Dottrina DahiyaAnatomia di uno sterminio
Autore: Enzo PORPIGLIA
di Enzo PORPIGLIA 1.## NEL CORSO DI QUESTI DUE ANNI DI GUERRA, le équipe di Medici senza frontiere (Msf) hanno operato senza sosta a Gaza, dovel’organizzazione è presente dal 1989, subendo insieme alla popolazione palestine-se le operazioni militari dell’esercito israeliano. Dopo gli orribili attacchi di Õamåsdel 7 ottobre, che hanno visto l’uccisione di oltre 1.200 persone e la cattura di circa250 ostaggi, l’intera popolazione di Gaza è stata equiparata a un obiettivo militare,sottoposta ad attacchi indiscriminati e costretta a migrazioni forzate, in aperta vio-lazione del diritto internazionale umanitario. Questo ha costretto gli attori umanita-ri a interrogarsi continuamente sulle azioni delle Idf (Forze di difesa israeliane) e apianifcare anticipatamente iniziative specifche per tenere al sicuro personale me-dico, pazienti e i limitati stock di farmaci disponibili.A Gaza non esiste un luogo sicuro: intere famiglie sono state sterminate nel-le loro tende, oltre 1.500 operatori sanitari hanno perso la vita – tra cui 13 di Msf– e mai nella storia moderna si era registrato un numero così alto di giornalistiuccisi. L’esercito israeliano ha attaccato tutto e tutti con armi ad alta intensità,progettate per campi di battaglia aperti e in parte vendute dagli Stati Uniti o dapaesi europei.C’è un principio che aleggia, non dichiarato apertamente ma evidente, dietrole operazioni militari israeliane a Gaza e non solo. Si chiama dottrina Dahiya. Pren-de il nome dal quartiere meridionale di Beirut, roccaforte di Õizbullåh, raso al suo-lo durante la guerra tra Israele e Libano del 2006. Fu in quel contesto che l’alloracomandante del Comando Nord delle Idf, Gadi Eisenkot, delineò quella che sareb-be diventata una vera e propria strategia militare: colpire in modo massiccio, spro-porzionato e deliberato le aree da cui partono attacchi contro Israele, anche sedensamente popolate da civili. Una strategia che ho visto applicata sul campo nelle
tre volte in cui sono stato a Gaza a partire dall’agosto 2024 e durante gli oltre settemesi trascorsi tra Israele e Cisgiordania.«Non sono villaggi civili», dichiarò Eisenkot, «sono basi militari. Non è una rac-comandazione. È un piano. Ed è stato approvato». Eisenkot è poi diventato capo diStato maggiore dell’esercito israeliano, incarico ricoperto fno al 2019. La dottrinaDahiya si fonda su un concetto tanto semplice quanto controverso: punire i civiliper aver consentito attacchi dai loro quartieri, infiggendo distruzioni così devastan-ti da dissuadere chiunque dal ripeterli. L’obiettivo non è solo eliminare la minacciaimmediata, ma imporre un prezzo altissimo – materiale, umano, psicologico – chefunzioni da monito. A essere colpiti, quindi, non sono solo i combattenti. La dottri-na legittima ciò che il diritto internazionale umanitario vieta: attacchi diretti controinfrastrutture civili, reti elettriche, impianti idrici, ospedali, scuole. Tutto ciò che,pur non essendo un obiettivo militare in senso stretto, può essere ritenuto parte del«sistema» che sostiene il nemico.In questo schema operativo, la distinzione tra civili e combattenti si fa sottile espesso viene ridefnita a seconda del contesto operativo. Una comunità civile smet-te di essere considerata zona protetta e diviene un’estensione del fronte nemico seda lì parte un razzo o viene scavato un tunnel. In questo modo la guerra asimme-trica, combattuta contro gruppi armati come Õamås che operano in aree urbane,diventa il pretesto per trasformare intere città in obiettivi legittimi. A Gaza questadottrina è stata applicata con una