese). Da Råmallåh in direzione nord lungo la St. 60, la strada è tagliata dalcheckpoint di Za‘tara, situato poco a sud dello snodo di Õuwwåra, villaggio noto peri ripetuti attacchi dei coloni che lo hanno preso di mira. A Za‘tara la St. 60 s’incontracon la «trans-samaritana» St. 505, che connette diverse colonie lungo l’asse Est-Ovest.L’accesso a Nåbulus è regolato da cinque posti di blocco: i due checkpoint diÕuwwåra (‘Awartå e Ãabal Ãarøzim/Monte Garizim), attualmente chiusi al traffcopalestinese; il checkpoint di al-Murabba‘a (Sud-Ovest); quello di Dayr al-Šaraf(Nord-Ovest); infne quello di Bayt Fûrøk (Est, sulla strada verso la Valle del Giorda-no). La chiusura di tutti questi checkpoint può rendere possibile l’assedio di Nåbul-us. Oltre Nåbulus la St. 60 prosegue verso nord in direzione Ãanøn.I collegamenti Est-Ovest tra il Ôawr (Depressione del Giordano) e l’entroterramontuoso corrono attraverso due vie principali. La prima è attraverso la città diGerico, le cui due uscite occidentali passano per il checkpoint Yericho Dco a sud-o-vest e il checkpoint dell’insediamento Mevo’ot Yericho a nord-ovest; checkpointoccasionali sulla Strada 90 regolano l’accesso al ponte di Allenby/Re Hussein dallacittà. La seconda è la St. 57, che connette il Ôawr a ¡ûlkarm; questa strada, cheattraversa la città di Nåbulus, è tagliata dal checkpoint di Õamra nel tratto Giorda-no-Nåbulus e da quello di ‘Anabtå/Enav nel tratto Nåbulus-¡ûlkarm. Una terza via,assai meno agevole, corra a est di ¡ûbås e Ãanøn, controllata dal checkpoint di### Tayåsør. Altre decine di checkpoint e chiusure stradali servono a isolare singoli villaggio proteggere singole colonie. Le chiusure dei punti di blocco possono privare in-tere aree dell’accesso all’ospedale più vicino, o impedire a studenti e insegnanti diraggiungere le scuole. A questo si aggiunga il fatto che attacchi di coloni e soldatiisraeliani (una distinzione tra le due categorie è oggigiorno pressoché impossibile)restano impuniti, mentre la minima resistenza, attiva o passiva, violenta o pacifca,da parte della popolazione palestinese, è punita con esecuzioni extragiudiziarie,arresti di massa o ritorsioni collettive.
potersi o volersi opporre alla continua colonizzazione dei Territori. «I nostri ragazzisono scesi in strada con i coltelli», raccontava l’attivista Nizår Banåt parlando deimoti popolari del 2014, durante i bombardamenti su Gaza, «mentre loro (l’Anpn.d.r.) hanno 70 mila fucili ¡ûlkar»13. Fucili che non vengono mai puntati contro leforze occupanti, e sono usati soltanto contro altri palestinesi. Compreso lo stessoBanåt, arrestato e torturato a morte nelle prigioni dell’Anp il 24 giugno 2021.Un punto di osservazione del tutto particolare è quello di Nåâir Abû Surûr, unodei più longevi prigionieri politici nelle carceri israeliane, autore di uno straordina-rio diario dal carcere in cui racconta di sé, del suo dio, del suo amore per l’avvo-catessa italo-palestinese Nanna e soprattutto del suo muro che sempre l’abbracciae lo circonda 14. Abû Surûr, dalla sua cella, rileva: «La divisione (della società pale-stinese, che n.d.r.) ha fatto in fretta a permeare anche le prigioni» 15. La narrazionepalestinese post-Oslo – scrive – «ha indebolito l’identità nazionale collettiva raffor-zando invece le appartenenze secondarie, familiari e locali» e ha trasformato lasocietà palestinese in «ostaggio dell’economia dello Stato occupante», respingendol’economia di resistenza per adottare quella di mercato 16. Effetto di Oslo è la fram-mentazione del movimento nazionale e la nascita di due narrazioni contrastanti(quella di Fatõ/dell’Anp e quella di Õamås/islamica/della resistenza armata). Risul-tato: «I palestinesi si erano divisi geografcamente, storicamente