LIMES - Rivista Italiana di Geopolitica

L’illusione saudita di Islamabad

di Francesca MARINO

L’illusione saudita di Islamabad

Autore: Francesca MARINO


di Francesca MARINO 1.## L’ARABIA SAUDITA E IL PAKISTAN HANNO frmato un accordo strategico di mutua difesa, il cui contenuto e linguaggio richia-mano l’articolo 5 della Nato, per cui un attacco a uno dei due paesi sarà conside-rato un’aggressione a entrambi.Immediatamente a Rawalpindi, quartier generale dell’esercito pakistano, sonoesplosi i festeggiamenti. I capi militari hanno esultato e gli analisti – nei media ri-gidamente controllati dal governo – si sono lasciati andare a dichiarazioni più omeno scomposte sulla «Bomba musulmana» pronta a colpire Israele, discettando suuna fantomatica «geopolitica islamica».In Pakistan si blatera di izzat (onore) e status, riconquistati grazie all’esercitopiù forte del mondo, ora considerato anche poliziotto del Medio Oriente e deifratelli in Allåh. L’idea, alimentata dalla retorica militare, è che Islamabad abbia f-nalmente trovato il partner disposto a riconoscerne il ruolo di potenza islamicadotata di deterrenza nucleare.A Riyad però lo scenario è completamente diverso. Nessun bagno di folla,nessuna esibizione plateale: solo il silenzio studiato dei corridoi del potere, doveprincipi e funzionari hanno registrato l’accordo come un successo tattico, una vit-toria discreta e quasi scontata.Per i sauditi, l’intesa rappresenta una polizza assicurativa a costi contenuti. Peri pakistani, invece, è la prova di un’alleanza «tra pari», la conferma che il loro arse-nale atomico incute timore e che il mondo musulmano guarda al Pakistan come alproprio baluardo. La differenza di percezioni non potrebbe essere più netta: l’au-tocompiacimento di un paese che sogna di guidare l’islam globale si oppone alpragmatismo di una monarchia abituata a trasformare il denaro in infuenza.Il copione non è affatto nuovo. Già ai tempi del generale Raheel Sharif, excapo di Stato maggiore dell’esercito pakistano, si era formata una coalizione mili-

tare islamica antiterrorismo con sede a Riyad. All’epoca, 34 paesi a maggioranzamusulmana si sono uniti in un fronte comune contro il terrorismo – un fenomenogenerato e alimentato da molti degli stessi membri – ma la coalizione non intra-prese mai azioni belliche concrete. Si trattava più che altro di uno strumento sim-bolico. Ai sauditi serviva per mostrarsi come leader del mondo sunnita, ai pakista-ni per rivendicare, ancora una volta, il loro ruolo di «spada dell’islam».Nel 2015, quando Riyad avviò la sua disastrosa guerra nello Yemen, Islama-bad preferì deflarsi. Il parlamento pakistano respinse l’invio di truppe, temendodi inimicarsi l’Iran. A Riyad questo comportamento fu percepito come un tradi-mento, ma la generosità dei sussidi economici e il bisogno cronico di sostegno daparte del Pakistan facilitarono la riconciliazione. I petrodollari sauditi tornarono ascorrere, mentre la memoria breve dei governi pakistani permise l’oblio delletensioni passate.Per comprendere la natura dell’intesa attuale è importante ricordare che fndagli anni Ottanta la relazione tra i due paesi si è basata su uno scambio asimme-trico. Mentre Islamabad accelerava il proprio programma nucleare, Riyad fornivapetrolio a prezzi agevolati, prestiti a fondo perduto e un sostegno economico co-stante. Al contempo, in Arabia Saudita proliferavano madrase deobandi e giovanijihadisti, nati durante la guerra afghana contro l’Unione Sovietica.Era l’epoca della guerra fredda e il Pakistan diventava un avamposto strategicoper gli Stati Uniti e per le monarchie del Golfo, oltre che una retrovia indispensa-bile per il jihåd antisovietico. Al contempo, l’Arabia Saudita otteneva una promes-sa implicita: se un giorno l’Iran avesse varcato la soglia nucleare, Islamabad avreb-be potuto mettere a disposizione il proprio know-how o parte del proprio arsena-le per bilanciare la potenza sciita.Questa promessa, mai formalizzata, torna regolarmente come dato di fattonelle analisi diplomatiche e dei think tank. Oggi, con l’accordo di mutua difesa,questa possibilità riaffora con maggiore forza. Uffcialmente non si è discusso dicondivisione di armamenti nucleari, ma le dichiarazioni di alcuni esponenti paki-stani, che evocano la disponibilità «per gli amici» del proprio deterrente, vengonointerpretate da Teheran come un avvertimento inequivocabile. In Pakistan l’accor-do è stato interpretato come defnitiva consacrazione. Come se Islamabad fossefnalmente tornata al centro della scena globale, non per essere una fabbrica diterroristi a basso costo, ma come risorsa collettiva del mondo musulmano.

