LIMES - Rivista Italiana di Geopolitica

Israele contro Israele

di Francesca BORRI

Israele contro Israele

Autore: Francesca BORRI


di Francesca BORRI 1.## «SIAMO TUTTI OSTAGGI, IN REALTÀ. ORMAI, non siamo che pedine di un risiko internazionale». «Se potessero, ci ammazzereb-bero tutti». «I media? Propaganda». «Solo per Gaza è così. E poi dite che non esi-stono i doppi standard». «Il punto, però, è la leadership. O cambia la leadership,o non cambia niente». «Ma come si fa a fdarsi? Per strada, hai paura». «La verità èche qui non hai che te stesso». «E dove altro dovremmo andare? Non abbiamo al-tra terra. Altro paese». «E comunque, questa guerra mica è iniziata il 7 ottobre».Ascolti gli israeliani, e spesso quel che ti colpisce è che sembra di ascoltare ipalestinesi. Dicono le stesse cose. E mai più di adesso, si sentono soli contro tutti.I palestinesi vengono descritti o come miliziani o come vittime, come morti, orfani,amputati, sfollati, come se non avessero opinioni, ma solo bisogni primari, comese stessero tutto il tempo a caccia di cibo, e basta. Ma agli israeliani non va tantomeglio. Sono o i coloni più fondamentalisti o, all’estremo opposto, i pacifsti. Mala maggioranza degli israeliani che pensa? Come vive? I rifettori sono per ministrie generali. Come lì, per Fatõ e Õamås. Ma tutti gli altri?Essere israeliani non è mai stato facile. Signifca avere un’identità ancora invia di defnizione: costantemente in discussione. E il rapporto con l’ebraismo èda sempre così complesso che è un po’ una tradizione: dopo i tre anni di levamolti viaggiano a lungo in India, sandali e zaino in spalla. Una delle mete privi-legiate è Manali, nel Nord, sull’Himalaya. Duemila abitanti e decine di guesthou-ses, è l’icona del cosiddetto Hummus Trail. Un po’ come l’Hippie Trail dei nostrianni Settanta. Invece del pulmino Volkswagen hanno le Royal Enfeld, invecedella Lonely Planet hanno Google, ma lo spirito è quello. Ora, però, arrivanodritti da Gaza: e sono alla ricerca non solo di sé stessi, ma di Israele. Dell’animadi Israele.

