LIMES - Rivista Italiana di Geopolitica

Il mare italiano a difesa della Penisola

di Francesco ZAMPIERI

Il mare italiano a difesa della Penisola

Autore: Francesco ZAMPIERI


di Francesco ZAMPIERI 1.## «CHIUNQUE OSSERVI UNA CARTA DEL Mediterraneo, anche senza essere persona di alta cultura e di spiccato spirito diosservazione, nota subito la caratteristica posizione dell’Italia nel centro del bacinoe ha l’impressione che la Puglia sia come un dito indice proteso verso sud-est. (…)Roma fondò il suo edifcio imperiale sopra due pilastri geografco-strategici: la Si-cilia e la Puglia. La Sicilia, per l’espansione verso occidente attraverso l’Africa e peril controllo delle comunicazioni fra i due bacini mediterranei comunicanti attraver-so il Canale di Sicilia; la Puglia, per le affermazioni verso oriente» 1.Prescindendo dal riferimento all’impero di Roma – non importante ai fni delpresente lavoro – basterebbero le parole dell’ammiraglio Giuseppe Fioravanzo percomprendere come e perché la Sicilia e la Puglia siano, ancora oggi, i perni del«sistema navale» italiano, intendendo con quest’espressione l’insieme delle basi edelle componenti (navi, sottomarini, aerei ed elicotteri) della Marina militare. Allar-gando lo sguardo alla presenza dell’Aeronautica militare nelle basi pugliesi e sici-liane, ci sono già abbastanza elementi per comprendere come e perché il mare,nella sua verticalità – cioè dai fondali allo spazio esoatmosferico – costituisca ilperno del sistema difensivo nazionale. Del resto, l’Italia è una penisola e dunquesi trova in stretto rapporto geografco con il mare. La sua frontiera continentale èassolutamente sicura e costellata dalla presenza di Stati che appartengono sia all’U-nione Europea sia all’Alleanza Atlantica, a eccezione della Svizzera e parzialmentedell’Austria (membro Ue). Con la fne della guerra fredda e l’allargamento di Unio-ne Europea e Nato a est, è aumentata la profondità strategica rispetto alla minacciarussa, reale o presunta che sia, e lo stesso Mare Adriatico non è più un limes di

separazione da un potenziale avversario (l’ex Jugoslavia). È vero che l’appartenen-za alle due sopracitate alleanze vincola l’Italia alla solidarietà, anche militare, neiconfronti dei partner continentali – e questo spiega perché esistano forze di terraitaliane schierate nei paesi baltici (Lettonia e Lituania), in Ungheria e in Bulgaria,senza dimenticare l’impegno di Aeronautica e Marina nella difesa anti-aerea e an-timissili balistici. Ma è ancora più vero che le sfde e le minacce più immediateprovengono tutte da sud, dalla frontiera marittima. Questa va presidiata e difesa,consapevoli delle enormi sfde che ciò comporta 2. Mediterraneo bisogna guardare in termini di impostazione di una politica di difesae sicurezza. Soprattutto, bisogna adeguare le capacità nazionali alle nuove sfdeche dal mare provengono. Nel fare ciò, occorre un disincantato esame della realtà.Il primo dato che va considerato è che, rispetto all’èra della guerra fredda, nonc’è più la rassicurante presenza della U.S. Navy nel Mediterraneo geografco o,meglio, non c’è più in termini continuativi. Essa è stata sostituita da una presenzaleggera, che può conoscere irrobustimenti in occasione di qualche crisi. È quantoaccaduto più volte nel corso della guerra russo-ucraina e in occasione delle fasi piùacute del lungo confronto tra Israele e Iran. È evidente però che sono casi eccezio-nali. L’attenzione della Marina degli Stati Uniti è tutta orientata al Pacifco sin daitempi dell’amministrazione Obama. Con Trump e la sua freddezza nei confrontidegli alleati europei, il disinteresse per il Vecchio Continente è ancora più spinto esi limita a «indigesti» interventi occasionali o a un’attenzione quasi esclusiva all’Ar-tico e all’Atlantico.Mentre la presenza statunitense decresce, aumentano le sfde che riguardanoil Mediterraneo e, ancor più, la sua dimensione allargata. Il confitto nel VicinoOriente sta ridisegnando l’assetto di un’area che riveste enorme importanza ed èevidente come un Iran indebolito farà progressivamente rinsecchire anche la mi-naccia degli õûñø nel Mar Rosso. La collaborazione tra Israele e gli Stati Uniti – mi-litarmente vincente se si guarda agli effetti degli attacchi sull’Iran – ha segnalatocome Washington sia pronta ad assumere un nuovo schema comportamentale congli alleati di cui si fda. Di fatto, gli Stati Uniti sono disposti a proiettare la propriaforza là dove vi sia un partner in grado di contribuire effcacemente al successo inbreve tempo, senza correre il rischio di insabbiarli in un confitto prolungato esanguinoso. E questo perché il focus deve restare l’Oceano Pacifco, dove va con-tenuta la Cina 3. Il Mediterraneo, quindi, è solo un mare di passaggio per accedere,da ovest, all’Indo-Pacifco o per supportare Israele e gli «alleati» arabi. Quanto alcontenimento della Russia nel Mar Nero, ci pensano la Turchia, l’Ucraina e gli alle-ati europei, posto che l’atteggiamento di Washington nei confronti di Mosca èpiuttosto futtuante.

