Il nuovo Levante non è una partita chiusa
Autore: Lorenzo TROMBETTA
NON È UNA PARTITA CHIUSA di Lorenzo TROMBETTA sembrano più prossimi che mai a entrare nell’orbita americana grazie all’azionemilitare del governo di Binyamin Netanyahu e alle pressioni congiunte di altri al-leati chiave degli Stati Uniti come l’Arabia Saudita. Ma il nuovo Medio Oriente,segnato dall’indebolimento iraniano e dalla sconftta di Õizbullåh in Libano, restaun cantiere aperto. Diversi tasselli vanno ancora posizionati su scala sia locale siaregionale.In Siria, l’amministrazione americana è chiamata a mediare tra lo Stato ebraicoe un membro della Nato, la Turchia. Nello scenario post-2024 Ankara sembra es-sersi assicurata il controllo, senza precedenti nell’ultimo secolo, di ampie regionidella Siria settentrionale e centrale. Deve tuttavia fronteggiare l’espansionismo isra-eliano a sud di Damasco e la presenza militare curdo-siriana a est dell’Eufrate.Anche qui è determinante il ruolo degli Stati Uniti, che mantengono ancora leproprie truppe nel Nord-Est siriano al confne con Turchia e Iraq.In Libano, il pressing diplomatico americano e quello militare israeliano percostringere Õizbullåh al disarmo hanno dato fnora risultati contrastanti. Le autori-tà libanesi insistono nel voler raggiungere tale obiettivo per imporre il monopoliodella violenza da parte dello Stato, ma devono fare i conti con la realtà sul terreno.Disarmare il Partito di Dio è una manovra politica complessa che va oltre gli aspet-ti meramente tecnici di chi detiene le armi e che tocca le corde sensibili della lot-tizzazione comunitaria in vigore da decenni. Una fotografa realistica della situazio-ne è stata scattata dal premier israeliano: «Le nostre vittorie contro Õizbullåh hannoaperto una fnestra su possibilità inimmaginabili, come quella di una pace con inostri vicini del Nord», ha dichiarato lo scorso 21 settembre. «Stiamo conducendocontatti e ci sono stati alcuni progressi con i siriani, ma questa è ancora una visio-ne per il futuro». Nelle stesse ore in cui Netanyahu parlava ai suoi ministri, un
drone israeliano colpiva un’auto nel Sud del Libano, uccidendo un padre e i suoitre fgli. Quattro vittime, probabilmente «collaterali», di un attacco contro un pre-sunto membro del gruppo armato sciita, ucciso in sella a una moto vicino allavettura della famiglia libanese. Secondo l’esercito israeliano l’uomo, obiettivo delraid, «operava in un’area abitata da civili e in violazione degli accordi tra Israele e### Libano». Da una prospettiva israeliana e statunitense, la presenza della popolazione nelSud del paese dei Cedri e in altre aree libanesi tradizionalmente dominate daÕizbullåh, insieme all’incessante e cruento braccio di ferro intersiriano per il con-trollo del territorio, costituiscono il principale ostacolo alla realizzazione di unMedio Oriente sempre più sottomesso alla visione di Netanyahu e del presidenteamericano Donald Trump. La partita per il dominio del Levante è dunque tutt’altroche chiusa. Ciascun attore – su scala locale, regionale e internazionale – gioca lesue carte. Dosando pragmatismo e retorica e cercando di sfruttare al meglio la suaposizione ora dominante, ora subalterna, in una dinamica in continua evoluzione.Quello che segue è un giro d’orizzonte dei vari quadranti siriani e libanesi arricchi-to da una serie di informazioni aggiornate alla fne di settembre e raccolte da con-tatti di Limes sul terreno. Il Sud del Libano è contiguo col Golan e il Sud-Ovest siriano I territori libanesi e siriani più prossimi a Israele seguono al contempo dina-miche nazionali e regionali. L’occupazione militare israeliana nel Sud del Libano ei tentativi di disarmare Õizbullåh – tramite