Un Corno, tanti dilemmi
Autore: Nicola PEDDE
di Nicola PEDDE 1.## LA REGIONE DEL CORNO D’AFRICA HA VISTO ulteriormente deteriorarsi la stabilità di gran parte dei propri soggetti nel corsodegli ultimi cinque anni. Ciò è avvenuto in conseguenza di circostanze interne aisingoli Stati, ma anche per la combinazione tra fattori regionali e l’intervento diattori esterni.Dei quattro paesi che compongono la regione, solo il piccolo Stato di Gibutisembra godere di una relativa stabilità politica ed economica. È la collocazionegeografca, più che la dimensione, l’elemento di rilevanza strategica di Gibuti, ubi-cato tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden in una posizione baricentrica per i fussimarittimi internazionali in transito attraverso lo stretto di Båb al-Mandab. Con unapopolazione di poco superiore al milione di abitanti e risorse naturali limitate, ilpaese ha costruito la propria stabilità interna ed estera sul ruolo di hub politico-mi-litare per le grandi potenze, attraverso lo sviluppo del suo porto e delle connessio-ni stradali e ferroviarie che collegano i terminal marittimi ai principali paesi conf-nanti.La politica interna di Gibuti resta caratterizzata dall’egemonia del presidenteIsmail Omar Guelleh, al potere dal 1999, che mantiene una forte continuità autori-taria con la linea del suo predecessore, lo zio Hassan Gouled Aptidon. Le istituzio-ni democratiche rimangono fragili, mentre le elezioni sono regolarmente contesta-te dall’opposizione che denuncia restrizioni alla libertà di stampa e al pluralismopolitico. Tuttavia, la stabilità è preservata grazie a un controllo capillare delle forzedi sicurezza, alla cooptazione delle élite e a un patto implicito con la popolazioneche garantisce sicurezza e sviluppo infrastrutturale in cambio di limitata aperturapolitica. Le priorità interne includono la lotta alla disoccupazione giovanile, la di-versifcazione economica oltre il settore portuale e la gestione delle tensioni etni-che tra la comunità Issa e quella Afar.
La politica estera di Gibuti è invece costruita sulla sua collocazione geografca,nell’ambito della quale il governo Guelleh ha saputo abilmente trasformare il pae-se in snodo di servizio di un’area cruciale del trasporto marittimo globale, aprendoalla presenza di iniziative commerciali e di basi militari straniere come quella diCamp Lemonnier, che ospita numerosi contingenti europei e statunitensi. Nellaricerca di un’equidistanza internazionale, Gibuti ha concesso anche alla Cina diaprire la sua unica base navale estera, sviluppatasi nel tempo attraverso un amplia-mento delle infrastrutture e oggi potenzialmente capace di ospitare navi di grandidimensioni, come le portaerei.Questa pluralità rifette l’importanza di Gibuti come piattaforma di proiezionemilitare e d’intelligence per monitorare la Penisola Arabica, il Corno d’Africa e lerotte commerciali che attraversano Båb al-Mandab, ma la competizione tra grandipotenze – in particolare tra Stati Uniti e Cina – impone un esercizio calibrato diequilibrio che non sempre il paese sembra saper gestire. Il piccolo Stato di Gibuti,pertanto, ha trasformato la propria vulnerabilità geografca in capitale strategico,ma si è esposto a un insidioso incremento della dipendenza dall’estero e dallapressione delle rivalità globali, rendendo diffcoltosa la gestione dei rapporti con iprincipali partner politici