portata eccezionale e senza uguali nella storia delconfitto mediorientale. Tuttavia, le implicazioni etiche e legali di questo approcciosono pesanti. Diversi organismi internazionali, giuristi e ong hanno denunciatol’incompatibilità della dottrina Dahiya con il diritto internazionale umanitario. Leoperazioni che seguono questa logica rischiano di confgurarsi, secondo il dirittointernazionale, come punizione collettiva, crimini di guerra o addirittura genocidio.La dottrina Dahiya applicata a Gaza prende forma concreta e brutale in unodei concetti chiave usati dai soldati israeliani: shivut, cioè radere al suolo, che rap-presenta la tattica base. Ogni struttura civile o religiosa, pubblica o privata – com-presi acquedotti, ospedali, scuole, edifci residenziali o capannoni – dev’essere di-strutta. L’ordine spesso è hakol yerid, «tutto deve sparire». Possono passare anchesolo pochi minuti dall’ordine di sfollamento all’avvio dei bombardamenti, che soli-tamente iniziano con dei caccia F-16 (occasionalmente F-35), cui seguono gli attac-chi dell’artiglieria o della fotta navale dalle posizioni fuori dalla Striscia. I principa-li obiettivi sono edifci alti e aree densamente urbanizzate. Questo tipo di attacchipuò durare anche giorni, a seconda della grandezza del blocco evacuato.Dopo i bombardamenti a distanza, le unità di terra ricevono mappe poligona-li (poligonim) con codici a colori (il verde indica che oltre l’80% va demolito) edirettive esplicite: ogni area è assegnata a una compagnia o plotone, con il compi-to di «pulire» l’intera zona. I mezzi utilizzati includono bulldozer pesanti (D-9, so-prannominati haDubi, l’orsacchiotto) e mine anticarro riciclate da vecchi depositimilitari per far esplodere anche le strutture civili più piccole. I soldati devono assi-curarsi che non rimanga nessuno nel blocco evacuato; chiunque, civile o combat-

tente armato, si avvicini al perimetro è considerato un bersaglio. L’area viene def-nita ezor hariga (zona di uccisione) e tale stato può durare settimane.Questa modalità operativa diventa ancora più effcace e rapida quando le areeda colpire sono state prima svuotate dalla popolazione, che nella prospettiva dell’e-sercito rappresenta comunque una minaccia. È da qui che nasce la strategia degliordini di sfollamento per blocchi. La Striscia è stata divisa dall’esercito israeliano inuna macabra scacchiera di 600 blocchi numerati, funzionali allo sfollamento dellapopolazione. Questo avviene ininterrottamente dall’ottobre 2023, con il primo or-dine che ha riguardato la parte settentrionale della Striscia: 71 quartieri sfollati, oltre130 mila mq pari al 37% della superfcie complessiva. Due anni dopo, gli ordini disfollamento indirizzati alla popolazione inerme di Gaza sono 153 e hanno svuotatoil 93% della Striscia. Mentre scriviamo, le squadre di Msf stanno evacuando GazaCity perché le truppe di terra israeliane si sono avvicinate troppo alla nostra clinica.La dottrina Dahiya prevede l’annientamento sistematico di qualsiasi struttura,incluso il sistema sanitario. I numeri parlano chiaro: metà degli ospedali (18 su 36)è stata resa inutilizzabile; quelli rimasti funzionano al limite del collasso e continua-no a subire attacchi mirati. A causa dell’offensiva su Gaza City, 11 dei 18 ospedaliancora parzialmente funzionanti nella Striscia rischiano di chiudere, insieme adaltre strutture sanitarie. La distruzione delle infrastrutture essenziali è continua edeliberata. Rendere insicure le strutture sanitarie, concepite per offrire cure e salva-re vite, costituisce un attacco diretto ai princìpi fondamentali del diritto umanitariointernazionale e all’umanità.