l’esercito libanese e, in parte, la missio-ne Unifl, in via di smantellamento entro la fne del 2026 – procedono su un per-corso che sembra scollegato da quanto accade nella vicina Siria. Qui il governo diDamasco è in procinto – mentre si scrive – di annunciare un accordo storico conTel Aviv per la defnizione dello status quo militare nelle regioni di Qunay¿ra,Dar’å e Suwaydå’.Da una prospettiva israeliana, però, queste aree libanesi e siriane fanno partedi un’unica corona difensiva intesa come zona cuscinetto per allontanare eventua-li minacce iraniane e di attori flo-iraniani. Tutto il Sud del Libano, la valle libanesedella Biqå‘ e parte del Sud-Ovest siriano sono stati a lungo un avamposto di Tehe-ran a nord di Israele. Lo tsunami innescato il 7 ottobre 2023 ha cambiato profon-damente gli equilibri dell’area proprio a scapito dell’Iran e dei suoi clienti siriani elibanesi. In un simile contesto lo Stato ebraico tenta di svuotare il Sud del Libanodei suoi abitanti con incessanti raid aerei, la distruzione sistematica delle infrastrut-ture civili e l’occupazione militare in cinque postazioni lungo la linea di demarca-zione; e negozia con Damasco una smilitarizzazione, di fatto, di tutto il Sud-Ovestsiriano. Così facendo il governo Netanyahu intende guadagnare a nord e a nord-estspazio utile per mettere in sicurezza la Galilea e il Golan.Lo statuto delle Alture, strappate alla Siria nel 1967, non è in discussione. L’al-topiano strategico è stato annesso nel 1981 e riconosciuto come israeliano nel 2019
dagli Stati Uniti, durante il primo mandato di Donald Trump. Sei anni dopo, pro-prio quest’ultimo sembra ora in grado di ottenere tramite i suoi emissari un accor-do assai più vantaggioso per Israele che non per la Siria: il pieno controllo dellavetta del Monte Hermon da parte dell’esercito israeliano; il mantenimento di fattodi una zona neutra fno a lambire la periferia di Damasco e un tratto siriano dell’au-tostrada Damasco-Beirut; e la garanzia dell’apertura del corridoio aereo siriano perpoter colpire nuovamente l’Iran. Uno sviluppo strettamente collegato alla ridefni-zione degli equilibri dell’enclave drusa di Suwaydå’. Dopo i sanguinosi scontridello scorso luglio, il governo siriano ha negoziato con Stati Uniti e Giordania, conIsraele sullo sfondo, un compromesso almeno temporaneo con le forze druse lo-cali. In base a tale accordo, la regione di Suwaydå’ rimane neutrale e non potràessere usata come base per eventuali azioni militari contro lo Stato ebraico. La valle della Biqå‘ e il ridotto alauita con le sue basi russe Risalendo più a nord, la valle della Biqå‘ e il confne siro-libanese costituisco-no un altro quadrante chiave per la defnizione di nuovi e vecchi equilibri di pote-re. Õizbullåh, forte nella zona di Ba‘albak e nel tratto libanese dell’alta valle dell’O-ronte, è sparito dal territorio siriano nelle ore successive al dissolvimento del pote-re degli Asad in Siria l’8 dicembre 2024. Dalla scorsa primavera le nuove forzegovernative di Damasco, in gran parte formate dalle milizie a lungo comandatedall’attuale leader siriano Aõmad al-Šar‘, hanno tentato di stabilire un controllo sullato siriano del confne, concentrandosi in particolare sullo snodo di Quâayr, dal2013 al centro di feroci battaglie tra Õizbullåh e gli allora rivoltosi siriani della pia-na di Õims. E a marzo l’Arabia Saudita, alleata degli Stati Uniti, si è proposta comemediatrice tra Siria e Libano per un accordo quadro sulla «sicurezza» del confne ela «lotta al contrabbando di droga e armi». I sauditi sembrano così aver asseconda-to, in cambio di benefci politici nel Levante, l’esigenza americana e israeliana disigillare il fanco orientale dell’Hezbollistan