e commerciali.Più gravi e complesse sono le dinamiche dell’Etiopia, che cerca faticosamentedi riprendersi dal confitto interno nel Tigrè – combattuto tra il 2020 e il 2022 – edalle sue conseguenze. Il progetto politico del primo ministro Abiy Ahmed (salitoal potere nel 2018), costruito sulla destrutturazione del sistema etno-federalista avantaggio di una centralizzazione governativa, si è dimostrato in breve tempo im-pervio e pericoloso, sfociando in un sanguinoso confitto con le autorità di gover-no dello Stato federato del Tigrè. Due anni di combattimenti feroci, accompagnatida sistematiche violazioni umanitarie e da inaudite violenze sulla popolazione ci-vile, sono stati caratterizzati dall’iniziale alleanza tra il governo federale di AddisAbeba e quello eritreo, che ha colto l’occasione del confitto per cercare di eradi-care il vertice politico del Fronte popolare di liberazione del Tigrè (Tplf), storicoacerrimo nemico del regime eritreo di Isaias Afwerki.Sebbene la battaglia contro l’autorità del Tigrè sia stata vinta, la guerra non èterminata con la resa del Tplf. Si è infatti aperto il vaso di Pandora delle tensionietniche nel Centro e nel Nord del paese, dove violente rivolte contro l’autoritàstatale sono esplose nello Stato federato dell’Amhara e in quello dell’Oromia. Com-plici le violenze commesse contro la popolazione civile e le continue ingerenzepostbelliche nei fragili equilibri dell’Etiopia, le relazioni tra Addis Abeba e Asmarasono tornate tesissime, caratterizzate in più occasioni da reciproche minacce di unnuovo confitto. Il primo ministro Abiy Ahmed, che aveva ereditato un paese con-siderato l’astro nascente dell’economia africana e che era stato insignito del premioNobel per la pace in conseguenza degli accordi di pace con l’Eritrea, si trova oggia dover gestire una pericolosa instabilità interna, in larga parte derivante dagli ef-fetti della sconsiderata guerra nel Tigrè, un’economia in affanno e lo spettro dinuove crisi regionali con l’Eritrea e con la Somalia.
Nel tentativo di rilanciare la propria visione politica dopo la grave crisi dellaguerra civile, Abiy Ahmed ha fatto sempre più ricorso a una forma di nazionalismoche si è manifestata soprattutto nella storica rivendicazione di un accesso al mare,minacciando di occupare i porti dell’Eritrea e discutendo un accordo con il Soma-liland per l’apertura di una propria base a Berbera. Le minacce all’Eritrea hannoriportato lo stato delle relazioni con Asmara al livello di tensione degli scorsi de-cenni, mentre il governo di Addis Abeba accusa apertamente quello eritreo di in-gerirsi nella sua sicurezza interna per destabilizzare lo Stato federale. Gli accordidiscussi con il Somaliland hanno invece generato una crisi senza precedenti con ilgoverno di Mogadiscio, che ha accusato quello etiope di ingerenza nelle propriedinamiche politiche attraverso la promessa di riconoscere l’indipendenza del So-maliland dalla Somalia. La crisi è stata caratterizzata anche in questo caso da mi-nacce di confitto e dalla richiesta somala di fuoriuscita delle truppe etiopi daiconfni settentrionali, dove sono presenti dal 2005 per impedire il dilagare versonord della minaccia jihadista di al-Šabåb. Quest’ultima crisi è in parte rientrata gra-zie alla mediazione di attori esterni, ma le relazioni tra Etiopia e Somalia restanotese e caratterizzate dal reciproco sospetto.
