L’Egitto ha un problema con Suez
Autore: Antonella CARUSO
di Antonella CARUSO 1.## L’EGITTO È PER GLI EGIZIANI «LA MADRE DEL mondo» (Umm al-dunya), un’espressione che ricorre spesso nel lessico familiare aindicare l’infuenza che le sue civiltà antiche hanno esercitato nel mondo allora co-nosciuto, e di cui sono ovviamente orgogliosi. Il loro presidente ‘Abd al-Fattåõ al-Søsøintende ripristinare quella grandezza, oscurata dalla crisi economico-fnanziaria edall’indebolimento del ruolo regionale del Cairo, e fornire di quell’espressione pro-ve concrete passando dalle parole ai fatti. Così, nel solco dei suoi antenati faraonicie dei suoi più recenti predecessori, il rivoluzionario Nasser e il premio Nobel per lapace Sadat, al-Søsø punta a realizzare megaprogetti infrastrutturali destinati non sol-tanto a stimolare la crescita economica e la creazione di posti di lavoro, ma anche amodernizzare l’Egitto riportandolo al centro della geopolitica mediorientale. Fortedegli investimenti dei paesi arabi del Golfo e avverso ad analisi e a studi che metto-no in dubbio priorità, costi e benefci di questa sua opera modernizzatrice nel corsodella crisi attuale, il presidente egiziano persegue il piano ambizioso di urbanizzarele coste e il deserto – così allentando la pressione demografca sul Cairo e sul deltadel Nilo – dotandoli di infrastrutture di trasporto all’avanguardia. In questo contestoriveste un’importanza particolare la zona del Canale di Suez, che rimane cruciale aifni della sicurezza nazionale e del commercio marittimo mondiale, alla luce delleripercussioni della guerra israeliana a Gaza, dell’instabilità nel Corno d’Africa e dellacompetizione regionale e internazionale nelle acque del Mar Rosso.Il piano di sviluppo della zona del Canale di Suez comprende una vasta areache si estende da al-‘Arøš, a nord della penisola del Sinai, fno a ‘Ayn al-Suœna a suddi Suez. Con tale progetto presentato come patriottico e destinato a ridare dignità alpopolo egiziano dopo il trentennio negativo della presidenza di Hosni Mubarak e ilcatastrofco esperimento islamista di Muõammad Mursø, al-Søsø intende smarcarsi daisuoi predecessori integrando per la prima volta la Penisola del Sinai al corso del
Nilo e al suo delta. Avuta la meglio su gruppi terroristici sostenuti dal contrabbandocon Gaza e guadagnata la lealtà di tribù alienate dal sottosviluppo cui la negligenzagovernativa aveva condannato il Sinai (in particolare la sua parte settentrionale) fndal suo ritorno all’Egitto nel 1982, il leader egiziano si muove velocemente per rea-lizzare progetti infrastrutturali lungo un nuovo asse di sviluppo Est-Ovest, accanto altradizionale asse Sud-Nord centrato sul Cairo e sul Mar Mediterraneo. La stabilitàacquisita è protetta attraverso un’azione che comprende diplomazia, investimenti eproiezione di forza, in nome dell’interesse nazionale e del prestigio regionale.A nord-est della penisola, la devastante guerra di Israele a Gaza mette a duraprova le relazioni politiche dell’Egitto con lo Stato ebraico, ma non ne ostacola lapartnership economica. Malgrado la temuta rioccupazione israeliana e l’emigrazio-ne forzata di buona parte della popolazione palestinese nel Sinai, il confitto nonha compromesso la frma del contratto di importazione di gas israeliano annuncia-ta il 7 agosto scorso. Del valore di 35 miliardi di dollari e della durata di quindicianni, il progetto prevede la costruzione di un gasdotto israeliano terrestre lungo 45chilometri, da Nitzan ad al-‘Arøš, per la fornitura di 20 miliardi di metri cubi in unaprima fase, cui si aggiungeranno altri 110 miliardi di metri cubi entro il 2040.L’export israeliano, che si avvale anche del gasdotto sottomarino lungo 90 chilome-tri da Ashkelon ad al-‘Arøš,, rappresenta il 15-20% del consumo egiziano. L’Egitto dial-Søsø, che pure aspirava a diventare un protagonista energetico nel Mediterraneocon la scoperta del giacimento di gas offshore Zohr nel 2015, deve accontentarsi diessere un consumatore del gas israeliano a seguito del declino della produzione diquel giacimento e dell’aumentato consumo interno.A dispetto di questa inversione di ruolo, la propaganda governativa rileval’importanza del contratto ai fni dell’integrazione energetica con Israele e dellafornitura di ingenti quantitativi di gas che andranno a sostituire l’importazione benpiù onerosa di gas naturale liquefatto (gnl). Salvato l’interesse nazionale, l’Egittopuò riconfermarsi garante della stabilità regionale e diventare un futuro centro perla liquefazione del gas naturale e il suo export verso i mercati europei 1. In questavisione governativa, la centralità egiziana nel Mediterraneo si accompagna alla suafunzione ancor più capillare di nodo di congiunzione tra Asia, Africa ed Europaattraverso il Canale di Suez, nel quale confuiscono l’azione modernizzatrice di al-Søsø e le ripercussioni negative della guerra israeliana a Gaza.

