LIMES - Rivista Italiana di Geopolitica

La Turchia diventa il Nemico di Israele

di Daniele SANTORO

La Turchia diventa il Nemico di Israele

Autore: Daniele SANTORO


di Daniele SANTORO Il regime degli sciacallidura fno a quandosi sveglia il lupo.### Ertuãrul Gazi, Diriliú Ertuãrul

1.## L’IMPREVEDIBILE DESTINO DEL MARE FU nostrum verrà deciso dalla guerra promessa tra Turchia e Israele. O meglio dallaguerra che Israele promette alla Turchia. Ultima – e defnitiva – manifestazione del-la sconftta epocale subita dallo Stato ebraico il 7 ottobre 2023. Che Gerusalemmeha elaborato e vendicato prima cercando di ingaggiare un apocalittico duello mor-tale con la Repubblica Islamica, sventato da Donald Trump con gli innocui bombar-damenti dei siti nucleari iraniani del 22 giugno scorso – atto ostile nei confronti diNetanyahu, più che degli ayatollah. Poi con la carnefcina di Gaza. Pulizia etnica deipalestinesi (non solo della Striscia), con il cui sangue Israele intende lavare l’ontadel 7 ottobre. Non potrà riuscirci. E Netanyahu è il primo a esserne consapevole.Perché Õamås non è uno Stato, è un’idea, può non avere territorio, sopravviverenei cuori, tornare a germogliare nelle menti. Non può essere sconftto. E i palesti-nesi non possono essere il vero nemico. Se gli sciagurati straccioni di Gaza fosserominaccia letale alla sopravvivenza di Israele, Israele sarebbe uno Stato fallito. Circo-stanza peraltro verosimile, di cui l’attuale classe dirigente israeliana è probabilmen-te subcosciente, ma che non può naturalmente ammettere a sé stessa. Tanto dafare all-in al buio per invertire la drammatica tendenza. Trasfgurando il 7 ottobreda inizio della fne a fne dell’inizio, solenne avvento del Grandissimo Israele. MaNetanyahu ha bisogno di un nemico potente e credibile prima che israeliani, vittimee spettatori svelino il suo bluff. Non può esserlo l’Iran, cucciolotto impaurito pietri-fcato dalle prime carezze israeliane. Poco potente e altrettanto poco credibile. E inogni caso ormai sotto protezione degli Stati Uniti, che il 22 giugno hanno intesochiudere la partita. O al minimo impedire lo scontro diretto. L’unico che interessa a

Israele, dal momento che la Repubblica Islamica non ha più agenti di prossimità eche comunque la guerra per procura con Teheran sarebbe una minestra riscaldata.Messinscena alla quale non crederebbe più nessuno. Così come ormai (quasi più)nessuno in Israele crede alla raccapricciante messinscena allestita a Gaza.Dunque, non c’è alternativa. Israele ha bisogno della Turchia. Ankara deveessere il Nemico. Alla luce delle opzioni disponibili, non c’è altra scelta. Solo laguerra – per quanto latente – con la Turchia può permettere a Netanyahu di salva-re sé stesso e il suo utopicamente fanatico progetto geopolitico. Al quale il primoministro israeliano ha legato il destino dello Stato ebraico. O Grandissimo Israele,o morte. E il fatto che Ankara non abbia nulla a che fare con il 7 ottobre, che nonintenda distruggere Israele e che anzi prima del 7 ottobre si proponesse di stringe-re con esso intese reciprocamente vantaggiose è del tutto irrilevante. A Netanyahuserve che la Turchia sia il suo Nemico. Se la Turchia non vuole esserlo, lo sarà lostesso. E sarà un suo problema.

israeliane. Nel 2016 il presidente al-Søsø ne ha ceduto la sovranità all’Arabia Saudita.Provocando più di qualche alzata di sopraccigli in Israele, che ha dato il via liberaalla cessione solo nel 2022 1. E solo dopo aver avuto la certezza che i sauditi avreb-bero permesso agli americani di stabilirvi una base militare che diverrà inevitabil-mente una base israeliana 2. In tal modo Israele avrebbe nelle proprie mani la sicu-rezza dell’Egitto, dal momento che Tørån e Âanåfør sono la prima linea di difesa delSinai, dunque di Suez. E in caso di impraticabilità geopolitica del Canale o di col-lasso dell’Egitto, controllando le isole Gerusalemme può garantire una diramazionesicura della rotta medioceanica verso Eilat, e da qui al Mediterraneo. Questo spiegala fondamentale importanza nella grande strategia israeliana degli Emirati ArabiUniti, che dalle parti di Båb al-Mandab – tra Suqutrå e il Triangolo di Õalå’ib – agi-scono da superpotenza. I due paesi sono perfettamente complementari, come di-mostra il progetto Imec (India-Middle East-Corridor), volto a connettere l’Indo-Pa-cifco al Medioceano aggirando Båb al-Mandab e Suez.La grande strategia della Turchia incrocia le stesse acque. Muove dalla PatriaBlu – il territorio marittimo della Repubblica – per puntare verso Suez e lanciarsialla conquista dell’Indo-Pacifco. Dove Ankara ha già fssato i propri approdi inte-standosi la modernizzazione della Marina pakistana e dell’Aeronautica indonesia-na. Contestualmente, come Israele la Turchia cerca e trova alternative a Suez. Vediil corridoio Tripoli-Mogadiscio, che ambisce a snodarsi in quello che anche nel suomomento più buio i critici del presidente turco riconoscevano come «l’impero diErdoãan» 3. O la Strada dello sviluppo, che da Bassora – nelle cui acque i turchidispiegheranno due centrali elettriche galleggianti per rifornire di energia l’Iraq 4 –raggiungerà l’altopiano anatolico. Dove si congiungerà con il Corridoio centrale,che lega l’Anatolia alla Cina attraverso l’Asia centrale, il Caspio e il Caucaso, di re-cente impreziosito dalla Trump Route for International Peace and Prosperity. La cuifunzione strategica essenziale è legare la Turchia al Caspio, baricentro del mondoturco. Dunque alimentare l’ambizione di Ankara di integrare i mari periferici – Ne-ro, Caspio, Golfo – nella sua grande strategia medioceanica.Così, se le partite mediorientali sono partite medioceaniche e se i due princi-pali protagonisti di queste partite sono attori medioceanici con grandi strategiemedioceaniche, è inevitabile che il confronto tra tali soggetti abbia fnalità, naturae contesto medioceanici.E qui diventa decisiva la terza premessa: la relazione tra Turchia e Israele nonpuò più essere interpretata secondo i parametri degli scorsi decenni. Fino all’iniziodegli anni Dieci – simbolicamente fno all’incidente della Mavi Marmara – quellotra Ankara e Gerusalemme era un rapporto tra pari che poteva essere e restare tale Egypt», madamasr.com,