Molti sono contro i coloni. «Sono lo Stato Islamico dell’ebraismo», afferma lapi-dario Ilan Eshkol, che il 7 ottobre ha perso il fratello e a Gaza una mano. Voglionoil vero ebraismo, dice, come i jihadisti il vero islam: «Spesso, non sono neppurenati in Israele, ma negli Stati Uniti. Hanno un’idea di Israele che non si basa suIsraele, ma sulla Bibbia. E ora speculano sul 7 ottobre. Andrebbero arrestati, tutti esubito. Perché sono pericolosi per chiunque, non solo per i palestinesi». Tra l’altro,incidono tanto sul bilancio. Nessuno ha cifre precise e forse non è un caso, ma peri suoi 750 mila coloni lo Stato spende tre volte di più che per un comune israeliano.Non è solo questione di difesa. Di mobilitare migliaia di uomini per presidiareavamposti sparsi tra le colline. Il 70% degli israeliani sceglie gli insediamenti per gliincentivi. Mutui agevolati, tasse ridotte, fnanziamenti a fondo perduto. Se a TelAviv una casa costa sui 10 mila euro a metro quadro e a Gerusalemme 6 mila,negli insediamenti si sta sotto i 2 mila. «Molti, se potessero, non vivrebbero lì. Ba-sterebbe chiedere. Quanti sarebbero disposti a trasferirsi? Ad andare via? E così coni palestinesi. Con i rifugiati. Quanti vorrebbero davvero tornare? Quanti, ormai,hanno una vita altrove?», dice. «Il Medio Oriente è l’area più studiata al mondo. Haisondaggi di ogni tipo. Tranne questi».L’Unrwa (l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione deiprofughi palestinesi nel Vicino Oriente) in Libano nelle sue liste ha sempre 480mila rifugiati, ma sono 195 mila. In Siria, in cui prima della guerra i rifugiati erano560 mila, per ora l’unico dato verifcato è quello di Yarmûk, il maggiore dei campiprofughi: erano 160 mila, ora sono 20 mila. Ma sono cifre scomode: per gli uni egli altri. E nessuno dice niente.Se molti israeliani sono contro i coloni, moltissimi sono contro Netanyahu.Sostengono che sia concentrato più su di sé che su Israele. Che guidi questa guer-ra guardando non al fronte, ma alla Knesset. Non ai nemici, ma agli alleati. Perrestare al potere e rinviare i processi in cui è imputato. Ma soprattutto, tutti ripeto-no che Õamås non è Yaõyå Sinwår, non è le Brigate al-Qassåm. È un’idea, quindinon c’è soluzione militare. L’unica soluzione possibile è politica. Ma a mancare èproprio la politica. «Nessuna guerra si vince in guerra. Quello decisivo è il dopo-guerra. Se nel 1945 il mondo avesse imposto nuove riparazioni alla Germania,avremmo avuto una nuova Weimar e un nuovo Hitler. Invece si optò per la rico-struzione. E per l’integrazione con la Francia e con l’Europa. La Germania è statasconftta così. Non solo con la forza, ma con un misto di forza e ragione. Prospet-tandole un futuro migliore», dice Aaron Bernstein, che era a Gaza anche nel 2021.E anche nel 2014. E anche nel 2012. «A Gaza invece che prospettiamo? L’inferno.Perché mai i palestinesi a Gaza dovrebbero rassegnarsi?».«Passiamo di guerra in guerra. A volte si chiama guerra, a volte si chiama raid,operazione, missione, reazione, o magari non si chiama affatto, perché neppure fanotizia. Ma è comunque guerra», dice Itai Levy, che invece il 7 ottobre era a menodi metà della leva e in licenza. Era da solo, ma non ha avuto dubbi: è andato a KfarAza. Né ha avuto dubbi dopo: è andato a Gaza. Ma ora, dice, non sa se tornerà.«Perché la verità è che questa non è la nostra guerra. Israele è manovrato dagli

Stati Uniti e Õamås dagli arabi. Questa guerra non fnirà quando il mondo interver-rà, ma quando non interverrà più. Quando l’attenzione si sposterà dal MedioOriente alla Cina». Non è che non conosce la storia, dice. «Il padre di mio padre haperso tutti nella Shoah. Ma nel 1948 ha combattuto dicendo che così i suoi fgli nonavrebbero mai provato la guerra. E invece, tutti i suoi fgli sono stati in guerra. E ifgli dei suoi fgli. E ogni guerra è stata peggiore delle precedenti. Che senso ha?».