Per agire nel e dal Mediterraneo, la Marina americana può contare sulle basidi Rota (Spagna) e di Baia di Suda (Creta). La prima ospita i caccia della classeBurke, veri «cavalli da tiro» della fotta ma, soprattutto, navi dotate di capacità didifesa antimissili balistici. A Suda, invece, esiste una base logistica – peraltro infase di espansione – destinata al supporto delle unità navali in servizio nel Medi-terraneo. Oltre a questi punti strategici, la Marina degli Stati Uniti può naturalmen-te appoggiarsi anche alle basi navali degli alleati. Quelle italiane innanzitutto, adAugusta e a Taranto, entrambe in fase di adeguamento e ammodernamento sia perle esigenze nazionali sia per quelle in seno all’Alleanza Atlantica.

Royal United Services Institute, 14/1/2025.

Mogadiscio

Il Cairo

Islamabad

Sinai

Arbīl

Camp Singara

Baghdad

Camp Dublin

Gaza

Jammu

e Kashmir

Mare Arabico

Mar Rosso

Golfo di Aden

Stretto

di Hormuz

ol f o

e r s i c o

Mar

edi te rr a n e o Eunavfor operazione Atalanta198 militari, 1 unità navale e 2 velivoli(protezione rotte per gli aiuti umanitari del Programmaalimentare mondiale, protezione navi mercantili)

Operazione Emasoh/Agenor

200 militari, 1 unità navale e 3 velivoli(protezione della libera navigazione nello Stretto di Hormuz) Cmf - Combined maritime forces642 militari, 3 unità navali e 5 velivoli(sicurezza marittima) Unifl - Operazione Leonte (settore Ovest)1.068 militari, 375 mezzi terrestri, 7 velivoli e 1 mezzo navaleMibil - 20 militari (capienza massima: 105)(Missione bilaterale di addestramento delle Forzedi sicurezza libanesi) Unmogip - Osservatori Nazioni Unite - 2 militari(Confne Pakistan-India per il rispetto dell’accordo sulcessate-il-fuoco del 17/12/1971) Gibuti - Base italiana Amedeo Guillet155 militari, 9 mezzi terrestri Missione Nato in Iraq - 75 militari

Missione Prima Parthica

1.005 militari, 180 mezzi terrestri e 16 velivoli(Contrasto allo Stato Islamico)

Eutm - Missione European Union Training

171 militari, 35 mezzi terrestri(Addestramento Forze armate somale) Miadit - Somalia - 115 militari Partecipazione di personale a missioniin Medio Oriente e Asia145 militari, 2 velivoli Missione Unfcyp (Peacekeeping force)5 militari Mfo - Multinational Force and Observers78 militari e 3 unità navali(Egitto: Sinai e confne con Israele)

Missione Levante

192 militari, 1 unità navale, 10 mezzi terrestri e 1 velivolo### (Israele-Gaza)

Eunavfor operazione Aspides642 militari, 3 unità navali e 5 velivoli(transito davanti alle coste dello Yemen degli hūtī)