fuenza francese. Ottenuta una prima concessione nel 1854, Lesseps ne comincialo scavo nell’attuale Porto Said e, al costo di investimenti esorbitanti e di numerosevite umane, il Canale è inaugurato in pompa magna nel 1869 dal viceré Ism呸l nonprima di averne ceduto il 44% delle azioni alla Gran Bretagna.Il Canale di Suez, che pure incentiva la crescita economica e urbana dell’Egit-to, si trasforma, quasi un secolo dopo la visione di Lesseps, in un casus belli. Na-zionalizzato nel 1956 dal presidente rivoluzionario Nasser e chiuso nel corso deiconfitti arabo-israeliani che seguirono, riapre al commercio internazionale nel1975 sotto l’impulso pacifcatore e modernizzatore del suo successore, Anwar Sa-dat. Assurge così a simbolo della rinascita egiziana dopo il duro ventennio diguerra. Estendendosi e ampliandosi con canali e bretelle aggiuntive, si arricchisceanche di ponti e di tunnel per facilitare il traffco bidirezionale e soddisfare le esi-genze del commercio mondiale. Il progetto di modernizzazione perseguito daSadat è infne ripreso dal presidente al-Søsø che, con una visione ancor più ambi-ziosa, non si limita alla mera realizzazione del Nuovo Canale di Suez ma intendetrasformare l’area limitrofa di 76 mila kmq – la Zona economica del Canale di Suez(Zecs) – in uno hub industriale, logistico, di trasporto e d’innovazione connesso aimari, alle coste e al deserto 2. Defnito come il progetto economico più importantedel paese, la Zecs abbraccia il Nord e il Sud (da Porto Sa’id a ‘Ayn al-Suœna pas-sando per Suez), l’Est e l’Ovest (da al-‘Arøš a Nuova Damietta passando per PortoSaid; da Ism呸liyya al Cairo passando per Nuova Ism呸liyya; da Suez e ‘Ayn Suœnaalla Nuova capitale amministrativa, posta a metà strada tra le due).Serviti da strade, ferrovie, ponti, porti e aeroporti, bretelle e canali, nuovi com-plessi industriali si sviluppano accanto a impianti logistici e a nuove città destinatead accogliere il personale preposto al loro funzionamento. Nella visione del presi-dente egiziano, la Zecs dovrebbe attirare investimenti dell’ordine di 55 miliardi didollari nei prossimi quindici anni e creare un milione di posti di lavoro 3. Sono anco-ra i porti e il Canale di Suez a fare la parte da leone. A rivestire un’importanza parti-colare è infatti lo sviluppo del porto e dell’area di ‘Ayn al-Suœna, a sud-ovest di Suez.Collegato ai servizi e ai porti lungo il Mar Rosso fno ad al-‘Arøš, questo porto di ac-que profonde ha attirato investimenti stranieri ed egiziani, pubblici e privati, ospitan-do, tra l’altro, fn dal 2013 impianti per la ricezione, la produzione, lo stoccaggio el’esportazione di greggio, gas naturale e loro derivati. La compagnia di Abu DhabiDp World ha acquistato il 90% delle azioni del porto nel 2008, mentre capitale emi-ratino è investito anche nel megaprogetto petrolchimico Tahrir che, ancora in fasedi completamento, dovrebbe diventare nel 2027 il più grande impianto di crackingpetrolifero mondiale, con un costo stimato di circa undici miliardi di dollari.A nord, Dp World ha di recente frmato un accordo con l’Autorità della Zecsper lo sviluppo e la gestione dell’area industriale e logistica Kezad a Porto Said Est.Centrato sul suo porto strategico localizzato all’imbocco settentrionale del Canale