neo. Perché l’obiettivo vero è l’Iran e l’allargamento degli accordi di Abramo. L’o-biettivo vero è un altro Medio Oriente, non solo un’altra Gaza. Su questo, Israele ècon Netanyahu. A Tel Aviv, al sit-in dei familiari degli ostaggi non c’è che undrappello di pacifsti che nel viavai dell’Azrieli Center, il centro commerciale chesta di fronte, neppure si nota. Probabilmente, è ciò che Õamås non aveva previsto.Certa, come tutti gli analisti, che per recuperare gli ostaggi Israele non avrebbe maiattaccato. O comunque, non così. «Ma un conto sono cinque ostaggi, o cinquanta:un conto 253. Se sei israeliano, sai che ovunque sei hai Israele alle spalle. Sai chenon sei solo. Sai che qualunque cosa ti capiti, le Idf verranno a tirarti fuori. Perchéè per questo che è stato fondato Israele, no? Israele non è uno Stato come gli altri.Non è stato fondato per governare i suoi cittadini, ma per difenderli. Ma ora è di-verso. Ora è Israele a essere a rischio. E Israele viene prima degli israeliani», diceYair Yarov, che il 7 ottobre era al Nova e nei tunnel di Gaza ha ancora uno dei suoimigliori amici. «La guerra va conclusa, non sospesa. O avremo un altro 7 ottobre»,sostiene. «O per liberare gli ultimi ostaggi, diventeremo tutti ostaggi». Come Ne-tanyahu e come tanti, dunque, Yair non è contro la guerra. La differenza è che,rispetto a Netanyahu, pensa che Israele stia perdendo. Non vincendo.È quello che si intuisce subito in India. Lungo il tracciato dell’Hummus Trail,l’economia dipende interamente dagli israeliani. In alcune città gli israeliani sonocosì numerosi che c’è una sinagoga, con il rabbino, le cene di Shabbat tutti insie-me, e i bar, le guesthouses hanno l’insegna in ebraico, i muri tappezzati degli ade-sivi in memoria dei caduti. E tra gli indiani, nessuno parla di Gaza. Sono tuttigentili. Perché il cliente ha sempre ragione. Ma in privato è un’altra cosa. «Stannoqui a ballare come se niente fosse. Sono degli psicopatici», dice il proprietario diun’agenzia di escursioni, che all’ingresso ha tanto di manifesto sul Messia. Non saesattamente dove sia Gaza, perché l’India è all’altro capo del globo e la cronacaqui è sul Pakistan, sul Kashmir. Dall’antisionismo scivola rapido nell’antisemitismoe nel complottismo: comincia criticando l’occupazione e fnisce con i banchieriebrei, Soros e Zuckerberg che domina l’informazione. Tra l’altro è un indù e unseguace di Modi, detesta i musulmani. Dice dei musulmani più o meno quello cheBen-Gvir dice dei palestinesi.

unico Stato: veramente non abbiamo altro dove andare. Onestamente, la pace mifa ancora più paura della guerra», dice Ariel Rosenfeld. «Ora Israele è unito dalnemico. Ma dopo?». Viene da un insediamento a ridosso di Nåblus in cui il 7 otto-bre è stato letto come un messaggio di Dio: come un’opportunità. «Certe volteascolto mio padre, e giuro: è uguale a Õamås». E quando per vincere perdi te stes-so, dice, che vittoria è?Moltissimi, quasi tutti, non dicono «i palestinesi», ma «gli arabi». Il problema nonè quello che Israele fa ai palestinesi, ma a sé stesso. Per gli israeliani, i palestinesicontinuano a essere invisibili. Di Gaza, dei crimini di Gaza, ti dicono: ho solo ese-guito gli ordini. Per quanto segnata dal 7 ottobre, questa non è la generazioneGaza. È la generazione Oslo. Sono stati gli accordi di Oslo del 1993, con l’istituzio-ne dell’Autorità nazionale palestinese, a ripristinare una sorta di frontiera. Prima ilterritorio era tutt’uno e nonostante l’occupazione da Tel Aviv si andava a Råmallåh,a Yericho, a Hebron. A Gaza si andava nel weekend, a cena sul mare. Mentre ora,di mezzo c’è un muro. Ora molti israeliani non si sono mai imbattuti in un palesti-nese, se non nei monitor di un checkpoint, non hanno mai parlato con un palesti-nese. Se non in divisa. M16 a tracolla. «Con un M16 a tracolla è ovvio che non haiproblemi. Ma senza, non so come andrebbe. E non sarò io a testarlo», dice HeziDahan. Suo fratello fu ucciso bambino in un attentato. L’unico arabo possibile,dice, è quello che se prova a spararmi, gli sparo prima. Trattare, sì. Ma sempre alriparo di un muro.Zac Stein è un maestro di yoga e ha visto tanti israeliani. Ha visto il prima e ildopo. Sta in India da trent’anni. Trent’anni che riassume così: dall’Lsd al Ptsd, lostress post-traumatico. Anche perché tanti, più che a ballare stanno qui a sballarsi.Passano da un rave all’altro, da una canna all’altra. Svegli il più possibile, perchéniente è più spietato della notte con il suo silenzio, la sua quiete, la sua solitudine.Fino a quando cedono e si addormentano su una jeep, in un prato, in un caffè.«Avvertono che stanno sbagliando, che l’unica cosa che Israele sta ottenendo èl’ostilità di tutti. Ma è una sensazione che rimane lì, sullo sfondo. Perché non sonopiù abituati a ragionare, ma a obbedire. E soprattutto, a risolvere tutto con la forza».Guarda come girano, dice. A tre a tre. D’istinto, come se fossero di pattuglia. Guar-da come si guardano intorno, dovesse esserci un cecchino. «Gli israeliani non sonomai stati più fragili di adesso che sono invincibili», prosegue. «E purtroppo stannomigliorando. Cioè, mentalmente si stanno adattando. E non è positivo. Perché inun paese in cui hai il rifugio anti-aereo in casa, essere normali non è normale».Abbatteranno l’Iran, dice. E poi? Che sarà di Israele?