solo grazie a due storture: la Turchia viaggiava a regime geopolitico ridotto a causadelle costrizioni della guerra fredda prima e dello spaesamento dovuto al venirmeno di tali costrizioni poi; i turchi sovrastimavano Israele per via delle sue capa-cità tecnologiche di primo livello e della relazione speciale con gli Stati Uniti. Daalmeno quindici anni tali storture sono state corrette. La Turchia è ormai una gran-de potenza acclamata e conclamata 5, non ha dunque più alcun bisogno né dellecapacità tecnologiche israeliane né degli uffci della lobby ebraica nel Congressoamericano. Ankara non ha alcuna ragione ideologica o territoriale per coltivareostilità nei confronti di Israele, il quale al contrario rappresenterebbe un utile satel-lite regionale. Uno junior partner. Condizione che tuttavia lo Stato ebraico rifuta.E se fosse solo questo, il problema non si porrebbe neanche. Così come non siporrebbe se Gerusalemme intendesse continuare a impostare la relazione con An-kara da pari a pari. La trasformazione dirompente – che (forse) solo una rapidauscita di scena di Netanyahu potrebbe rendere reversibile – è che Israele vuolecredere di vivere una metamorfosi analoga a quella della Turchia, senza alcun ri-scontro oggettivo. Lo Stato ebraico ha iniziato a pensarsi grande potenza, e soprat-tutto ad agire come tale. In termini proporzionali l’uso della forza di Netanyahu èpiù spregiudicato persino di quello dell’amministrazione Bush all’epoca della Waron Terror. Israele rivendica territori che si propone di annettere o di distruggere.Delinea sfere di infuenza, disegna spazi imperiali, si nutre di ambizioni espansio-nistiche. È convinto di avere diritto all’impero sui territori che Allah e la storia han-no destinato ai turchi. E tra questi territori c’è anche «il territorio della nostra patria».Israele non immagina dunque quella con la Turchia come una relazione tradue imperi regionali – e già qui saremmo nel campo dell’assurdo. Gerusalemmeimmagina Ankara ridotta a vassallo da cogestire con gli americani. Condizione allaquale i turchi verrebbero ridotti replicando lo schema adottato con la RepubblicaIslamica: umiliazione militare, destabilizzazione, tentato cambio di regime. Ne-tanyahu sa che deve spezzare le gambe alla Turchia, unico attore – oltre ovviamen-te a Israele stesso – in grado di arginare l’espansionismo sionista. E sa che devefarlo presto, perché tanto il primo ministro israeliano quanto i suoi demoniaci ac-coliti sono perfettamente consapevoli che la realtà è molto diversa dalle loro fan-tasticherie imperiali. La Turchia è una grande potenza in ascesa, Israele una picco-la potenza viziata. Nel giro di un decennio Ankara avrà una conclamata superiori-tà militare. Per questo gli israeliani provocano e cercano i turchi ovunque. A Da-masco, a Doha. Soprattutto, a Cipro. Nel cortile anatolico. Dentro casa di Erdoãan.Ma prima di entrare nella mischia turco-israeliana è necessaria una nota dicontesto.

Regno di Grecia fu dovuta a un’iniziativa esogena. Quando nel 1821 si ribellaronoalla Porta, i leader nazionalisti greci strinsero un accordo con il governo britannicoin base al quale quest’ultimo avrebbe emesso dei bond aperti alla sottoscrizionepubblica per fnanziare i ribelli, i quali in caso di vittoria li avrebbero rimborsati congli interessi. I bond andarono a ruba, cosicché la vittoria ottomana che si prospetta-va a partire dal 1825 avrebbe causato una perdita patrimoniale ingentissima. E fuproprio per evitare tale crisi fnanziaria che Londra allestì la spedizione internaziona-le che affondò la fotta turco-egiziana a Navarino nel 1827 6, sconftta che AhmetDavutoãlu associa all’inizio della fne dell’impero ottomano7. La nascita della Greciafu dunque il frutto di una crisi fnanziaria abortita. Tanto che sotto il proflo econo-mico Atene rimase per decenni colonia britannica. E che il primo greco ascese alRegno di Grecia 81 anni dopo la sua fondazione, durante i quali l’orgogliosa nazionecantata dal wokista Lord Byron venne retta da un bavarese e da un danese.Nel 1912 – senza alcun altra motivazione se non quelle di estendere il proprioterritorio nazionale a danno dell’impero ottomano e massacrare la popolazioneturca, che Oltre Egeo subì in quegli anni il vero «primo genocidio del XX secolo»– la Grecia si lanciò insieme a Bulgaria e Serbia in una violenta ed efferata aggres-sione militare non provocata, nello spirito del tutto analoga all’invasione russa