to in alcune aree periferiche ha spinto parte della popolazione ad accettare obtor-to collo il ruolo e la presenza delle milizie islamiche.L’attuale governo guidato dal presidente Hassan Sheikh Mohamud è impegna-to in una contestata revisione della legge elettorale, frequentemente accusata diessere gravata da interessi clanici e destinata a defnire un modello irrealizzabile eingestibile nella realtà somala, a solo vantaggio dei principali gruppi di potere.Ulteriore elemento critico per la Somalia è la sua economia, ancora fortementeimperniata sugli aiuti internazionali e scarsamente capace di svilupparsi in direzio-ne di una più radicata stabilità. Progetti di sviluppo nel settore dell’energia sonolimitati e fortemente condizionati dal ruolo di alcuni grandi attori stranieri, mentrei tradizionali comparti dell’allevamento e dell’agricoltura restano confnati a spora-diche microrealtà incapaci di generare fussi rilevanti per l’economia somala.L’Eritrea, infne, è tuttora confnata nel suo tradizionale isolamento, nella con-tinuità di governo del regime di Isaias Afwerki e nella morsa di un sistema politicoincapace di qualsiasi evoluzione in chiave pluralista e democratica. Il presidenteeritreo ha approfttato nel 2020 dell’opportunità offerta dall’apparente ripresa dellerelazioni con il governo etiope e dal concomitante emergere del confitto in Tigrè,fornendo appoggio militare ad Abiy Ahmed nel tentativo di sconfggere una voltaper tutte gli storici nemici dell’élite politica tigrina. Questi, già alleati degli eritreinella guerra civile etiope che tra gli anni Sessanta e i Novanta del secolo scorsoportò alla caduta del regime del Derg e all’indipendenza dell’Eritrea, entraronosuccessivamente in aperto confitto per questioni confnarie, congelando poi perlungo tempo le relazioni tra i due paesi.La guerra del Tigrè non ha prodotto l’effetto sperato da Isaias Afwerki e, puravendo fortemente indebolito la capacità politica e militare tigrina, ha determinatouna situazione di grave imbarazzo per il governo di Addis Abeba in seguito allenotizie delle efferate violenze commesse dagli eritrei nelle regioni settentrionali delTigrè. Secondo il governo etiope, invece, dopo il termine del confitto l’Eritreaavrebbe continuato a ingerire nelle dinamiche interne del paese, sostenendo lemilizie dello Stato regionale dell’Amhara e fomentandole a intraprendere una nuo-va guerra con i tigrini e con il governo federale, al fne di smembrare il territoriotigrino e impedirne il riconsolidamento politico-economico.Queste accuse hanno determinato una nuova importante fase di tensione tra idue paesi, alimentata anche dalla crescente retorica nazionalista adottata dal primoministro Abiy Ahmed e delle minacce all’Eritrea al fne di conquistare uno sboccoal mare. Sotto il proflo della politica interna, il potere di Afwerki sembra saldo esenza particolari forme di minaccia, stante anche la sistematica repressione deldissenso e la forte militarizzazione della società. In tale solco si inseriscono le fre-quenti critiche internazionali relative al sistema di reclutamento dei giovani e alperiodo, sovente indefnito, della leva. Non meno complesse le relazioni interna-zionali del paese, limitate e volubili, che allo stesso tempo permettono l’imperme-abilità dell’Eritrea alle dinamiche regionali e internazionali, ma allo stesso temponon consentono quelle cooperazioni sul piano economico che sarebbero forte-
mente necessarie per sostenere un’economia in costante crisi e senza particolariprospettive di crescita. Corno d’Africa evidenzia altre crisi in vario modo collegate alle dinamiche d’insta-bilità dell’Etiopia, dell’Eritrea, della Somalia e di Gibuti. Il principale focolaio diinstabilità è certamente rappresentato dal confitto interno al Sudan in corso dall’a-prile 2023, che vede contrapposte le autorità del Consiglio sovrano e delle Forzearmate sudanesi (Saf), sotto la guida del generale ‘Abd al-Fattåõ al-Burhån, e quel-le delle milizie paramilitari delle Rapid Support Forces (Rsf) eredi delle famigerateformazioni dei Ãanãawød, al comando del generale Muõammad Õmdån Daqalû,conosciuto anche come Hemetti.Alleate all’epoca del primo colpo