nella Biqå‘. All’esercito di Beirut, chia-mato alla missione quasi impossibile di disarmare il movimento sciita libanese, èstato anche chiesto di coordinarsi con gli ex miliziani qaidisti, novelli guardiani delconfne occidentale siriano. In questo quadro, Israele conduce giornalieri raid aereinella valle della Biqå‘, mantenendo alta dal cielo la pressione sui quadri politici emilitari di Õizbullåh.L’accordo siro-libanese sulla sicurezza del confne mediato dai sauditi non haperò impedito a migliaia di civili siriani di attraversare, a marzo, il confne tra i duepaesi per cercare rifugio dai massacri confessionali compiuti dagli stessi uomini dial-Šar‘ contro comunità alauite della costa mediterranea, da più parti identifcate colpassato regime. Formalmente, oggi la regione a maggioranza alauita, tra il porto diLatakia e quello di ¡ar¿ûs, è sotto il controllo di Damasco, ma la situazione sulterreno rimane molto tesa. I pogrom della primavera non sono stati certo dimenti-cati e hanno lasciato cicatrici sociali e politiche diffcilmente rimarginabili nel pros-simo futuro.

All’indomani del cambio di potere, la vendetta si è abbattuta con maggior vio-lenza sulle campagne di Latakia nel Nord, mentre l’area di ¡ar¿ûs più vicina al Li-bano è stata in parte risparmiata. La libertà di movimento tra Damasco e le duecittà è costantemente messa in discussione dalla presenza di decine di posti diblocco governativi o dei loro ausiliari, specialmente attorno a Õimâ e lungo la stra-da che porta da quest’ultima a ¡ar¿ûs, attraversando la cosiddetta Valle dei Cristiani,a due passi dal confne col Libano. All’interno del ridotto alauita, sacche di sunni-smo militante, molto polarizzato e sempre più radicale, si consolidano sulla costamediterranea con retoriche e pratiche che a molti ricordano l’Afghanistan talebano.In questo stesso fazzoletto di terra, a tre ore di volo dall’Italia, la base navalemilitare russa di ¡ar¿ûs rimane in piedi, ridotta però a una banchina di attracco. Cosìcome resta formalmente aperta e funzionante la base aerea russa di Õumaymøm,nei pressi dell’aeroporto di Latakia. Mosca ha per ora negoziato con Damasco unasua permanenza militare in Siria, in un compromesso che sembra far comodo aentrambi gli attori. Sebbene il governo siriano sia quasi del tutto sottomesso allescelte strategiche di Turchia e Stati Uniti, ci tiene a mostrarsi capace di trattare conla Russia, attore chiave nelle dinamiche globali. L’Eufrate è il prossimo fronte di guerra Sull’altro lato della Siria, Ankara e Washington hanno fretta di chiudere a favo-re di Damasco la partita curda e imporre alle forze curdo-siriane un accordo tutt’al-tro che rassicurante con il nuovo governo. Ma i curdi di Siria, nonostante l’annun-cio della fne della lotta armata da parte dei vertici del Partito dei lavoratori curdi(Pkk), non hanno alcuna intenzione di consegnarsi disarmati agli uomini di al-Šar‘.Dalla loro non hanno però molte carte, in uno scenario in cui questa parte delpaese è dominata ormai solo da Turchia e Stati Uniti.Per sette anni, dal 2017 al 2024, il Nord e il Nord-Est siriano erano stati gesti-ti secondo le regole della spartizione tripartita russo-turco-iraniana. Il meccanismodefnito durante il processo di Astana – dal nome della capitale del Kazakistandove sono stati ospitati per anni gli incontri tra i rappresentanti di Russia, Turchiae Iran – prevedeva che Ankara si occupasse del Nord-Ovest della Siria. In talecornice i turchi operavano indisturbati dall’ex enclave curda di ‘Afrøn fno allacampagna orientale di Aleppo, passando per la regione di Idlib, roccaforte dellemilizie comandate da al-Šar‘. Dal 2019 le forze turche avevano però esteso la lorooccupazione