Cipro

100 km70 km 386 km 386 km

Turchia

Rodi

Siria

Egitto

Grecia

Girne

Nicosia/

Lefkoşa

Lapta

Koruçam

Boğaz

Yeni İskele

Gazimağusa

Larnaca

Dhekelia

Geçitkale

Yeni Erenköy

Ziyamet

Paralimni

Kırklar

Yiğitler

Akıncılar

Kato Lefkara

Kalavassos

Kophinou

Moni

Limassol

Evangelos Florakis

(Ampliamento della base perconsentire l’accesso alle navida guerra della MarineNationale francese)

Palaikhori

Klirou

Akaki

Lefke

Mallia

Paphos

Polis

A. Nikolaos

Pedoulas

K. Pyrgos

Güzelyurt

Episkopi

Akrotiri

Andreas Papandreou

Consentito l’accessoalle navi russe Aeroporto civilee militare con accessoper gli aerei russi Base aerea turca Base navale turcain costruzione Zona grecaZona turcaZona cuscinettoBasi militari britannicheConfni distrettuali### Strade

Linea turcaLinea greca

dell’Ucraina, grazie alla quale sottrasse agli ottomani i territori oggi contesi, isolecomprese. La cui popolazione era per metà turca. Dopo l’intervallo della primaguerra mondiale i greci ripresero l’offensiva per conto dell’impero britannico, conla promessa di poter tenere per sé parte del bottino – non solo territoriale – con-quistato. I sogni di gloria dei mercenari di Venizelos si infransero nell’agosto 1921sulle rive del fume Sakarya, al termine di quella che Gazi Mustafa Kemal Atatürkconsiderava la battaglia campale più lunga della storia – ventidue giorni e ventiduenotti di combattimenti ininterrotti. Probabilmente la battaglia più importante dell’in-tera vicenda turca. Perché sul Sakarya venne arrestata la tendenza iniziata a Viennanel 1683, poi invertita l’anno dopo a Dumlupınar. Perché se sconftti i turchi d’A-natolia avrebbero irreversibilmente perso la loro indipendenza e la loro dignità. LaRepubblica di Turchia non sarebbe mai nata. E perché la sconftta avrebbe impli-cato la fne defnitiva del bimillenario fenomeno turco, dal momento che Kemal ei suoi compagni erano gli unici turchi al mondo a poter ancora lottare per la vita.«Dappertutto sconftti – ricorda l’eminente turcologo francese Jean-Paul Roux col-locandosi nell’agosto 1920 – i turchi sembrano condannati a non essere più gliartefci del loro destino. (…) Si è pronti a considerarli come vestigia storiche, allastessa stregua dei pellerossa, dei papuani e – perché no? – degli aborigeni d’Austra-lia» 8. I greci, dunque, non invasero semplicemente quella che ormai era già Tur-chia, minacciarono di estinguere la nazione turca.Circostanza che hanno sempre giustifcato come legittima vendetta per l’inva-sione della Grecia presuntamente compiuta dagli ottomani nel XIV secolo. Peccatoche all’epoca i turchi riuscirono a insediarsi nei Balcani solo perché accolti comeliberatori – dalle angherie dei propri governi dispotici e dalle persecuzioni dei«franchi», cioè degli europei – dai greci ortodossi. Disposizione d’animo universal-mente riconosciuta come il fattore che permise ai seguaci di Osman e dei suoisuccessori di farsi impero 9. Furono i greci a fare romani i turchi. Di loro spontaneavolontà. Nel loro interesse. Per garantirsi sopravvivenza e benessere. Non c’è maistata alcuna invasione turca della Grecia. Mentre ci sono state almeno due invasio-ni greche della Turchia. Di cui almeno una su commissione.Mezzo secolo dopo, nel 1974, il regime fascista al potere ad Atene riprese ilprogetto di Venizelos provando ad annettere l’intera isola di Cipro, con program-mato genocidio della minoranza turca del Nord. Costringendo Ankara a scenderea difesa della «fgliapatria» (yavru vatan) con un’acrobazia funambolica dal coeff-ciente proibitivo per le sue capacità militari di allora. E sfruttando la turcofobiadegli europei per distorcere la vicenda, narrandola come «invasione turca di Cipro».Nel 2004 i turco-ciprioti – con l’approvazione della Turchia – provarono a sanarela ferita votando a favore dell’unifcazione dell’isola sulla base delle condizionicontenute nel documento delle Nazioni Unite noto come piano Annan. I greco-ci-prioti votarono invece contro l’unifcazione. Sicché nell’Unione Europea entrò uni- 1963, The University of Chicago Press, p. 518.