di Stato del 2019 e in occasione del secondodel 2021, le due formazioni sono oggi divise da forti contrasti sorti in seguito altentativo delle autorità governative di sciogliere le formazioni paramilitari delle Rsfe inglobarle all’interno delle Saf. Le Rsf, ormai dotate di un potente apparato mili-tare e al vertice di ingenti interessi economici strettamente correlati anche a sogget-ti esterni al paese, hanno resistito alle pressioni delle forze governative avviandouna sanguinosa spirale di violenza che tuttora interessa soprattutto le provincemeridionali del Darfûr. Il confitto civile in Sudan ha determinato una delle piùgravi crisi umanitarie globali, provocando lo sfollamento di milioni di civili e sca-tenando nuovamente una feroce violenza etnica nelle regioni meridionali del pae-se. Qui le forze delle Rsf colpiscono con sistematicità le comunità etnicamenteafricane con il proposito di rafforzare la capacità politica e militare di quelle arabesostenute dalle milizie paramilitari. Nel corso degli ultimi mesi le Saf, grazie ancheal sostegno di attorni esterni, sembrano aver riguadagnato l’iniziativa militare nelleregioni settentrionali e centrali del paese, riassumendo il controllo dell’area dellacapitale e spostando le direttrici dell’offensiva in direzione delle regioni meridiona-li, dove le Rsf dispongono delle loro principali roccaforti.Un’ulteriore crisi regionale di ampie proporzioni è quella che interessa lo Ye-men, dove il confitto civile emerso nel 2014 ha cristallizzato sul piano interno lasuddivisione di fatto del paese in due entità autonome: il Nord controllato dalleforze di Anâår Allåh, meglio note come õûñø, e il Sud controllato da quelle del go-verno internazionalmente riconosciuto e guidato dal presidente Rašåd al-‘Ulaymø.Nonostante la lunga fase di confitto sostenuta dalla coalizione militare a guidasaudita, la sconftta sul campo degli õûñø non è stata conseguita, rafforzandone alcontrario il potere politico e quello militare nel Nord, grazie anche al sostegnodell’Iran. Il fragile cessate-il-fuoco tra le due parti avrebbe dovuto essere seguito dacolloqui di riconciliazione favoriti dall’Arabia Saudita e da altri attori internazionali,che però allo stato attuale restano in alto mare. Il confitto a Gaza e le successivetensioni tra Israele e Iran hanno offerto agli õûñø l’opportunità di schierarsi aperta-mente con la causa palestinese e di sferrare un’ondata di attacchi senza precedenticontro Israele e a danno del traffco marittimo in transito tra il Mar Rosso e l’Oceano
Indiano, generando una grave crisi internazionale che ha determinato l’invio di duemissioni navali a guida, rispettivamente, statunitense ed europea.A dispetto delle motivazioni politiche asserite dagli õûñø nel sostenere la causapalestinese, le principali ragioni del loro attivismo sono correlate principalmente atre esigenze. La prima è quella di sollecitare un’incisiva azione economica da partedell’Arabia Saudita nell’ambito dell’ancora latente negoziato di riconciliazione na-zionale, dove gli õûñø cercano – attraverso la minaccia della destabilizzazione regio-nale – di incrementare la portata economica del contributo saudita alla ricostruzio-ne del paese. La seconda è quella inerente alla politica interna yemenita, dove gliõûñø intendono porre come precondizione per qualsiasi formula negoziale il rico-noscimento di un loro rilevante ruolo in ogni ipotesi di futuro assetto istituzionale,minacciando al contrario una separazione in due entità statuali. La terza è quella diporsi nella regione come nuovo attore rilevante nel contrasto a Israele e agli StatiUniti, assumendo idealmente il ruolo di catalizzatore delle crescenti rimostranzearabe verso lo Stato ebraico e i principali paesi occidentali.Precaria, infne, si presenta la stabilità politica del governo meridionale interna-zionalmente riconosciuto, con sede a Aden, interessato da una crescente polarizza-zione tra le formazioni che sostengono la necessità di difendere l’unità territoriale delpaese e quelle del Consiglio di transizione meridionale, supportate anche da forzeesterne, che promuovono la necessità di una nuova separazione tra il Nord e il Sud.