LIMES La situazione umanitaria nella Striscia era critica già prima dell’offensiva israe­liana a Gaza City. Com’è ora?ABUˉ ‘AKAR È catastrofca sotto ogni punto di vista. Gaza andrebbe dichiarata zonadisastrata, come se vi si fosse abbattuta una devastante calamità naturale. Infatti dicalamità si tratta, ma non causata da madre natura. Circa due milioni di personevivono in condizioni che le Nazioni Unite descrivono di «totale disastro umanita­rio». Gli ospedali sono distrutti o resi inservibili e le medicine quasi introvabili, alpari di acqua potabile e cibo, malgrado il lieve allentamento delle maglie imposteda Israele all’ingresso di alimenti. I lanci di derrate effettuate da diversi paesi sonoun segnale politico ma all’atto pratico sono insuffcienti e molto imprecisi, ancheper la diffcoltà di intercettare i carichi da parte di persone debilitate e fortementelimitate nelle loro possibilità di spostamento. Nelle ultime settimane gli EmiratiArabi Uniti si sono distinti, per iniziativa del presidente Muõammad bin Zåyid,come il paese che fornisce più aiuti umanitari alla popolazione di Gaza: cibo, me­dicinali. Il problema, enorme, resta che l’assedio israeliano li fa entrare con ilcontagocce.Come ormai tutto il mondo sa, a soffrire di più sono i bambini, con tassi di malnu­trizione e mortalità elevatissimi. Il termine «carestia» è sdoganato per descriverequesta situazione ed è corretto. Le persone affrontano scelte impossibili: morire difame in silenzio o rischiare la vita in cerca di cibo e medicine, venendo spessouccise dal fuoco e dai bombardamenti israeliani. Con l’offensiva su Gaza City, tuttoquesto si è ulteriormente accentuato. Circa 400 mila persone (al momento dell’in­tervista, n.d.r.) sono fuggite verso il confne con l’Egitto, dove le Idf (Forze di di­fesa israeliane) intendono concentrare la popolazione, ma lì lo spazio per accam­parsi è ormai saturo. L’area urbana di Rafaõ è stata rasa al suolo e la zona di al­Mawåâø, dove le Idf indirizzano gli sfollati, scoppia. Insomma: scappano da un in­ ‘Gaza è una trappolama noi resistiamo’ Conversazione con Hånø ABÛ ‘AKAR, ex imprenditore di Œån Yûnisa cura di Fabrizio MARONTA