camente la Repubblica Greca di Cipro Sud, vassalla di Atene. Convinta allora cheun giorno avrebbe potuto sottomettere i turco-ciprioti con ben altri modi e a benaltre condizioni. Come Israele con i palestinesi. E convinta oggi che quel giorno sia(quasi) arrivato.Ma rispetto al 1827, al 1912 e al 1919 – quando i britannici fecero sbarcare igreci in Anatolia – la tendenza è stata invertita. Prima da Atatürk, poi da Erdoãan.I greci sono invece rimasti gli stessi. Certi di poter infne realizzare i loro delirantiprogetti espansionistici fngendosi vittime dei turchi, dunque facendosi strumentodei nemici di Ankara. Britannici, russi, americani, europei continentali. E oggi sicu-ri di poter calare il jolly. Per questo militarizzano spregiudicatamente le isole con-tese, in violazione del trattato di Losanna. In assenza di minacce. Perché la Turchianon minaccia la Grecia. Per quanto tornare a Salonicco – città natale di MustafaKemal – sarebbe simbolicamente gratifcante, il gioco non varrebbe la candela. LaTurchia non ha alcuna intenzione di invadere o conquistare la Grecia, terra privadi risorse, di industrie strategiche, la cui popolazione non eccelle per capacità – adifferenza ad esempio di quella ucraina, le cui eccellenti capacità sono invece par-te della posta in gioco della guerra. Ankara ha tuttavia l’imperativo strategico – co-me lo avrebbe qualunque potenza nella sua condizione – di evitare che le acquee le isole prospicienti il proprio territorio nazionale siano sotto controllo nemico.Ha la necessità vitale di impedire che in acque e in isole collocate a poche miglianautiche da città popolate da milioni di persone – come ad esempio øzmir, checonta oltre quattro milioni di abitanti – vengano installate minacce potenzialmenteesiziali alla sicurezza della repubblica e dei suoi cittadini. Tali formulazioni vannointese in senso letterale. Per soddisfare il proprio imperativo strategico e la proprianecessità vitale la Turchia non ha bisogno di estendere la sua sovranità sulle acquee sulle isole che attualmente fanno parte della Repubblica di Grecia. La questionegeopolitica non è dunque la presunta volontà della Turchia di invadere la Greciao di annettere le sue isole e le sue acque, ma la irredimibile abitudine di Atene aconcedersi e a concedere il proprio territorio – acque e isole comprese – ai nemicidella Turchia.

mediato da Putin, salvataggio del regime in cambio di aperture all’«opposizione»,del rimpatrio dei profughi e della cogestione turco-russa della Siria. Ancora il 19settembre 2024, poco più di due mesi prima dell’inizio dell’Operazione Deterrenzadell’aggressione, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan invitava il presidentesiriano ad Ankara per conto di Erdoãan 10.La Turchia immaginava una transizione morbida, da gestire con la Russia. Di-geribile per l’America, soprattutto perché avrebbe ridimensionato il ruolo dell’Iranin Siria. Oggi si ritrova invece con un’enorme responsabilità, che forse travalica lerisorse disponibili. Prima dell’8 dicembre in Siria Ankara aveva tutto da guadagna-re, oggi ha tutto da perdere. Israele ha vissuto una trasformazione opposta. Primadell’8 dicembre a Damasco c’era un regime che lo Stato ebraico poteva bombarda-re ma con moderazione, perché sotto la protezione di Iran e (soprattutto) Russia.Oggi nella Siria centro-meridionale Netanyahu può fare tutto quello che vuole.Perché il regime di al-Šar‘ è di fatto orfano. Tanto che il suo protettore non (può)muove(re) un dito neppure quando Israele gli bombarda il palazzo presidenziale.Qui sta la vittoria tattica del premier israeliano. E forse di Trump, la cui ripetutaincoronazione di Erdoãan a sultano di tutte Sirie – nonché a top player della legageopolitica eurasiatica – suona come minimo maliziosa. È per questo che come havelenosamente stigmatizzato il presidente americano durante l’incontro alla CasaBianca del 25 settembre scorso il Reis «non vuole prendersi il merito di aver con-quistato la Siria» 11. Alla luce degli sviluppi in corso, l’ipotesi meno improbabile èche la presa di Damasco da parte dei ribelli floturchi sia stato un micidiale trappo-lone teso al Reis da Israele e Stati Uniti. Fai il fanfarone? Ti credi invincibile? Vuoila Siria? Adesso prenditela. Però vediamo se sei capace di tenertela. Perché in casocontrario, se non riesci a difendere il tuo uomo a Damasco, la credibilità che haifaticosamente costruito negli ultimi dieci anni va a farsi benedire. I tuoi amici tipercepiranno debole e non si fderanno più di te. I tuoi nemici ti crederanno vul-nerabile e ti attaccheranno.È questo il modus operandi che Israele intende adottare – sta già adottando– per contenere e se possibile incrinare la potenza della Turchia. Colpirla in tuttele sue ramifcazioni regionali, svelarne le vulnerabilità, costringere Ankara a inve-stire risorse vitali in teatri secondari. O ad abbandonarli. Con il rischio di perderela faccia. E non solo quella. La Turchia è oggi concettualizzata dai turchi e dai suoiinterlocutori innanzitutto come una potenza militare in grado di difendere i propriinteressi, che dunque è meglio non minacciare. È su tale capacità che Erdoãanfonda ormai principalmente la sua legittimità (geo)politica. Se cade questo mito,cade anche il mito di Erdoãan. Con tutte le conseguenze del caso.L’attacco a Doha del 9 settembre risponde a questo schema. Õamås è statoovviamente un pretesto, come lo è a Gaza. L’obiettivo di Israele era dimostrare alQatar – e a chi ha interesse a recepire il messaggio – che il suo protettore non è in