Il primo è legato al nuovo processo di registrazione delle ong. Il 9 marzo 2025Israele ha introdotto nuove linee guida che impongono a tutte le organizzazioniattive nei territori palestinesi – anche quelle registrate da anni, come Msf – di sot-toporsi a un nuovo processo di accreditamento da parte di un organismo intermi-nisteriale, guidato dal dicastero per gli Affari della diaspora e per la Lotta all’antise-mitismo. Questo comitato ha ampi poteri discrezionali: può accettare, rifutare orevocare la registrazione e decidere se concedere visti di lavoro allo staff interna-zionale. Le ong devono fornire informazioni personali dettagliate sui dipendenti, inalcuni casi anche sui loro familiari, esponendoli a potenziali ritorsioni. Tra i criteridi esclusione rientrano azioni indirette o passate, come aver frmato una petizioneper il boicottaggio di prodotti israeliani o aver citato le conclusioni della Corte in-ternazionale di giustizia sul dovere degli Stati di non contribuire alla presenza ille-gale di Israele nei Territori occupati.Il sistema è stato duramente criticato da organizzazioni umanitarie e legali in-ternazionali, che lo considerano una forma di ingerenza sistemica nell’autonomiaoperativa delle ong e una minaccia diretta al principio di neutralità dell’azioneumanitaria. L’intero impianto normativo produce un effetto deterrente: molte ongevitano di esprimersi pubblicamente o di denunciare violazioni del diritto interna-zionale per timore di perdere la registrazione o l’accesso al territorio. In un mo-mento in cui la popolazione civile affronta una crisi umanitaria di proporzionistoriche, queste restrizioni rischiano non solo di ostacolare la fornitura di beni es-senziali, ma anche di silenziare le voci indipendenti che potrebbero documentareabusi e chiedere conto delle responsabilità.La seconda fase è quella del controllo capillare dalla catena di approvvigiona-mento degli aiuti. Nel periodo precedente alla presentazione del nuovo piano,l’accesso umanitario a Gaza avveniva attraverso un sistema frammentato ma relati-vamente fessibile che combinava l’uso di diversi punti d’ingresso. Gli aiuti poteva-no entrare dalla Giordania via Cisgiordania (attraverso il ponte di Allenby e i valichinella valle del Giordano), dall’Egitto tramite al-‘Arøš e il valico di Rafaõ (primadella sua occupazione da parte di Israele, il 7 maggio 2024) o direttamente da Isra-ele. L’obiettivo era fare arrivare gli aiuti alla popolazione nelle diverse aree dellaStriscia. Tuttavia, nonostante la molteplicità dei percorsi logistici iniziali, tutti i cari-chi dovevano passare attraverso Kerem Shalom per i controlli di sicurezza, la scan-nerizzazione e l’autorizzazione fnale all’ingresso nella Striscia. In altre parole, Ke-rem Shalom operava già come collo di bottiglia centrale.Con l’introduzione del nuovo piano a partire dall’aprile 2025, il governo israe-liano ha tentato di ridefnire la gestione dell’accesso umanitario a Gaza trasforman-dolo in un sistema totalmente centralizzato, unidirezionale e sotto la propria com-pleta supervisione politico-militare. Il cuore del piano prevede che gli aiuti entrinotutti dal porto israeliano di Ashdod, oppure che siano acquistati direttamente all’in-terno dello Stato ebraico. Questo approccio comporta due principali vantaggi perle autorità israeliane: il controllo completo sulla catena di approvvigionamento eun signifcativo ritorno economico, ottenuto sia attraverso dazi doganali applicati
alle merci in transito, sia incentivando gli acquisti interni da aziende israeliane.L’intenzione iniziale era chiudere progressivamente i valichi, lasciando Kerem Sha-lom come unico punto d’ingresso operativo degli aiuti.Il nuovo sistema ha introdotto un livello senza precedenti di controllo logisticoe politico sulla catena di approvvigionamento degli aiuti umanitari a Gaza, limitan-do l’accesso fsico e burocratico delle merci. Pur facendo riferimento alla risoluzio-ne 2720 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha istituito un meccanismo uma-nitario internazionale per facilitare l’ingresso degli aiuti, la sua applicazione praticaè stata modellata e abilmente manipolata in modo da creare una struttura rigida-mente controllata da Israele. Questo ha compromesso l’accesso «rapido, sicuro esenza ostacoli».La terza fase è quella dell’ultimo miglio: la distribuzione fsica degli aiuti dentrola Striscia. Secondo il piano del governo israeliano si passa da un sistema tradizio-nale basato sui bisogni della popolazione – dove le Nazioni Unite, le ong interna-zionali e la società civile palestinese provvedono a portare assistenza – a un mo-dello in cui sono i civili a dover raggiungere fsicamente gli aiuti, spesso attraver-sando zone pericolose, sotto sorveglianza armata o dopo essere stati forzati aevacuare. In questo contesto nasce la Gaza Humanitarian