cio nazionale – trovano nell’accordo una narrazione utile per ribadire la loro indi-spensabilità. Così la retorica scavalca l’analisi: si celebra uno scudo nucleare con-giunto che in realtà non esiste, si esalta una solidarietà mai dimostrata dai sauditiin passato e si immagina un futuro di parità, mentre i rapporti restano fortementesbilanciati.Per Riyad, difatti, l’intesa è tutt’altro. Il regno ha ottenuto senza clamore ciòche desiderava. La possibilità di contare su una riserva militare esterna da impie-gare in caso di necessità e la rassicurazione implicita che l’ombrello atomico paki-stano possa, almeno in parte, bilanciare Teheran. Non si tratta di un’alleanza sim-metrica ma di un contratto in cui una parte paga e decide e l’altra fornisce uominie garanzie.I sauditi hanno imparato a gestire il proprio ruolo con estrema cautela: evitanoil coinvolgimento diretto in confitti devastanti, preferendo delegare a terzi le ope-razioni più costose e rischiose. In questo schema, Islamabad è il partner ideale: unesercito numeroso, uffciali addestrati, capacità di combattimento convenzionale e,soprattutto, una classe dirigente bisognosa di aiuti economici. I sauditi non hannoalcun interesse a mettere in gioco la stabilità delle relazioni con i propri alleatifondamentali. L’India, per esempio, rappresenta per Riyad un pilastro strategicoche nessuna intesa con Islamabad potrà scalzare. Per questo, l’accordo di mutuadifesa è una fantasia pakistana alimentata dall’orgoglio ferito dei generali e dal bi-sogno disperato di riconoscimento. La classica pia illusione, insomma.La verità è che se domani l’India dovesse, ancora una volta, bombardare ilPakistan, l’Arabia Saudita non muoverebbe un dito. Non lo ha fatto ieri e non lofarà domani. Lo ha dimostrato più volte: nel 1971 quando Islamabad perse metàdel suo territorio con la secessione del Bangladesh, negli anni Novanta durante leripetute crisi del Kashmir, nel bombardamento di Balakot del 2019 e nel corsodella recente Operazione Sindoor.Questo perché i rapporti tra Muõammad bin Salmån e Narendra Modi valgonodi più della presunta fratellanza islamica con il Pakistan. I sauditi hanno costruitouna solida relazione con l’India, basata su investimenti miliardari, forniture energe-tiche e progetti infrastrutturali. Modi rappresenta uno dei principali acquirenti dipetrolio saudita e, allo stesso tempo, fornisce al Regno milioni di lavoratori cheogni anno inviano a casa rimesse colossali. A ciò si aggiunge l’interessante flo chel’India ha tessuto con Israele – partner tecnologico e militare di prim’ordine – e conl’Iran, dove Delhi ha investito nel porto di Chabahar per garantirsi un accesso di-retto all’Asia centrale, aggirando il Pakistan. Per Riyad rompere con Delhi sarebbeun suicidio. Allo stesso modo, per Delhi la relazione con Riyad è un pilastro dellapropria sicurezza energetica. Kashmir si scontra con la realtà di una monarchia pragmatica, che usa Islamabadcome strumento e che guarda all’India come partner strategico. I generali pakistanine sono al corrente, ma hanno bisogno di alimentare la propria narrazione. Infatti