grado di difenderlo. Laddove dalla prospettiva di Israele il protettore di Doha nonè l’America ma la Turchia, che ha impedito il rovesciamento del regime di Ål-Ñånødurante la crisi del 2017 e ha poi dispiegato almeno tremila soldati nella base qa-tarina ¡åriq ibn Ziyåd, prima base turca nel Golfo dalla caduta dell’impero ottoma-no. Cedendo contestualmente al Qatar un numero imprecisato di droni e di altrisistemi d’arma avanzati e ottenendo in cambio una linea di credito (quasi) illimita-ta per fnanziare le proprie campagne in Libia, in Sudan, in Somalia e altrove.Malgrado tutto ciò, quando Israele viola spregiudicatamente la sovranità di Dohafornendo a essa e ai suoi alleati un casus belli eclatante, Erdoãan non può fare altroche intrattenere telefonicamente il caro emiro con qualche frase di circostanza.Il rischio insito nelle operazioni in Siria e in Qatar illustra effcacemente l’im-portanza della Turchia nella grande strategia israeliana. Dovuta alla banale consta-tazione che Ankara è l’unico attore in grado di sventare l’apocalittico piano diNetanyahu. Il quale sta portando alle illogiche conseguenze tre premesse geopoli-tiche ormai evidentemente oggettive. Prima: gli Stati arabi non servono a niente.Nessuno Stato arabo è neanche lontanamente in grado di svolgere le funzioniprecipue dello Stato: garantire sicurezza e benessere ai propri cittadini. Se gli Statiarabi non esistessero, nessuno ne sentirebbe la mancanza. Men che meno gli arabi.Seconda: popoli e Stati arabi sono e restano eufemisticamente divisi. La condizioneattuale del mondo arabo è quando di più lontano si possa concepire dall’idealedella umma. Se potesse agire libero da costrizioni, qualsiasi paese arabo dichiare-rebbe guerra a un discreto numero di Stati fratelli prima di dichiararla a Israele.Terza: per i despoti arabi i palestinesi sono un problema come e più che per Isra-ele. Se avesse la bacchetta magica, qualunque dittatore arabo farebbe sprofondareall’inferno Gaza e tutti i gaziani, così da poter continuare a fare affari indisturbata-mente con lo Stato ebraico. Tuttavia, bisogna ammettere che i governanti arabihanno sviluppato un geniale senso dell’ironia. La «Nato araba» meriterebbe un co-pione da commedia all’italiana.Alla luce di tali premesse, il proposito di Israele è piuttosto intuitivo e le ma-novre dello Stato ebraico nella regione drusa della Siria ne costituiscono la primadeclinazione pratica. Gerusalemme sa che qualunque Stato arabo può crollare alminimo scossone e che le Idf sono in grado di generare una violenza superiore aquella provocata da tale collasso – eccezion fatta forse per quello di Egitto e ArabiaSaudita – per evitare l’affermazione di un nuovo potere centrale o che l’anarchia sitraduca in pericolo esistenziale. Dopodiché, si tratterebbe di replicare il modellogiordano in (ulteriore) miniatura. Reclutare alleati locali sensibili alle risorse cheIsraele metterebbe loro a disposizione per rafforzarli – il Mossad non ha mai fati-cato a trovarli nel mondo arabo – o comunque inermi di fronte alla minaccia delloStato ebraico. Frammentare il territorio in micro-entità fondate sull’affliazione etni-ca, settaria, tribale. In quanto tali, perennemente in guerra tra loro. Se non altroperché altrettanto perennemente impegnate nello sterminio delle rispettive mino-ranze. Dunque non solo inoffensive ma dipendenti da Israele per la propria so-pravvivenza. Asservite al padrone che ne può decidere la vita e la morte.

Gaza

Mar Mediterraneo

Mar Nero

Mar Caspio

Kasımpaşa - quartiere di nascitadi Erdoğan. Lo stadio porta il suo nomePiazza Taksim - la piazza del Gezi Parkı,il luogo simbolo dell’opposizione cheErdoğan vuole “riconquistare”Ayasofya - Il simbolo della conquista di Istanbul

Nicosia

Lefkoșa - La capitale della “yavru vatan”,la “fglia-patria”. Citata da Erdoğan nel“discorso del balcone” del 2011

Gerusalemme

La terza città santa dell’islam. In un cortometraggiodel 2015 del regista gerosolimitano Muhāmmād Fatīh,Erdoğan viene annunciato come colui che avrebbe“liberato” la moschea di al-Aqsa

Gaza

Emblema della resistenza palestinese (Erdoğan: “Le lacrimedelle mamme di Gaza fanno piangere le mamme di Ankara”),al contempo simbolo e negazione del “principialismo”della geopolitica turca. Citata da Erdoğan nel “discorsodel balcone” del 2011

Dābiq

Luogo della battaglia che,il 24/8/1516, aprì a Selim Ila strada della Siria e dell’Egitto.L’operazione “Scudo dell’Eufrate”è iniziata il giorno del cinquecentesimoanniversario della battaglia

Sarajevo

La “Gerusalemme d’Europa”Simbolo della soferenza dei musulmanie della dimensione balcanica dell’imperoottomano. Unica città citata due volteda Erdoğan nel “discorso del balcone” del 2011