forze speciali dell’esercito, sia attraverso il contributo delle proprie forze speciali,sia con l’impiego di droni da combattimento basati all’aeroporto di Baledogle,spesso impiegati per sostenere le operazioni contro al-Šabåb nella Somalia centra-le e meridionale. Una ben più cospicua presenza militare staziona invece a Gibuti,nell’ampia base di Camp Lemonnier concessa in uso dal locale governo agli StatiUniti nel 2002 e gestita dallo U.S. Africa Command (Africom). La base rappresentail principale centro logistico, operativo e d’intelligence degli Stati Uniti nella regio-ne, fungendo da hub per le operazioni in Somalia e nel vicino Yemen.Negli ultimi due anni gli Stati Uniti hanno intensifcato le loro operazioni con-tro gli õûñø del Nord dello Yemen, gestendo una missione navale nel Mar Rosso –dotata di capacità offensiva, a differenza di quella a guida europea – e compiendonumerosi raid aerei soprattutto contro la capitale Âan‘å’ e il porto di al-Õudayda. Ilpresidente Trump ha invece annunciato nel maggio 2025 di aver raggiunto un ac-cordo per il cessate-il-fuoco con gli õûñø, sospendendo le missioni militari sul Nord.A dispetto dell’annuncio, tuttavia, non sono cessati i lanci di missili e droni controle navi mercantili in transito nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano, né quelli in di-rezione di Israele, mentre la decisione statunitense di sospendere le azioni militariè stata da più parti giudicata come una conseguenza degli elevati costi e degliscarsi effetti militari nel contrasto alla capacità degli õûñø.La Russia è un attore non presente e scarsamente infuente nelle dinamiche delCorno d’Africa. I suoi principali interessi ruotano intorno al Sudan, dove da oltreun decennio ambirebbe ad aprire una propria base navale logistica a Porto Sudanche le vicende della guerra civile hanno congelato senza reali prospettive imme-diate. Elementi della compagnia Wagner hanno operato in Sudan a più riprese alfanco delle Rsf del generale Daqalû, con il sospetto di un loro coinvolgimento inun ampio traffco illecito di oro dalle locali miniere in direzione della Russia. Spo-radiche operazioni di intelligence ucraine hanno colpito in alcune occasioni ele-menti locali della Wagner, che non sembrano essere stati sostituiti da quelli dell’A-frica Corps. Dalla metà del 2024 la Russia ha manifestato in modo sempre piùesplicito il proprio sostegno al governo sudanese, mutando il precedente tacitoappoggio alle operazioni della Wagner al fanco delle Rsf. Tale mutamento è fun-zionale a favorire la ripresa delle trattative con il governo sudanese per l’autorizza-zione all’apertura della base navale sul Mar Rosso e conseguente anche al mutatorapporto di forze nel corso della guerra civile, che vede adesso le forze regolariall’offensiva contro quelle paramilitari.La Cina adotta nel Corno d’Africa il suo tradizionale approccio di soft power,rafforzando la propria infuenza soprattutto attraverso il sostegno economico adalcuni governi locali (Etiopia, Gibuti ed Eritrea in particolare), offrendo fnanzia-menti senza condizionalità politiche e ponendosi così in netta contrapposizione almodus operandi di gran parte dei paesi occidentali. Questo le consente di conso-lidare alleanze e ottenere sostegno diplomatico nelle sedi multilaterali (Onu inprimis), dove i voti africani hanno un peso rilevante. L’interesse primario di Pechi-no nella regione è di natura economico-commerciale, legato alla strategica posizio-
ne geografca – che rappresenta un crocevia delle rotte marittime da e per la Cina– e alle opportunità offerte dallo sviluppo delle attività con i paesi della regione,dove ingenti mire soprattutto nel settore minerario sono veicolati verso le coste conlo sviluppo di direttrici di trasporto che la Repubblica Popolare ha contribuito afnanziare nell’ultimo decennio.Con la Belt and Road Initiative (Bri) la Cina ha investito massicciamente inporti, ferrovie e zone logistiche, in particolare a Gibuti (porto multifunzionale, zonafranca, infrastrutture ferroviarie verso Addis Abeba), ma il Corno d’Africa vieneconsiderato più in generale come un punto di ingresso al mercato africano e allesue risorse, fondamentali per l’industria cinese. Pechino