militare della regione settentrionale, prendendo il controllo del qua-drilatero a nord di Raqqa, tra l’Eufrate e il confne con l’Iraq. Repubblica Islamicae Federazione Russa, dal canto loro, operavano a sud e a ovest del fume, conMosca che gestiva alcuni avamposti in zone miste arabe e curde a est dell’Eufratee in parziale coabitazione con le truppe statunitensi. Nel corso dell’ultimo anno lasituazione è in parte mutata: gli iraniani e i russi hanno lasciato l’Ovest e l’Est si-riani. Americani e turchi si spartiscono una delle regioni potenzialmente più ric-che di tutto il Medio Oriente. Seppure ridotte di numero (da circa duemila unità
alle attuali 900), le truppe di Washington continuano a rafforzare le loro basi nelNord-Est della Siria e sono presenti sul terreno nelle regioni orientali, a sud diÕasaka e a est di Dayr al-Zawr. Qui conducono quasi ogni giorno esercitazioni emanovre con le forze curdo-siriane presenti sul campo. Uffcialmente gli StatiUniti sono dispiegati nell’area per combattere lo Stato islamico (Is) alla guida del-la coalizione multinazionale. Ma all’ombra di questo cappello formale, l’aviazioneamericana compie da anni azioni militari fuori dal Nord-Est siriano: a Idlib, doveha affermato di aver ucciso diversi leader dell’Is; e nella Siria centrale, dove ainizio settembre ha condotto un’azione con forze speciali aviotrasportate per uc-cidere un altro presunto esponente di spicco dello Stato Islamico. Per riuscirci gliUsa si coordinano tatticamente con la Turchia e, più di recente, con i suoi clientisiriani ora al potere a Damasco.Anche in virtù di questa prolungata e sempre più estesa presenza militare,Washington è il principale dominus nel negoziato tra il nuovo governo di al-Šar‘ ele forze curdo-siriane. L’inviato speciale americano Thomas Barrack, ambasciatoread Ankara e amico di lunga data di Donald Trump, ha più volte espresso in priva-to la sua frustrazione nei confronti della riluttanza curda ad accettare un accordocon Damasco. Ma per la leadership di Qåmišlø l’eventuale intesa equivarrebbe auna vera e propria capitolazione, soprattutto dopo le violenze compiute dalle forzegovernative e dai loro ausiliari contro le comunità alauite a marzo e quelle druse amaggio (a Damasco) e a luglio (a Suwaydå’).In una chiacchierata a porte chiuse avuta ai primi di settembre, un leader tri-bale siriano dell’infuente confederazione degli ‘Anaza, che controlla tra l’altro lazona che va da Õimâ all’Eufrate passando per l’oasi di Palmira, ha dichiarato a Li-mes che «se il governo (di Damasco) lo richiede, siamo pronti ad aprire il fronte diguerra contro i separatisti curdi. Per quanto mi riguarda, faccio parte di un frontemilitare che unisce almeno 200 mila combattenti pronti a liberare le regioni orien-tali». Al netto della retorica bellicista di attori locali in cerca di promozione politicasu scala locale e regionale, la dichiarazione trova riscontro in una serie di perlustra-zioni effettuate lungo tutto il fronte eufratico, che dalla regione orientale di Aleppoarriva a Båôûz, lì dove l’Is si arrese nel 2019 e l’Eufrate scivola nel vicino Iraq. Suentrambe le rive del fume la parola d’ordine è: «Pronti a combattere». Per tuttal’estate e buona parte di settembre si sono verifcati scontri sporadici, ma semprepiù frequenti, nella zona di Raqqa e a est di Aleppo, lungo le trincee che separanole forze governative siriane da quelle curde. A molti sono sembrati tentativi delleparti di saggiare sia la capacità del fronte rivale di rispondere a eventuali attacchi,sia l’intenzione della controparte di gestire al rialzo o al ribasso la potenziale esca-lation. Una scelta, ovviamente, del tutto politica.Gli Stati Uniti chiedono ai curdi di confuire nelle fle del governo siriano. Ilquale pretende però la consegna delle armi e lo smantellamento totale dei repar-ti femminili, circa 20 mila combattenti. Le donne non hanno spazio nell’universopolitico-militare concepito da chi ha preso il potere in Siria. In cambio al-Šar‘ e isuoi alleati turchi e americani hanno, per ora, offerto ben poco ai curdi: in un