Çanakkale

Vittoria contro gli Alleati nella prima guerramondiale. Simbolo della resistenza nazionaleturca e dell’ostilità nei confronti dell’Europa### Söğüt Il villaggio in cui si stabilisce, presumibilmentealla fne del XIII secolo, Ertuğrul Bey, padredel fondatore della dinastia ottomana Osman Gazi.È da qui che inizia la saga degli ottomani

Aleppo

La porta del mondo arabo,la più ottomana delle città arabe

Rize

Città di origine dellafamiglia di Erdoğan

Malazgirt (Manzikert)

Luogo della storica vittoria dei selgiuchididi Alp Arslan contro i bizantini (1071)

Mosul

Il simbolo dell’amputazionedell’Impero ottomano,la città che unisce le ambizionidi Mustafa Kemal Atatürke quelle di Erdoğan

Siirt

Città dove il 12/12/1997 Erdoğan lessela poesia di Ziya Gökalp che ne causòl’incarcerazione e nel cui collegio il 3/3/2003è stato eletto per la prima volta deputato

Ankara

Città dove sorge il palazzo presidenzialeche riassume il potere, le ambizioni e lamegalomania di Erdoğan

Baku

Capitale dell’Azerbaigian, forse l’alleatopiù stretto della Turchia di Erdoğan.Le relazioni tra i due paesi vengono spessodescritte con la formula “una nazione, due Stati”.Citata da Erdoğan nel “discorso del balcone”del 2011

Baghdad

Capitale degli abbasidi. Città-simbolodella competizione tra ottomani e safavidie della rivalità tra sunniti e sciiti.Citata da Erdoğan nel “discorso del balcone”del 2011

Teheran

Nel gennaio 2014 Erdoğanl’ha defnita la sua “seconda casa”.Insieme ad Ankara, la secondacittà turca del mondo dopo Istanbul(gli azeri costituiscono circa unterzo degli abitanti di Teheran)

Damasco

La capitale degli omayyadi,città dove Erdoğanancora nel 2012 intendeva“recitare la preghiera del venerdì”

Il Cairo

La capitale dell’impero dei mamelucchi.La città dalla quale Erdoğan,nel settembre 2011,cercò di prendersi il mondo arabo

Israele non può estendere la propria sovranità in modo propriamente imperia-le, ma può riuscire a dominare con la violenza la sua profondità difensiva e a dre-narne le risorse strategiche verso il centro. Con la complicità della superpotenza, lasostanziale ininfuenza dei suoi presunti sfdanti e nell’assenza di una reale contro-parte regionale. L’Iran non riesce a difendere nemmeno sé stesso. La Turchia nonè (ancora) sicura di saperlo fare, e per il momento spera di non doverlo scoprire.Perché un eventuale confronto (in)diretto con Israele senza una vera posta in giocosarebbe potenzialmente catastrofco per la grande strategia anatolica. Per questoIsraele intende provocarlo. Lo Stato ebraico elegge Ankara a Nemico non (solo) perla necessità di sostituire quello precedente, ormai inservibile. Gli israeliani sono piùconsapevoli dei turchi che la potenza della Turchia sta strabordando e che è soloquestione di (poco) tempo prima che i territori sui quali lo Stato ebraico intendeinstaurare il suo infernale dominio si associno in una qualche forma alla Repubbli-ca fondata da Mustafa Kemal. È un processo geopolitico totalmente indipendenteda Israele. Dunque completamente diverso dalla presunta minaccia dell’Iran, il cuiprogetto imperiale è (meglio era) costitutivamente vincolato allo Stato ebraico. Laparvenza di impero persiano esisteva grazie a Israele. L’impero turco esisterà. Cono senza Israele. Il quale vede oggi nella Turchia l’ordine regionale a guida turca chereggerà la regione domani – e che tra l’altro per gli israeliani sarebbe la più salvif-ca delle salvezze. Il processo è forse già irreversibile. Ma Israele non ha scelta.Oggi potrebbe essere troppo tardi, domani lo sarà sicuramente.