nutre nella regione ancheun interesse di natura militare, concretizzatosi nel 2017 con l’apertura di una basenavale a Gibuti – l’unica all’estero del paese – sorta uffcialmente per scopi antipi-rateria e di protezione delle rotte commerciali, sebbene in realtà consenta anche ilsupporto logistico a lungo raggio della Marina cinese, con capacità di ospitare navida guerra e forze speciali.La Turchia è oggi uno degli attori più infuenti nella regione, con una presen-za concentrata soprattutto in Somalia, dove dal 2011 ha avviato una politica dicooperazione ad ampio raggio che include il sostegno militare alle forze federaliunitamente a numerosi progetti di sviluppo economico. Ankara ha saputo coglierenegli ultimi quindici anni opportunità di interazione con il governo somalo cuisoprattutto gli europei sembravano aver rinunciato, affermandosi come il principa-le partner strategico del paese. La sua presenza è diventata progressivamente ca-pillare in ambito politico, militare ed economico, con l’avvio di numerose iniziative– potenzialmente molto vantaggiose – soprattutto nel settore della prospezioneenergetica, della gestione delle infrastrutture portuali e aeroportuali.La cooperazione securitaria è stata nel tempo rafforzata, con l’apertura di unabase militare a Mogadiscio (Turksom) e con l’avvio di un poderoso programma disostegno per l’addestramento e la fornitura di equipaggiamenti delle forze dell’E-sercito federale somalo. L’ondivaga posizione degli Stati Uniti nel merito del soste-gno economico e militare alla Somalia – caratterizzata da una riduzione dell’impe-gno durante il primo mandato Trump e poi dalla decisione nel marzo 2025 di ri-durre i fondi a sostegno delle unità delle forze speciali Danab – ha aperto ulteriorispazi di interesse per la Turchia, che ha ribadito negli ultimi mesi l’intenzione diincrementare il proprio supporto a Mogadiscio. Ankara nutre un crescente interes-se verso le opportunità offerte dalla cooperazione con i paesi africani e il ministrodegli Esteri Hakan Fidan ha costituito uno speciale uffcio dedicato alla pianifca-zione delle strategie turche nel continente, che opera secondo i princìpi della po-litica di apertura all’Africa, dove la Somalia è indicata come paese prioritario.Il principale partner internazionale della Turchia in Somalia è il Qatar, chesostiene fnanziariamente larga parte dello sforzo militare di Ankara, come sottoli-neato dal primo ministro e ministro degli Esteri di Doha al suo omologo somaloHamza Abdi Barre nel corso dell’incontro tra i due del luglio 2024. Tale legamegenera tuttavia una malcelata frizione con gli Emirati Arabi Uniti, che da tempo
perseguono direttive strategiche ampiamente divergenti da quelle del Qatar, tantoin Medio Oriente quanto nel Corno d’Africa.Il maggior problema della Turchia nella gestione dei propri interessi economi-ci e securitari in Somalia, tuttavia, è connesso alla fragilità del sistema politico, allafaziosità clanica e alla corruzione dilagante. L’addestramento e l’impiego del perso-nale militare dell’Esercito nazionale (Sna, Somali National Army) sono resi diffcol-tosi dall’elevato tasso di diserzione. Ben più grave è la collusione di numerosiesponenti delle istituzioni con la criminalità e lo stesso ambito del terrorismo. Ilperseguimento degli obiettivi strategici turchi, pertanto, passa per la contestuale,incisiva capacità di esercizio della propria infuenza politica sulle istituzioni e lapolitica locale, ma anche per il costante e crescente sostegno all’ancora fragile ap-parato di sicurezza somalo.L’interesse economico e securitario della Turchia nel Corno d’Africa non ètuttavia limitato alla Somalia, come dimostrano le sempre più evidenti aperture diAnkara al governo federale dell’Etiopia, al quale nei due anni del confitto con ilTigrè ha fornito un importante sostegno militare attraverso la consegna dei dronida combattimento Bayraktar Tb2, risultati decisivi nell’assicurare la vittoria del go-verno contro le forze tigrine. I programmi di cooperazione con l’Etiopia si espan-dono inoltre in un vasto ambito di iniziative di natura commerciale, che stannopermettendo alla Turchia di guadagnare crescenti spazi di manovra nel paese.