di Suez e lungo l’asse mediterraneo Est-Ovest, l’accordo prevede l’usufrutto di 20kmq per cinquant’anni in cambio di un investimento totale stimato in 120 milionidi dollari. La frma di questo accordo in un’area e in un settore strategici per la si-curezza e lo sviluppo economico egiziani ha fatto registrare reazioni contrastantipresso l’opinione pubblica, restia a cedere qualsivoglia porzione del territorio na-zionale senza la previa consultazione popolare e parlamentare, nonché sospettosanei confronti di megaprogetti che, come nel caso di ‘Ayn al-Suœna, non sembranorealizzare i ritorni fnanziari o i posti di lavoro annunciati 4.Reazione ben più violenta aveva provocato, qualche anno prima, la cessioneall’Arabia Saudita delle isole Tørån e Âanåfør, situate strategicamente all’imbocco delGolfo di ‘Aqaba, a sud-est del Sinai, che controllano l’accesso ai porti di ¡åbå (Egit-to), Eilat (Israele) e ‘Aqaba (Giordania) nonché alla Line, la città futuristica sauditaal centro del megaprogetto di sviluppo Neom. Contrastata legalmente da avvocatie giuristi egiziani, questa cessione aveva provocato rare manifestazioni di piazza el’arresto di centinaia di manifestanti nel 2016-2017. La sovranità delle due isoletorna oggi alla ribalta nei social media a seguito della notizia, non confermata,circa la costruzione di una base militare americana fnalizzata a garantire e monito-rare la navigazione attraverso il Canale di Suez. La notizia è stata immediatamentenegata dall’Arabia Saudita che, in un post su X, rivendica il possesso e assicura ladifesa delle isole «dopo la loro cessione da parte dell’Egitto e l’evacuazione di tuttoil personale militare internazionale che vi era presente in passato» 5.Lo stato legale di Tørån e Âanåfør rimase indefnito fno al 1949, quando l’occu-pazione israeliana delle due isole spinse l’Arabia Saudita a chiederne all’Egitto la ri-conquista l’anno successivo. Il deterioramento delle relazioni egiziano-saudite du-rante il regime rivoluzionario di Nasser trasferì il disaccordo sul possesso delle isoleal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, mentre la loro rioccupazione da parte di Israelenel 1967 terminò con la cessione all’Egitto, a seguito del trattato di pace di CampDavid nel 1978-1979. L’Arabia Saudita non smise tuttavia di rivendicarne il possesso,che le sarebbe stato riconosciuto dal governo di Hosni Mubarak già nel 1982. Lareazione popolare contro la decisione governativa e poi parlamentare di cederleall’Arabia Saudita sarebbe stata anche conseguenza della propaganda elettorale ul-tranazionalistica del presidente al-Søsø due anni prima, nel corso della quale si erascagliato contro il deposto presidente islamista Muõammad Mursø e i Fratelli musul-mani, accusandoli «di fare concessioni territoriali ai palestinesi nella Penisola del Si-nai, al Qatar nella zona del Canale di Suez e al Sudan nel Triangolo di Õalå’ib» 6. LaCorte suprema egiziana riconobbe infne la sovranità saudita delle isole nel 2018.Che la controversia continui ad agitare l’opinione pubblica egiziana testimoniala valenza ideologica delle due isole e la loro funzione strategica per l’Egitto e peri restanti paesi della regione. Israele ha formalmente riconosciuto la loro cessione