co-militare con Grecia e Repubblica Greca di Cipro Sud. Forgiato nel periodo diostilità senza precedenti con la Turchia seguito all’incidente della Mavi Marmaradel 2010. Reso strategico dall’attitudine di greci e greco-ciprioti cui si è fatto cenno,che ha permesso allo Stato ebraico di catturare due clienti di peso geopolitico nonirrilevante con la vaga promessa di sostenerne il velleitario revanscismo. Indipen-dentemente dalla Turchia, si tratta di un’entrata strategica di enorme importanza.Anche perché alimentabile con la spartizione del bottino energetico del Mediterra-neo orientale, alle spalle e alla faccia dei turchi. E che oggi diviene di valore ine-stimabile. Illuminante, in tal senso, quanto propone l’ex vicepresidente della IsraelAerospace Industries ed ex consulente di diversi ministri israeliani Shay Gal: «Isra-ele, in coordinazione con Grecia e Cipro, deve preparare un’operazione d’emer-genza per liberare il Nord dell’isola. Tale operazione dovrebbe neutralizzare lecapacità della Turchia di far arrivare rifornimenti dalla terraferma, eliminare i siste-mi di difesa aerea a Cipro Nord, distruggere i centri di comando e intelligence einfne togliere di mezzo le Forze armate turche, restaurando la sovranità internazio-nalmente riconosciuta di Cipro. Tale operazione di emergenza dovrebbe esserebattezzata “Rabbia di Poseidone”, per mettere in risalto il dominio marittimo e ledevastanti conseguenze di un worst-case scenario. Questo nome evidenzia l’impor-tanza che Israele attribuisce alla salvaguardia degli assetti marittimi strategici e allapercorribilità delle rotte critiche per la sicurezza regionale» 12.Si tratta di uno scenario realistico. Le Forze armate di Israele possono dare agreci e greco-ciprioti la potenza militare per attaccare la Turchia a Cipro, la suaintelligence può fornire loro il pretesto e la sua lobby l’indispensabile mistifcazio-ne globale degli eventi – vedi da ultimo la copertura mediatica occidentale dellacosiddetta guerra di Gaza, la più letale delle armi israeliane. Lo stesso Gal – la cuivisione è tutt’altro che estranea all’attuale leadership israeliana – delinea lo sconta-to copione: «Cipro Nord è una terra di nessuno internazionale che garantisce allaTurchia e a gruppi terroristici come Õamås e la Forza Quds un’illimitata libertàoperativa» 13. Dunque, a Cipro Nord ci sono Õamås, i pasdaran, lo Stato Islamico, illupo cattivo e l’uomo nero, mentre gli eroici greci si sono assunti la responsabilitàmorale di aiutare Israele a liberare il mondo dal Male.Per la Turchia rischia di essere il classico incubo geopolitico. In primo luogoperché a Cipro ci sono (molti) soldati e armamenti turchi, che sarebbero obiettivonaturale di qualunque attacco alla metà settentrionale dell’isola anche se non lofossero intenzionalmente. Inoltre, Cipro Nord non è Doha o Damasco. La Repub-blica Turca di Cipro Nord è la «fgliapatria». La sua difesa equivale a quella dellamadrepatria. È fatta dello stesso sentimento. La sola allucinazione di permettere aisionisti che fanno piangere le mamme di Ankara ammazzando i bambini palestine-si di mettere le grinfe sull’amata prole che i padri difesero a costo della vita incondizioni ben più drammatiche sarebbe onta che neppure secoli di penitenza

geopolitica potrebbero lavare. Se Israele dichiara guerra alla Turchia a Cipro permezzo dei vassalli greci, la Turchia la guerra la deve combattere. E la deve vincere.Muovendo da una posizione particolarmente svantaggiosa – gli israeliani si confer-mano maestri della tattica. Dando per scontato che precludendosi di attaccare ilterritorio nemico ci si condanna alla sconftta anche in una guerra di difesa, difen-dere con successo Cipro Nord da un attacco greco-israeliano implicherebbe infig-gere potenzialmente ingenti danni materiali e umani a un paese dell’Unione Euro-pea. Combattendo la guerra su procura di un’entità che non esiste, mentre la Re-pubblica Greca di Cipro Sud è pur sempre membro del più prestigioso circolo diaristocratici decaduti del mondo. I quali fra l’altro riconoscono il territorio eventual-mente aggredito come proprietà del loro socio. La reazione della Turchia verrebbeconsiderata legittima alla luce dell’attacco nemico e dell’uccisione di soldati turchi?Da chi? In uno scenario di questo tipo crollerebbero parecchie certezze. In moltidovrebbero prendere decisioni concretamente dolorose. Per primi gli europei, chenon potrebbero schivare le loro responsabilità come a Gaza e in Ucraina. Fermorestando che a decidere il corso immediato degli eventi – come ormai da tradizio-ne a suo svantaggio – sarà Trump, nella cui condotta geopolitica di prevedibile c’èsolo l’imprevedibilità. Che rende naturalmente imprevedibili anche le scelte di ri-vali e satelliti, alcuni dei quali potrebbero intravedere opportunità irripetibili.Al di là della (im)probabilità dello scenario cipriota, la sua evoluzione illustrail proposito perseguito da Israele. Infiggere alla Turchia una sconftta eclatante chene comprometta il prestigio globale, ne incrini irrimediabilmente l’infuenza regio-nale, ne pregiudichi la stabilità interna. O impantanarla in un confitto infnibile conle stesse conseguenze. Così da arrestarne la marcia imperiale.