accordo quadro di marzo tra Damasco e Qåmišlø i curdi siriani sono stati ricono-sciuti come parte integrante del tessuto sociale del paese. Ma non si è andati oltretale affermazione, senza dubbio signifcativa e inedita nella storia contemporaneadella Siria. Ci si chiede perché mai i curdi dovrebbero rinunciare alle armi, perce-pite come ultimo baluardo alla difesa di uno status quo di semi-autonomia in vi-gore dal 2012. E ci si interroga su come potranno essere gestite le risorse locali, acominciare dal petrolio e dall’acqua. L’approccio di Damasco al riguardo si è f-nora basato su un centralismo pressoché assoluto, in piena continuità col passatobaatista. In fondo il modello politico a cui al-Šar‘ e i suoi giovani colonnelli si ri-fanno è proprio quello di una Siria dominata da un potere fortemente accentrato-re: chi prende la capitale prende – anche in senso letterale – tutto il paese. ADamasco ne sono convinti.In tale scenario è possibile che gli Stati Uniti continuino a mediare tra Ankara,il governo siriano e le forze curde. Ma non è escluso che un incidente, anche mar-ginale, possa innescare sanguinose violenze su scala locale. A differenza dei mas-sacri di civili alauiti o degli scontri con le forze druse – seguiti da attacchi indiscri-minati alla popolazione di Suwaydå’ – l’eventuale confronto militare tra forze go-vernative e curde vedrebbe due schieramenti quasi alla pari, e per questo non sa-rebbe risolvibile nell’arco di pochi giorni con la vittoria di una parte sull’altra. Unoscontro militare sull’Eufrate, con gli inevitabili contorni di eccidi a sfondo comuni-tario (arabi vs curdi), attirerebbe quasi subito l’azione diretta della Turchia a soste-gno di Damasco in nome della «lotta al terrorismo». Ciò obbligherebbe gli StatiUniti a intervenire con la politica e forse anche con le armi, fnendo per generarenuove sacche di radicalismo, instabilità e frammentazione. Siria e Libano sempre più deboli e dilaniati al loro interno I paesi di Šåm – così come i geograf arabi hanno per secoli indicato i territoria nord (šåmal) della Penisola Arabica – rimangono divisi, deboli e ostaggi dellepolitiche predatorie dei vari attori esterni e interni. A dispetto dei buoni propositiespressi dai nuovi e vecchi poteri emersi da guerre e cambi di regime, lo stallodomina la scena politica e sociale. Sviluppo e integrazione rimangono un miraggio,immaginato solo da alcuni circoli delle società civili sempre più emarginate e spin-te all’esilio. Lo Stato, con la sua capacità di gestire in maniera inclusiva e virtuosaservizi e risorse e dosare in modo sostenibile sicurezza interna e apertura versol’esterno, è una chimera. Sul terreno resta una congerie di milizie, gruppi armati,eserciti più o meno regolari, partiti politico-confessionali espressione di élite localie nazionali e clienti a loro volta di quello o quell’altro attore straniero. In questaterra politicamente desolata e fsicamente devastata, Israele sembra avere buongioco nel breve e medio termine. Ma alimenta nuovi cicli di violenza politica chepotrà essere abilmente sfruttata, incanalata e rivestita di retoriche religiose da altriattori – come l’Iran per esempio – in nome della resistenza armata all’espansioni-smo americano-israeliano tra Mediterraneo e Oceano Indiano.
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