all’Arabia Saudita nel 2022, così come richiesto dall’accordo di pace israelo-egizia-no di Camp David, e avrebbe spianato la strada a un imminente accordo di Abra-mo con il colosso arabo e a una ridefnizione dell’architettura di sicurezza nel MarRosso. La guerra a Gaza ha frenato la normalizzazione con l’Arabia Saudita e hafavorito, invece dell’interconnessione di quest’ultima con Israele, un irrobustimen-to del suo legame politico e fsico con l’Egitto. Parallelamente al suo sostegnoall’eradicazione dell’ideologia e dell’organizzazione dei Fratelli musulmani, Riyadfornisce al Cairo importanti aiuti fnanziari, l’ultimo di cinque miliardi di dollari perprogetti di sviluppo, necessari a far fronte alle obbligazioni di un debito esterooramai arrivato a oltre 150 miliardi di dollari, alle futtuazioni della sua moneta,alla diminuzione del prezzo del greggio e al rallentamento della crescita economi-ca dovuto anche alla guerra e alle sue violente ripercussioni regionali.È recente il completamento dello studio di fattibilità per la costruzione di unponte di collegamento tra i due paesi che, già presente nella Visione 2030 saudita,acquista il nome di Ponte di Mosè a indicare il comune retaggio religioso dei pae-si del Mar Rosso e la portata storica di questa straordinaria opera infrastrutturale.Lungo trentadue chilometri e provvisto di autostrada e di linea ferroviaria veloce,il ponte congiungerebbe l’Asia con l’Africa attraverso lo Stretto di Tørån e l’isolaomonima, aprendo la via terrestre del commercio e del turismo reciproci. Il proget-to, del costo di quattro miliardi di dollari, verrebbe fnanziato interamente da Riyad.Nell’ottica comune di diventare il nodo centrale delle reti di trasporto mondiali, incui si gioca una partita importante della competizione sino-americana: il CorridoioIndia-Medio Oriente-Europa (Imec) per Riyad e l’iniziativa cinese Belt and Road(Bri) per Il Cairo 7. Il ponte di Mosè dovrebbe congiungere Neom con Šarm al-Šayœ, Suez e la Nuova capitale amministrativa.Il presidente egiziano lancia nella ridda dei porti anche ¡åbå, dove ha appenaannunciato il megaprogetto di ampliamento dello scalo che si connetterà a quello dial-‘Arøš via un corridoio ferroviario lungo circa 350 chilometri, rendendo quest’ultimoun’alternativa possibile al porto israeliano di Haifa (l’approdo mediterraneo dell’I-mec) se il solco tra Israele e i paesi arabi si approfondisse all’ombra del drammaticoconfitto a Gaza. Il partenariato – o la dipendenza dell’Egitto dall’Arabia Saudita,come alcuni analisti defniscono questa relazione bilaterale – rappresenta un ele-mento centrale per la stabilità del Mar Rosso, soggetto all’azione destabilizzante deiribelli õûñø in Yemen, alla guerra civile in Sudan e alle crisi del Corno d’Africa. 2023 si registravano investimenti cinesi per oltre otto miliardi di dollari. Il Canale di Suez, attraversocui transita il 60% del commercio cinese verso l’Europa, è diventato parte integrante della Bri. Opacorimane il suo interesse militare nei porti egiziani. M. AMR SALAH, «China’s growing maritime presencein Egypt’s ports and the Suez Canal», Middle East Institute, 3/11/2023.