gneria) dell’aereo da guerra di quinta generazione Kaan. Il rapporto tra Ankara eLondra – anche alla luce del ruolo di quest’ultima a Cipro – è peraltro particolar-mente interessante. La cooperazione militare turco-britannica è stata istituzionaliz-zata nel Türkiye-UK Defense Industry Council e il Regno Unito ha manifestatoconcreto interesse per l’acquisto di droni turchi. Tra i due paesi è in vigore dal2021 un accordo di libero scambio e sono in corso negoziati per aggiornarlo, men-tre nella «National Security Strategy 2025: Security for the British People in a Dan-gerous World» la Turchia viene defnita «essenziale (imperative) per gli interessi disicurezza del Regno Unito in Europa e sui fanchi della Nato» 17. Altrettanto notevo-le è la foritura dei rapporti con il Giappone. Ad agosto Nakatani Gen è stato ilprimo ministro della Difesa nipponico a compiere una visita uffciale in Turchia 18.Godendosi l’ormai classico grand tour anatolico tra gli stabilimenti che produconodroni e altre meraviglie, conclusosi con un promettente accordo di collaborazionetra le agenzie delle industrie della difesa dei due paesi. Obiettivo: coprodurre ivelivoli senza pilota made in Türkiye, con il Giappone che si occuperebbe dei si-stemi di comando a terra.La potenza turca cresce a vista d’occhio, di giorno in giorno. E più cresce piùdiventa diffcile per Israele attaccarla senza pagare dazio. Al di là di tutto la diffe-renza cruciale tra gli approcci turco e israeliano è di natura temporale. Israele nonsa se domani esisterà ancora, vive nel costante rischio di autoimplodere, si sente incorsa contro il tempo. Per molteplici ragioni – confgurazione dell’ordine geopoli-tico globale, dinamiche regionali, sviluppo interno – la Turchia sa di essere a buonpunto di un percorso impervio e ambizioso, intravede l’ancora lontana meta, masa soprattutto che non può accelerare la marcia né precipitare gli eventi, pena ilrischio di smarrire la retta via. O di trovarsela occlusa. Dunque deve inquadrarel’indesiderato confronto con Israele nella propria equazione di medio-lungo perio-do e armonizzarlo alla propria grande strategia. Rendendolo a essa funzionale.Emblematica è la recente evoluzione del rapporto con l’Egitto di al-Søsø, nemi-co giurato di Erdoãan per almeno un decennio. L’ingresso del Cairo come partnera tutti gli effetti nel programma dell’aereo da combattimento di quinta generazioneKaan è uno sviluppo che nel medio periodo può cambiare notevolmente equilibrie rapporti di forza della partita medioceanica. L’Aeronautica egiziana verrà struttu-rata sugli aerei di produzione turca 19. Soprattutto – anche alla luce della forentecooperazione militare con la Turchia – i Kaan verranno esportati in Arabia Sauditae negli Emirati Arabi Uniti come made in Egypt, così da camuffare il fantasma ne-o-ottomano. Grazie alla Turchia, l’Egitto può diventare lo hub militare e tecnologi-co del mondo arabo. Dunque potenzialmente riguadagnare la centralità geopoliti-ca di epoca nasseriana.

Japan Times, 20/8/2025.

A tal proposito, non è banale ricordare che alla base della rassegnazione degliarabi nei confronti della prepotenza di Israele sta la consapevolezza che alla lucedella corruzione dilagante e dell’incompetenza altrettanto dilagante dei loro regimiqualsiasi confronto con lo Stato ebraico è perso in partenza. Non perché Israele siatroppo forte, ma perché i paesi arabi sono troppo deboli. Ma se la Turchia garan-tisse a Egitto, petromonarchie del Golfo, Iraq e Siria la parità militare convenziona-le nei confronti di Israele (nel giro di un decennio è possibile), addestramentodelle truppe secondo gli standard Nato (come all’Azerbaigian) e una regia geopo-litica consapevole e lungimirante, il confronto arabo-israeliano diventerebbe unaltro sport. Che la Turchia si godrebbe dagli spalti anatolici. Tale evoluzione rap-presenterebbe in ogni caso – Israele o non Israele – un obiettivo strategico prima-rio della grande strategia imperiale di Ankara, che da almeno un paio di decenniormai è alla ricerca della formula magica per sottomettere gli arabi senza che se neaccorgano. Ma la minaccia israeliana ha evidentemente indotto gli strateghi anato-lici a rivedere più o meno profondamente l’approccio tattico.Qualunque precauzione – intesa con Trump, accordi con gli europei, avvici-namento mutuamente vantaggioso agli arabi – non cancella tuttavia la spietata re-altà geopolitica. A meno di un violento rovesciamento di Netanyahu, la Turchiadeve prepararsi alla guerra (di prossimità?) con Israele. Sotto tutti i profli. Econo-mico, fnanziario, energetico, mediatico. Senza dimenticare ovviamente il fronteinterno. Ankara parte nettamente sfavorita. Dunque vincerà. Dopo il fallito golpedel 15 luglio 2016 era opinione comune che le Forze armate turche fossero allosbando e che non avrebbero potuto combattere guerre per decenni. Un mese do-po ebbe inizio l’Operazione Scudo dell’Eufrate, innesco del processo che in pocopiù di otto anni ha condotto i turchi a Damasco – o quantomeno ad Aleppo. All’a-pice dell’offensiva russo-irano-siriana su Idlib sembrava scontato che in assenza deiPatriot americani la Turchia si sarebbe arresa e avrebbe ceduto il sangiaccato aisuoi nemici. I quali si stanno ancora leccando le ferite inferte dagli F-16 e dai dro-ni turchi. Pochi mesi dopo, Õaftar e i suoi padrini erano certi che nessuno – menche meno Erdoãan – avrebbe potuto impedirgli di godersi l’happy hour sul lungo-mare di Tripoli. Analogamente, il 26 settembre 2020 nessuno avrebbe potuto cre-dibilmente ipotizzare che nel giro di un mese l’Azerbaigian avrebbe schiantato leForze armate armene e riconquistato il Nagorno Karabakh, nell’indifferenza dellaRussia. E si potrebbe continuare.La Turchia ha imparato una regola fondamentale della competizione geopoli-tica. Non mostrare mai tutta la propria potenza. Lasciar intravedere lo stretto neces-sario. Sprigionare il resto all’improvviso, solo se serve veramente. E solo se gli altrinon se lo aspettano. Perché «quando cade in trappola il lupo non pensa a comescappare, ma a come vendicarsi» 20.

Gli attacchi degli õûñø dimezzano gli introiti del Canale,ostacolando le ambizioni economiche e strategiche di al-Søsø.I progetti portuali con capitali arabi. La relazione energetica conIsraele e l’influenza turca. L’Etiopia è una spina nel fianco.