la loro stessa legittimità dipende dall’idea che l’esercito sia indispensabile, nonsolo in patria, ma anche sul palcoscenico islamico e internazionale. L’accordo conRiyad diventa quindi l’ennesimo strumento di propaganda: un modo per convin-cere il popolo che l’esercito sia fondamentale e ben visto nel mondo musulmano– il migliore, nonostante non abbia mai vinto una guerra. Di fatto, il Pakistan haaccettato di vendere la propria forza al miglior offerente senza ottenere nulla diconcreto in cambio.Il paradosso dell’intesa è che Islamabad crede di aver guadagnato un partner,ma si è legata a un alleato che guarda altrove per i propri interessi vitali. Anzi, ognivolta che i sauditi utilizzeranno l’accordo per contenere le milizie sciite in Yemen,Siria, o nel Golfo, sarà il Pakistan a esporsi come bersaglio delle ritorsioni iraniane.A pagare il prezzo non sarà Riyad, bensì Islamabad, già fragile e divisa al suo interno.Per Teheran il messaggio è inequivocabile. L’accordo di mutua difesa non èpensato né per difendere i cieli pakistani né per celebrare la solidarietà islamica,ma per costruire un fronte sunnita pronto a contenere, se necessario con la forza,l’espansionismo della Repubblica Islamica.L’Arabia Saudita ha acquisito un bacino di soldati stranieri e una coperturanucleare implicita. Ciò signifca che ogni offensiva contro gli interessi sciiti in Me-dio Oriente potrà avere una risposta diretta sul territorio pakistano – prestato afare da scudo e serbatoio – in particolare lungo il confne poroso del Balucistan,dove l’Iran ha già dimostrato di poter colpire con effcacia.Il rischio attuale è che il Pakistan, convinto di ricevere protezione, si ritrovi inprima linea in un confitto che non può controllare, e venga considerato comenemico diretto della Repubblica Islamica. Infatti, in questa commedia di illusioni ecalcoli, l’unico attore che non si fa illusioni è proprio l’Iran.La risposta di Teheran, inevitabilmente, sarà quella di rafforzare maggiormentele proprie reti di milizie: Õizbullåh in Libano, le brigate sciite in Iraq, gli õûñø nelloYemen, e persino cellule terroristiche pronte a destabilizzare le regioni orientali delPakistan. In altre parole, l’accordo – presentato a Islamabad come un paracadute –rischia di rivelarsi un invito a nuovi attacchi. L’illusione pakistana non è quindi limi-tata all’idea, sbagliata, secondo cui l’accordo potrebbe generare un’alleanza tra pari,ma arriva persino a immaginare un’esposizione militare dell’Arabia Saudita in funzio-ne anti-indiana. La storia insegna che Riyad non sacrifca mai i propri interessi eco-nomici e geopolitici in nome della solidarietà religiosa. Il calcolo è sempre pragma-tico: usare il Pakistan, mantenendo intatti i rapporti con potenze ben più rilevanticome l’India e, in prospettiva, Israele.