ta recente di ridurre le tariffe di transito del 15% e a dispetto dell’assenza di attacchicontro imbarcazioni commerciali nell’anno in corso, la navigazione sul Mar Rossomigliora ma stenta a riprendere i fussi quotidiani precedenti la guerra a Gaza. Diconseguenza, il Canale continua a perdere il 50% del suo traffco abituale. Si tratta

di perdite nell’ordine dei miliardi di dollari all’anno, che si aggiungono al rischiodella crescente competizione con porti e passaggi alternativi per il commercio ma-rittimo internazionale. Tra questi ultimi si annovera non soltanto il già menzionatoImec, ma anche la Strada dello sviluppo turco-irachena sostenuta da Qatar edEmirati Arabi Uniti, nonché la rotta marittima settentrionale che attira sempre piùattenzione nella geopolitica dei corridoi marittimi.In questo contesto, non stupisce che al-Søsø si affretti a potenziare la capacità ela sicurezza del Canale di Suez e a svilupparne la zona industriale limitrofa. È in-fatti necessario battere la concorrenza sui tempi. Non stupisce nemmeno la suapurtroppo vana azione diplomatica per porre fne al confitto di Gaza, dove sigioca non soltanto il futuro della Palestina ma anche la stabilità interna e regionale.Occorre privare gli õûñø del loro casus belli nel Mar Rosso. Ma se la pace passaanche qui per Gaza, la sua ricerca è resa ancor più diffcile dall’instabilità del Cor-no d’Africa cui contribuisce, e non poco, la rivalità regionale e internazionale.Il decennio 2010-2020, inaugurato con i moti arabi di protesta contro regimirepubblicani dittatoriali e sclerotizzati, è stato contrassegnato da tensioni e rivalitàmediorientali capaci di trasformare in breve tempo confitti civili in guerre per pro-cura regionali. Nel Mar Rosso esse si sono acuite anche in considerazione dell’im-portanza strategica dello Stretto di Båb al-Mandab, attraverso cui transita il 10-12%del commercio marittimo mondiale in direzione del Mediterraneo per il tramite delCanale di Suez. Oltre allo Yemen, il Corno d’Africa e il Sudan hanno visto intensi-fcarsi la competizione dell’Arabia Saudita con gli Emirati così come la loro comuneostilità al Qatar, alla Turchia e all’Iran contro i Fratelli musulmani e il Jcpoa (l’ac-cordo sul nucleare iraniano). Per l’Egitto si è trattato non soltanto di rivendicare lasua tradizionale infuenza in questo mare, ma anche di impedire al rivale etiope aesercitarvene alcuna.Le coste del Mar Rosso si sono pertanto arricchite di basi militari preposte adassicurarne il transito e a impedirvi il contrabbando di armi e droghe. La lotta in-ternazionale alla pirateria prima e agli õûñø poi è all’origine di alcune di esse. Inquesto mare oramai militarizzato, l’Egitto ne conta tre, volte a ripristinare la sicu-rezza senza tuttavia prendere parte, uffcialmente, all’Operazione Guardiano dellaprosperità a guida americana, per non interferire nel confitto civile yemenita eschivare le accuse di difendere Israele dagli attacchi degli õûñø.Si tratta tuttavia di un equilibrismo precario. Dopo avere rifutato di parteciparealla guerra saudita-emiratina contro i ribelli yemeniti nel 2015, l’Egitto si unisce all’A-rabia Saudita nel promuovere il Consiglio degli Stati africani e arabi del Mar Rosso edel Golfo di Aden, da cui gli õûñø sono ovviamente esclusi. Prende inoltre parte alleCombined Maritime Forces (Cmf) a conduzione americana, assumendo il comandodella Task Force 153 nel 2022 e ancora nel 2025. Di base a Manama, in Bahrein, la153 ha il compito di accompagnare gli sforzi internazionali per la sicurezza maritti-ma, in particolare di prevenire e contrastare azioni (soprattutto contrabbando di ar-mi) di attori illeciti non statali (õûñø, Õamås, Õizbullåh, al-Šabåb, al-Qå‘ida e StatoIslamico) nel Mar Rosso, nello stretto di Båb al-Mandab e nel Golfo di Aden.
Il Cairo, che vanta la fotta più grande del Medio Oriente e fgura al tredicesimoposto nella classifca mondiale, ha inaugurato nel 2020 la base navale di Barnøs, aest di Aswån e a novanta chilometri a Nord del Triangolo di Õalå’ib, la zona conte-sa con il Sudan, soltanto due anni dopo l’apertura di un’altra grande base militarelungo la costa mediterranea orientale vicino ad Alessandria e l’espansione di un’al-tra a nord-ovest. Le tre basi, si legge nel quotidiano flogovernativo al-Ahram, ga-rantiscono la sicurezza dei confni, proteggono gli interessi economici e mantengo-no l’interno del paese sicuro. In particolare la base di Barnøs, che serve tutti i ramidelle Forze armate egiziane, ha lo scopo strategico di «rendere sicure le coste meri-dionali dell’Egitto, salvaguardarne gli investimenti economici e la ricchezza naturale,fare fronte alle sfde della sicurezza nel Mar Rosso e proteggere il traffco marittimointernazionale nel corridoio vitale tra Båb al-Mandab e il Canale di Suez. La nuovabase consolida la posizione dell’Egitto tra i maggiori eserciti del mondo» 8.Oltre agli attacchi degli õûñø e alla penetrazione strategica turca e iraniana nelCorno d’Africa e in Sudan, Il Cairo tiene d’occhio l’Etiopia, per la quale la stabilitàsudanese e l’accesso al Mar Rosso rimangono obiettivi geostrategici primari. Con lesue basi militari costruite a tempo di record, l’Egitto di al-Søsø rafforza dunque la de-terrenza e proietta forza anche nei confronti del suo rivale africano, del quale conte-sta il controllo di acque ancora più vitali per la sua sicurezza: il corso del Nilo.