ferno per andare in un altro. Sotto il sole quasi estivo di questo periodo, nelletende si soffoca: durante il giorno la temperatura sfora facilmente i 40°, sei asse­diato dagli insetti e non c’è modo di lavarsi. Molti hanno ancora telefoni cellulari,ma in assenza di elettricità e combustibile per alimentare i generatori devono pa­gare per caricarli. A fare notizia sono giustamente i prezzi della farina al mercatonero, ma anche comunicare è un lusso. Chi resta a Nord, invece, quasi sempre lofa per mancanza di alternative: assenza di mezzi di trasporto o di soldi per pagarne,malati intrasportabili, debolezza, disperazione. Tecnicamente, Gaza è una gabbiada oltre diciassette anni. Ma oggi è diventata una terra bruciata da cui la stragrandemaggioranza della popolazione, pur volendo, non può uscire. Già prima dell’of­fensiva a Gaza City, le Idf avevano occupato il 75% circa della Striscia di cui con­trollano terra, cielo e mare. Quindi escono solo pochi fortunati.LIMES Quanti e verso dove?ABUˉ ‘AKAR Dalla chiusura del valico di Rafaõ con l’Egitto, secondo il ministero del­la Sanità di Gaza Israele ha consentito l’uscita a meno di 300 persone, soprattuttobambini e relativi familiari, per impellenti esigenze mediche. Nel caso dei palesti­nesi che hanno passaporto straniero e parenti di primo grado all’estero, soprattuttoin Europa e Nord America, sono stati concessi visti di uscita, in un numero chestimiamo compreso tra 3 e 5 mila. Questo a fronte di 64 mila palestinesi uccisi, dicui 18 mila bambini, come messo nero su bianco dalla Commissione d’inchiestadelle Nazioni Unite che ha ravvisato gli estremi del genocidio.LIMES La commissione dell’Onu ha puntato il dito anche sul sistema di distribuzio­ne alimentare, già ampiamente criticato. Qual è la sua opinione al riguardo?ABUˉ ‘AKAR Per mesi la Gaza Humanitarian Foundation, messa in piedi da israelianie americani, ha tenuto aperti solo quattro punti di distribuzione alimentare. Que­sti punti erano tutti volutamente lontani da dove risiedeva il grosso della popola­zione, almeno prima dell’offensiva a Gaza City. Sono a Sud, al confne con l’Egit­to, dove come dicevo Israele non fa mistero di voler spingere per fame la popo­lazione onde poi evacuarla attraverso il Sinai verso non si sa bene dove, svuotan­do così la Striscia. La gente, nelle condizioni che ho descritto, deve camminaredue­tre chilometri per raggiungere i centri. Questi centri a Gaza li chiamiamo«trappole della morte»: specie nelle prime settimane di distribuzione, ogni giornosono morte in media cento persone e due­trecento sono rimaste ferite dal fuocodei soldati israeliani aperto per «disciplinare» l’affusso ed evitare che la gente,affamata e disposta a tutto per accaparrarsi il cibo scarso, desse luogo a tumulti esi avvicinasse troppo ai soldati delle Idf che scortavano i convogli. È stato calco­lato che il sistema, specie all’inizio, abbia fatto entrare meno del 10% del fabbiso­gno alimentare di Gaza.Oltre al cibo, già prima dell’offensiva a Gaza City Israele ha usato la strategia dellaterra bruciata per spingere la gente verso sud. Da tempo ormai non prendeva dimira solo gli obiettivi militari, o quelli civili in cui fosse certa o fortemente sospet­ta la presenza militare di Õamås. Mediante i bombardamenti, i cannoneggiamenti