collegate soprattutto alla gestione delle reti logistiche del trasporto marittimo. Sottoil proflo securitario gli Emirati intendono contrastare in modo energico il consoli-darsi delle formazioni islamiste, in particolar modo dei Fratelli musulmani, attraversoil sostegno economico e militare a numerosi attori regionali. In ambito economicopuntano invece al controllo delle infrastrutture portuali, che rappresentano i puntinevralgici del sistema di trasporto marittimo nell’intera area dell’Oceano Indiano.Gli Emirati coltivano radicati interessi politici ed economici nel Somaliland,con investimenti che hanno privilegiato soprattutto le infrastrutture portuali nell’a-rea di Berbera, gestite dalla società Dp World. Hanno anche avviato dal 2010 unprogramma di sostegno per le Forze armate del Puntland, al fne di sostenere lacostituzione della Puntland Maritime Force. Sempre nel Puntland hanno costruitouna propria base a Bosaso e installato un radar multimissione di fabbricazioneisraeliana a poca distanza dall’aeroporto.Programmi di addestramento antiterrorismo sono stati anche attivati a favoredel governo federale, con la presenza di istruttori e consiglieri dislocati presso larappresentanza diplomatica di Abu Dhabi a Mogadiscio.Le relazioni tra il governo somalo e quello degli Emirati sono state caratteriz-zate da andamenti discontinui, come dimostrato dalla crisi emersa nel 2018, all’e-poca della presidenza di Mohamed Abdullahi Mohamed «Farmajo», che preferivaun più intenso rapporto con il Qatar. L’elezione di Hassan Sheikh Mohamud nel2022 ha favorito tuttavia una ripresa dei rapporti tra i due paesi, con l’avvio di nu-merose attività sospese dal 2018. Dal 2013 è in corso lo sviluppo di una nuovabase militare emiratina a Kismayo, sebbene le controverse dinamiche politiche trail vertice regionale locale e quello federale sembrerebbero aver rallentato lo svilup-po dei lavori.Più complessa la dimensione degli interessi emiratini in Sudan, dove il gover-no accusa apertamente Abu Dhabi di sostenere fnanziariamente e militarmente leformazioni delle Rsf attraverso una triangolazione che include il governo della Libiaorientale e il Ciad, che sarebbe stato utilizzato come piattaforma logistica per con-vogliare gli aiuti militari diretti alle formazioni paramilitari. Tali accuse hanno cau-sato la rottura delle relazioni diplomatiche nel maggio 2025, dopo che il governosudanese ha apertamente presentato le proprie accuse contro gli Emirati alle Na-zioni Unite, sostenendo che l’accresciuta capacità militare delle Rsf – soprattuttotramite droni, che hanno consentito per la prima volta di colpire Porto Sudan – èla diretta conseguenza dell’ingerenza di Abu Dhabi nel confitto.Particolarmente critiche sono poi le attuali relazioni tra gli Emirati e l’Eritrea,dopo una lunga fase di cooperazione economica e militare che aveva portato an-che all’apertura di una base militare emiratina ad Assab, nel corso del confitto inYemen. In un recente discorso, il presidente eritreo Isaias Afwerki ha accusato gliEmirati di essere i destabilizzatori della regione, assumendo toni di condanna sen-za precedenti. Al pari delle altre monarchie del Golfo Persico, il Qatar nutre radi-cati interessi nel Corno d’Africa, dove si è distinto per attivismo soprattutto negliultimi due decenni, cercando di collocarsi come un partner economico e un attore