missilistica, la cibersicurezza, l’intelligenza artifciale e le tecnologie agricole e idri-che. Ciò rientra nel progetto di lungo periodo Vision 2030 del principe ereditarioMuõammad bin Salmån, deciso a trasformare il Regno in uno hub tecnologico.Israele rappresenta un partner scomodo ma prezioso, che possiede il know-howdi cui il Regno ha bisogno e che diffcilmente troverebbe altrove in tempi rapidi.Dalla protezione delle infrastrutture petrolifere fno alla modernizzazione deisistemi di sicurezza interni, la cooperazione con Tel Aviv è già oggi una realtà,sebbene non formalizzata. Il giorno in cui Riyad decidesse di compiere il passo delriconoscimento uffciale del paese, il Pakistan si troverebbe di fronte a un biviodiffcile. A Islamabad, infatti, l’opinione pubblica – alimentata dalla retorica deljihåd – resta fortemente ostile a Israele e la retorica uffciale insiste sul rifuto diogni normalizzazione o riconoscimento. Le manifestazioni contro le operazionimilitari israeliane a Gaza sono regolari, così come i rapporti con Õamås e con igruppi jihadisti pakistani come Jaish-e-Mohammed e Lashkar-e Taiba. Eppure, giàin passato sono emerse alcune voci indiscrete relative a giornalisti pakistani chehanno compiuto viaggi misteriosi a Gerusalemme, uffcialmente a titolo personale,ma percepiti come segnali di un possibile cambio di rotta.Per questo, un eventuale riconoscimento saudita di Israele porrebbe Islama-bad in una situazione delicata: la dipendenza economica e militare dall’ArabiaSaudita renderebbe diffcile opporsi, ma la retorica interna e la sensibilità popolareimpedirebbero di seguire docilmente Riyad. Un dilemma che rischia di lacerareancora di più la già fragile politica pakistana.Allo stesso modo, lo stretto rapporto tra Riyad e Delhi rende evidente la distan-za tra la percezione pakistana e la realtà saudita. L’India ha costruito con Tel Avivun rapporto militare di primo piano, basato su forniture di armamenti, sistemi disorveglianza e droni. Per bin Salmån questo triangolo è una risorsa strategica chepermette di diversifcare i propri partner, ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti erafforzare le proprie capacità difensive.In questo mosaico, il Pakistan conferma il suo ruolo di secondo piano: utilemilitarmente ma sacrifcabile. Non si tratta di tradimento, ma di calcolo razionaleper mettere al primo posto gli interessi strategici sauditi, che coincidono più conun’India stabile e cooperativa che con un Pakistan bellicoso e imprevedibile.

miliardari. Un asse troppo sbilanciato tra Riyad e Islamabad rischia di alterare que-sti equilibri. Se l’Iran dovesse sentirsi accerchiato, aumenterebbe infatti la pressioneper rafforzare i legami con la Cina e con la Russia, ma al prezzo di trascinare Pe-chino in tensioni regionali evitabili.La diplomazia cinese ha già mostrato la propria abilità mediando un sorpren-dente riavvicinamento tra sauditi e iraniani: un successo che la Repubblica Popo-lare non intende mettere a rischio. Per la Cina, il patto saudita-pakistano è un’armaa doppio taglio: vantaggioso per rafforzare due alleati chiave, ma pericoloso per-ché potrebbe riaccendere il fuoco della rivalità regionale mentre cerca stabilità peri propri corridoi commerciali.A differenza di Islamabad, Pechino non si fa illusioni. È cosciente che ogniconfitto aperto nel Golfo o lungo il confne pakistano metterebbe a rischio i propriinvestimenti miliardari. L’accordo tra Riyad e Islamabad, se interpretato da Teherancome un atto ostile, potrebbe destabilizzare quel fragile equilibrio, costringendo laCina a un esercizio di funambolismo diplomatico ancora più complesso.

La regione africana che affaccia sul Mar Rosso resta instabile. Gliequilibrismi di Gibuti. I secessionismi somali. La ferita etiope del Tigrèe le ingerenze eritree. Le influenze del Golfo, le mire turche e il nododell’acqua. Gli Usa restano, la base russa in Sudan può attendere.