e temporalmente»e l’occupazione israeliana «è di fatto riuscita a creare due tempi culturali completa-mente diversi su un’unica, piccola geografa, che non era in grado di sopportareuna disparità così grande» 17.Come uscire dall’impasse? Molti attivisti, combattenti e pensatori palestinesihanno cercato risposte. Nizår Banåt chiedeva lo smantellamento della strutturapolitica e securitaria dell’Anp, lasciando all’autorità di Råmallåh soltanto le basilarifunzioni amministrative di polizia urbana, istruzione e sanità 18. Le decisioni politi-che del movimento nazionale palestinese sarebbero affdate a una Olp riformata,che includa tutti i settori del popolo palestinese in patria e in diaspora, indipenden-temente dall’affliazione politica. Banåt ha pagato con la vita le sue idee.Non dissimile il destino di Båsil al-A‘raã, detto l’«intellettuale impegnato»(al-muñaqqaf al-muštabik). Farmacista di professione, Båsil divenne punto di riferi-mento di un movimento di «nuovi fedayyin», impugnò la penna e le pietre da lan-ciare contro l’oppressore e si dedicò alle diverse forme di resistenza – proteste,marce, scioperi, scontri diretti. Da ultimo imbracciò il fucile. Gran parte della suaattività fu però dedicata allo studio e all’istruzione. Scrisse di storia, geopolitica,tattiche militari e letteratura, e fondò un’Università Popolare della Cisgiordania. Se-condo Båsil la chiave per l’uscita dalla trappola di Oslo era nel ritorno all’economia
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di resistenza e nello smantel-lamento dell’Anp 19. Caso distudio quello del Triangolo difuoco di Ãanøn (Muñallañ al-når, così lui lo chiamava),laddove la resistenza popola-re sul modello della prima In-tifada era più diffusa e la co-lonizzazione israeliana nonera riuscita a penetrare.Divenuto troppo ingom-brante, anche Båsil dovetteessere eliminato. Nell’aprile2016 le forze di sicurezzadell’Anp lo arrestano insiemea cinque compagni, per poirilasciarlo sotto pressione po-polare. Usciti di cella, i cin-que compagni sono imme-diatamente catturati da Israe-le, Båsil si dà alla macchia escompare. All’alba del 6 marzo 2017 viene localizzato dall’esercito israeliano. L’edi-fcio in cui si trova è circondato e dopo due ore di fuoco incrociato, il farmacistacombattente viene ucciso. Båsil diventa un simbolo. Girando per le strade di Råm-allåh non è raro imbattersi in graffti che ritraggono i suoi lineamenti. Monito perl’occupazione israeliana, ma soprattutto per l’Anp.In uno dei suoi testi più famosi Båsil scriveva: «Vivi come l’istrice e lotta comela pulce» 20. Come l’istrice, discreto e solitario, il popolo deve imparare quando farsiguidare dai profumi della frutta e quando invece drizzare gli aculei; come la pulce,deve combattere non per abbattere ma per sfancare l’avversario. Questa la rispostadel «martire» Båsil alla domanda per l’uscita dell’impasse di Oslo. Il suo brevissimotestamento recita: «Mi dirigo verso il mio fato soddisfatto e convinto di aver trovatole mie risposte (waãadt aãwibatø). Guai a me! Quale risposta è più eloquente e si-gnifcativa del morire come martire? Avrei dovuto scriverlo molti mesi fa, ma ciò chemi ha impedito di farlo è che questa è la vostra domanda, di voi che siete vivi. Allo-ra perché dovrei darvi io la risposta? Continuate a cercare anche voi! Quanto a noi,popolo delle tombe, non cerchiamo altro che la misericordia d’Iddio» 21. Graffito che ritrae il «martire» Båsil al-A’raã, Råmallåh.Foto dell’autore

Dalla guerra con il Libano del 2006 Israele mutua la teoriadel castigo collettivo, che a Gaza trova piena applicazione. Loschema evacuazione-bombardamento-demolizione. La deliberatadistruzione delle infrastrutture civili. L’uso del cibo come arma.