Foundation, strutturaprivata creata nel 2025 con il sostegno politico, fnanziario e logistico di Israele eStati Uniti, e formalmente registrata in Delaware e in Svizzera. Il tentativo è sostitui-re almeno in parte il sistema delle ong e dell’Onu, soprattutto per il controllo delcibo dentro la Striscia. Il modello operativo è semplice: la distribuzione avviene incentri recintati, protetti dalle Idf e da contractors armati. I centri, dunque, non sonosolo luoghi di distribuzione; sono strumenti per attirare e concentrare la popolazio-ne in determinate aree attraverso l’utilizzo del cibo, che non viene più distribuitoin funzione dei bisogni, ma viene posizionato strategicamente per guidare gli spo-stamenti della popolazione e svuotare aree mirate, in particolare nel Nord dellaStriscia. Questo metodo costringe migliaia di palestinesi a percorrere lunghe distan-ze a piedi per raggiungere i quattro siti di distribuzione, dove le persone lottanoper contendersi pochi avanzi di cibo. Inoltre, i punti di distribuzione sono di diff-cile accesso per categorie più vulnerabili come donne, bambini, anziani e personecon disabilità. Nel caos che si crea, le persone vengono uccise e ferite ogni giorno.Il rapporto internazionale di Msf «Non sono aiuti, ma uccisioni orchestrate» 1basato su dati medici, testimonianze di pazienti e osservazioni dirette del persona-le sanitario, dimostra chiaramente come questo schema di «distribuzione degli aiu-ti» sia in realtà un sistema istituzionalizzato di fame forzata e disumanizzazione. Insette settimane, tra il 7 giugno e il 24 luglio 2025, 1.380 feriti (28 dei quali già mor-ti) sono arrivati nelle cliniche di Msf ad al-Mawåâø e al-‘A¿¿år, nel Sud di Gaza evicine ai siti della Ghf. Dei 28 cadaveri, tutti tranne uno erano giovani uomini (trai 20 e i 30 anni) con ferite da arma da fuoco nella parte superiore del corpo. I gio-vani feriti erano arrivati nelle strutture sanitarie spesso coperti di sabbia e polvere,
segni del tempo trascorso a terra nel tentativo di ripararsi dai proiettili. Da un’ana-lisi delle ferite da arma da fuoco riportate dai pazienti giunti alla clinica di al-Mawåâø è emerso che l’11% delle ferite era localizzato tra testa e collo, mentre il19% interessava torace, addome e schiena. Chi è arrivato, invece, dal centro di di-stribuzione di Œån Yûnis ha riportato molto più spesso ferite agli arti inferiori. Laprecisione anatomica e la tipologia ricorrente di queste ferite suggeriscono conforza che le persone siano state prese di mira intenzionalmente all’interno e neipressi dei centri di distribuzione, ed escludono la possibilità che si tratti di colpisparati in modo accidentale o indiscriminato.
LIMES Secondo Israele l’espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania ri-sponde non solo a motivi ideologici ma anche a esigenze di sicurezza. Ce le il-lustra?BULSHTEIN Le comunità ebraiche in Giudea e Samaria, le regioni che lei chiamaCisgiordania, sono l’avamposto della sicurezza di Israele. Questa consapevolezzaè stata una costante di tutti i governi israeliani fn dai primi anni Settanta, quandoiniziò l’insediamento pianifcato di queste comunità, che voi chiamate colonie eche noi chiamiamo yishuv. I laburisti che governarono fno al 1977, i successivigoverni del Likud e quelli di unità nazionale pianifcarono e realizzarono le in-stallazioni delle comunità seguendo logiche di strategia militare, posizionandolead esempio su alture che vanno a formare una catena di difesa per tutto Israele.Le alture che compongono la Giudea e la Samaria formano una barriera orogra-fca che da un lato domina la costa mediterranea dov’è concentrato il grossodella popolazione israeliana, dall’altro guarda a est da dove provengono possi-bili invasioni – potenzialmente l’Iraq di Saddam Hussein negli anni Novanta, peresempio. Chi domina quelle cime guarda su tutto Israele comprese Tel Aviv,Gaza e Haifa, fno al confne settentrionale con il Libano.L’esistenza degli yishuv previene la presenza dei terroristi palestinesi: se il terro-rista si avvicina a uno yishuv, deve vedersela con i suoi abitanti (spesso armati,n.d.r.) o con l’esercito e la polizia israeliani che si stabiliscono in loco al seguitodei cittadini, potendo così svolgere anche attività di intelligence. Alcuni yishuvsorgono invece in luoghi rilevanti soprattutto sotto il proflo storico, ideologico ereligioso, come a Gerusalemme e a Hebron. La maggior parte, però, risponde alogiche strategiche che fno al 2005 venivano applicate anche con le comunitàebraiche nella Striscia di Gaza, che abbiamo malauguratamente abbandonato ‘Israele combatte per esisterecosti quel che costi’ Conversazione con Ariel BULSHTEIN, consigliere speciale del premier israelianoBinyamin Netanyahu sulle questioni internazionali e sull’immigrazione verso Israeledallo spazio ex sovietico, a cura di Luca STEINMANN