e i bulldozer abbatteva e continua ad abbattere infrastrutture civili chiave comescuole, ospedali, reti elettriche e idriche, centri delle Nazioni Unite. Il risultato èche già prima dell’ultima grande offensiva oltre il 90% della popolazione dellaStriscia risultava sfollata e ammassata in campi e siti dell’Unrwa (l’Agenzia delleNazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel VicinoOriente). Noi vediamo le proteste nel mondo e gli appelli al rispetto del dirittointernazionale, ma la realtà sul terreno è che, fnora, niente e nessuno ha potutoarginare l’azione di Israele.LIMES Come percepisce l’atteggiamento dell’Egitto rispetto a quel che sta avvenen­do a Gaza?ABUˉ ‘AKAR Esistono due società di trasporto fortemente legate al governo egizianoche prima della guerra lavoravano tra il Sinai e la Striscia. Si chiamano Sina e Hala.A guerra iniziata e prima che il valico di Rafaõ fosse chiuso, Hala si faceva pagaretra 7 e 10 mila dollari a testa per trafugare persone fuori dalla Striscia. L’altra so­cietà, che trasportava soprattutto alimenti e altri beni di prima necessità, allo scop­pio del confitto ha cominciato a estorcere anche 10­14 mila dollari per far arrivareil cibo. Poi l’Egitto ha chiuso il valico e il 19 agosto ha siglato con il governo isra­eliano un accordo da 35 miliardi di dollari per l’importazione di gas da Israele. Mipare questo dica tutto.LIMES Il governo israeliano motiva l’offensiva a Gaza City con la necessità di estir­pare ciò che resta della capacità bellica e operativa di Õamås. Cosa resta oggi diÕamås sotto il proflo militare?ABUˉ ‘AKAR È presto per dire cosa resterà dell’organizzazione dopo l’offensiva a Ga­za e le altre azioni israeliane, come il raid a Doha, che confermano la chiara volon­tà di annientare qualsiasi espressione e propaggine di Õamås, ovunque si trovi. Dicerto, le capacità operative dell’organizzazione – civili e militari – erano già forte­mente indebolite, ma non completamente annientate. Lo dimostra proprio l’opera­zione di Gaza. Sebbene funga da ulteriore pretesto per fare tabula rasa della Strisciae della sua martoriata popolazione civile, è certo motivata anche dalla residua matangibile presenza di miliziani e arsenali, nascosti nei tunnel. Finora, infatti, la vastae pervasiva rete di tunnel sotterranei che Õamås ha costruito negli anni sotto laStriscia è stata ampiamente danneggiata, ma non eliminata. Pertanto ha continuatoa essere una sfda seria per Israele, probabilmente la sfda militare maggiore. Maanche, e specularmente, una risorsa fondamentale per Õamås, che ne ha garantitofnora la sopravvivenza come entità militare, sebbene «ridotta» a tattiche di guerri­glia rispetto alle capacità precedenti.LIMES E sotto il proflo politico?ABUˉ ‘AKAR È ancor più diffcile rispondere, anche perché in questa situazione didevastazione e sradicamento sondare le opinioni in modo rappresentativo è im­possibile. Quello che posso dire aneddoticamente è che il costo enorme, in termi­ni umani e materiali, della guerra seguita all’infausto attacco del 7 ottobre 2023 hasicuramente alienato molti consensi a Õamås. Tuttavia, l’organizzazione sembra

conservare sacche non indifferenti di consenso in quanto simbolo di resistenza,specie in assenza di reali alternative politiche nel campo palestinese. Ci tengo achiarire che per la gente della Striscia e della Cisgiordania la resistenza non è per-cepita solo e tanto come una scelta emotiva, ma come un diritto. Noi viviamosotto occupazione dal 1967 e questa consapevolezza resta viva.LIMES Quindi uno Stato palestinese resta l’obiettivo ultimo?ABUˉ ‘AKAR Idealmente sì, ma perché si materializzi ci vuole una ferma volontà statu-nitense ed europea di imporlo a Israele, e questa volontà non la vedo. Perciò credoche la mia gente nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania sarebbe ormai anche dispo-sta a vivere in uno Stato unico come cittadini israeliani, al pari dei palestinesi che giàci vivono. Lo ha detto apertamente anche Muõammad Daõlån, il fondatore di Fatõ.Uno Stato che però garantisca a tutti pari diritti, che non ci deumanizzi e rispetti ilnostro diritto primario, che è quello di vivere. Visto oggi sembra un miraggio impos-sibile, ma uno Stato palestinese senza palestinesi non avrebbe alcun senso.

Parte IIi FRONTI MEDIORIENTALI

Per legittimare il suo progetto espansionista Netanyahu ha bisogno diun avversario credibile e potente. L’Iran è ormai inservibile. Ankaraè l’unica opzione. Per questo lo Stato ebraico ha aperto la caccia alturco, da Damasco a Doha. Ma la partita decisiva si giocherà a Cipro.