esterno alla regione capace di gestire complessi negoziati politici volti alla risolu-zione delle molteplici crisi regionali.Il Qatar viene tuttavia accusato dagli Emirati Arabi Uniti e, in misura minore,dall’Arabia Saudita di sostenere le forze islamiste (in particolare i Fratelli musulma-ni) unitamente alla Turchia, determinando frizioni politiche diffuse. Sebbene Dohatenda ad assumere un basso proflo politico (in assenza di un proflo militare), lasua rilevanza economica è importante e capace di produrre effetti signifcativi sulpiano delle relazioni con i paesi della regione.L’Egitto, pur legato da profondi rapporti storici con gran parte dei paesi delCorno d’Africa, ha svolto un ruolo marginale per lungo tempo, tornando ad assu-mere una postura attiva solo nel 2011 in conseguenza dello sviluppo della Grandediga del rinascimento etiope (Gerd) in Etiopia, considerata dal Cairo come unaminaccia esistenziale. L’assenza di progressi nel negoziato tra i due paesi per indi-viduare meccanismi regolatori del fusso delle acque ha esacerbato le reciprocheaccuse, spingendo Il Cairo ad avviare una più intensa azione politica e militarenella regione, soprattutto in Sudan e in Somalia.Le relazioni Egitto-Somalia sono state così rafforzate dal 2024, quando un ac-cordo di cooperazione militare è stato siglato dai due paesi, poi trasformato inpartnership strategica il 23 gennaio del 2025. Tale accordo ha determinato l’arrivotemporaneo di una modesta presenza militare egiziana in Somalia, accompagnatadalla fornitura di armamenti, mentre sono state avviate negoziazioni per la realiz-zazione di programmi di formazione a favore delle forze federali. Unità militariegiziane saranno in parte assegnate alla missione dell’Unione Africana e in partegestite attraverso un programma bilaterale indipendente, che permetterà di stabili-re una presenza autonoma dei militari del Cairo a Mogadiscio rispetto al più ampiocontesto della missione Aussom. Il principale interesse dell’Egitto in Somalia ècontrastare il ruolo dell’Etiopia e stabilire una presenza militare atta a rappresenta-re un avamposto di deterrenza nell’irrisolta crisi tra Il Cairo e Addis Abeba in con-seguenza dello sviluppo della Gerd in prossimità del confne con il Sudan.L’Egitto si è anche apertamente schierato nel confitto sudanese, sostenendo ilgoverno e fornendo assistenza militare per contrastare le Rsf, anche in questo casocon l’obiettivo di consolidare il legame politico con Khartûm coinvolgendola nellaspinosa questione della diga etiope sul Nilo.Il Kenya, infne, nutre evidenti interessi in Somalia connessi al settore dellasicurezza e all’economia, concentrandosi soprattutto nell’area meridionale del Jub-baland. I porosi confni tra i due paesi e la presenza di una consistente comunitàsomala in Kenya hanno determinato nel corso degli ultimi anni un forte incremen-to del rischio terroristico, soprattutto nell’area di Lamu, con episodi che hannotuttavia interessato anche Mombasa e Nairobi.Tali vicende hanno causato nel 2011 un intervento autonomo del Kenya nellaSomalia meridionale e il suo successivo ingresso nella missione dell’Unione Africa-na. La posizione del Kenya è sempre stata considerata in modo alquanto critico daMogadiscio, che accusa Nairobi di perseguire un’agenda politica ed economica
non conforme agli interessi dello Stato federale. Il Kenya appoggia in modo parti-colare il leader del Jubaland, Ahmed Madobe, le cui relazioni con il governo fede-rale sono entrate in una fase di profonda crisi. Le autorità di Mogadiscio sostengo-no anche che il Kenya alimenti un vasto traffco illegale nelle regioni meridionali,soprattutto di carbone vegetale, oltre a esercitare i propri interessi anche sul portodi Kismayo, sottraendo proventi alla Somalia.I due paesi sono stati a lungo divisi anche in merito alla questione dei confnimarittimi e delle relative concessioni petrolifere, che insistono nel perimetro con-teso. La questione è stata risolta nel 2021 grazie alla Corte internazionale di giusti-zia, che ha riconosciuto le ragioni della Somalia.
Nuovi incerti equilibri ridisegnano la regione già sovietica. Armenia,Georgia e Azerbaigian rompono col passato e imboccano sentieriimpervi. Destini stretti tra mire occidentali, attendismo russo e sortidel conflitto ucraino. Col rischio di futuri scenari mediorientali.