L’Egitto contraccambia inviando sei mesi dopo armi e soldati alla Somalia sullabase di un’intesa che, nelle intenzioni di Mogadiscio, deve rinnovare e migliorare lamissione di peacekeeping dell’Unione Africana sostituendovi le truppe etiopi. Unafragile pace somalo-etiope è frmata a fne 2024 con la mediazione turca 9. Gibuti, dacui dipende il 95% del commercio etiope, ha invece rigettato di recente la richiestadi Addis Abeba di aprire un corridoio fno al Porto di Tagiura e di costruirvi unabase navale. In Sudan, i due rivali condividono l’interesse politico di mettere fnealla guerra civile e quello geostrategico di assicurarsi il controllo delle frontiere controil massiccio esodo di profughi e contro minacce alla sicurezza nazionale – infltrazio-ne di elementi radicali islamisti e contrabbando di armi dall’Iran verso Gaza e il Liba-no, per l’Egitto; formazione di un asse costituito da elementi eritrei, dell’esercito su-danese, dell’insurrezione nell’Amhara e della dissidenza nel Tigrè, per l’Etiopia.I due antagonisti perseguono una linea diversa nel confitto sudanese senzadeterminarne l’esito, ma la recente visita del capo dell’intelligence etiope a PortoSudan testimonia il pragmatico tentativo del paese di aprirsi corridoi commercialiverso il Mar Rosso, alla luce della quasi totale dipendenza da Gibuti e della comples-sa relazione con l’Eritrea, contro cui prospetta l’uso della forza per assicurarsi l’acces-so al Porto di Assab diventato anch’esso, come Gibuti, oggetto di rivalità. L’Etiopiamantiene tuttavia il vantaggio di esportare energia elettrica sia a Gibuti sia al Sudan 10.Le crisi del Mar Rosso sono molteplici e complesse. Oltre alla guerra civile inYemen e alle ramifcazioni della guerra israeliana a Gaza, esse si nutrono dell’in-stabilità interna di alcuni paesi e delle interferenze di altri che da quell’instabilitàtraggono vantaggi, materiali e strategici. La crescente militarizzazione delle sueacque si accompagna all’acuirsi della competizione regionale per il controllo deisuoi porti e delle sue vie di accesso e di transito. In questo contesto, l’Egitto si ri-trova a non essere più l’attore politico principale né il garante maggiore della sicu-rezza. Ma se per i non egiziani l’antico regno dei faraoni non è mai stato la madredel mondo e nemmeno il suo centro, il genio di Lesseps e la visione ambiziosa diIsm呸l ne decretarono un secolo e mezzo fa, con l’apertura del Canale di Suez,l’importanza vitale per l’interconnessione marittima tra l’Asia, l’Africa e il Mediter-raneo. Il presidente al-Søsø difende l’incomparabile vantaggio di questo passaggiomarittimo in un contesto nazionale in crisi e in uno regionale instabile, impegnan-dosi ad assicurare il transito e il commercio internazionali lungo gli assi regionaliNord-Sud ed Est-Ovest al cui centro intende riconfermarsi.Dopotutto, l’Egitto è per gli egiziani Umm al-dunya. 7/6/2025; «Saudi Arabia’s Strategic Investments in Eritrea’s Port of Assab Amid Rising Regional Ten-sions», Eritrea Focus, 11/3/2025.
Malgrado i duri colpi subiti, la milizia yemenita continua a giocaresu due livelli: per la leadership interna e per lo status regionale.L’offensiva israeliana dopo il fiasco americano. Le ambiguità russe ecinesi. L’appoggio iraniano resta, ma non è più quello di prima.