Se ¡år¿ûs diventasse indisponibile, sarebbe prioritario cercare un’alternativa.Sulla carta, il candidato ideale potrebbe essere qualche porto in Algeria, non fosseche per i legami militari esistenti tra i due paesi, giacché Algeri acquista più del 70%dei propri sistemi d’arma dalla Russia 6. L’Algeria dispone di non meno di tredicigrandi porti lungo la costa mediterranea, ciascuno dei quali è dotato di infrastrut-ture per il supporto alle navi. Ma questi porti sono il perno di un’economia increscita e, aspetto non secondario, l’Algeria è disturbata dalle attività russe nelSahel, fno al punto da considerare un riavvicinamento a Washington, almeno perquanto riguarda l’acquisto di sistemi d’arma per la difesa anti-aerea e antimissile 7.Certo, se lo storico rivale Marocco rafforza i propri legami con gli Stati Uniti,diventa necessario per l’Algeria non allentare quelli con la Russia. Algeri, poi, ha inservizio sottomarini russi della classe Kilo – armati con missili da crociera land-at-tack Kalibr che non dovrebbero far dormire sonni tranquilli a nessun paese delMediterraneo, compresi quelli che acquistano il suo gas. E questa comunanza disistemi si rivelerebbe assai utile per i sommergibili russi presenti o di passaggio nelMediterraneo. Diffcile, però, che Algeri sia disposta a privarsi di uno dei suoi por-ti, mentre più facile potrebbe essere concedere la disponibilità ad accedervi incaso di riparazioni.Oltre all’Algeria, Mosca potrebbe guardare al Mar Rosso, precisamente a PortoSudan. Sono quasi dieci anni che i russi cercano di ottenere una base locale da unoqualsiasi dei governi che si sono succeduti alla guida di quel paese, ma ancoraoggi nulla è stato conseguito, se non una generica disponibilità, peraltro contestatadalla componente non militare del governo sudanese. Al di là dell’aspetto politico,c’è anche un problema di rapporti con lo spazio circostante: come già notava Al-fred Thayer Mahan, una base navale si deve rapportare con il territorio in cui sitrova ovvero deve essere il più autosuffciente possibile per avere un grande valo-re strategico. Nel caso specifco manca tutto, dalle infrastrutture per accoglierecerte tipologie di naviglio militare (in particolare i sottomarini nucleari) fno ai de-positi per carburante, armi e gli stessi impianti per la generazione dell’energiaelettrica. Servirebbero investimenti colossali per disporre di tutto ciò ma Mosca nonsi trova nelle condizioni per sostenerli 8. Certo, una base in Mar Rosso soffrirebbedi pesanti limitazioni, la più importante delle quali è il fatto che essa sorgerebbeall’interno di un mare chiuso i cui accessi (Canale di Suez e Stretto di Båb-al-Mand-ab) sarebbero sorvegliati da altri attori, dunque facilmente bloccabili: incubo para-gonabile alla chiusura degli Stretti turchi.Se la Russia vuole una base navale nel Mediterraneo che le consenta di eser-citare una credibile deterrenza nei confronti dei paesi Nato e supportare le pro-prie iniziative in Africa – anche per non lasciare il continente completamentenelle mani dell’amico eterno cinese – deve obbligatoriamente guardare alla Cire-

naica. Qui ci sono già duemila mercenari russi e Mosca può contare anche sullebasi aeree di al-Œådim, al-Kufra, Biråk al-Šå¿i’ e al-Qarîåbiyya mentre gli uniciporti che Õaftar può offrire a Putin sono quelli di Tobruk e Bengasi. Il primo halimitate capacità di raddobbo per le navi, non ha bacini di carenaggio e pure leinfrastrutture per l’ormeggio sono carenti. Adeguare Tobruk alle esigenze militaricosterebbe troppo. Il porto di Bengasi ha maggiori capacità anche in termini distrutture manutentive ma va riattivato perché pesantemente danneggiato dallaguerra civile. C’è un’ulteriore alternativa che potrebbe essere costituita dal portodi Sûsa, a metà strada tra Tobruk e Bengasi e che vanta acque profonde, ma l’areaè destinata a diventare un porto container – non meno minaccioso per gli interes-si italiani nel transhipment – e comunque l’operazione richiederebbe investimen-ti colossali 9.Già oggi, dalla Cirenaica Mosca è in grado di proiettare la propria infuenzaverso nord (Europa), verso sud (Sahel) e verso ovest (Maghreb). Concretamente,sta allungando i propri tentacoli sul Sudan (oro) e sul Niger (uranio), senza dimen-ticare il supporto al Burkina Faso. Il sostegno a Õaftar è condiviso con gli EmiratiArabi Uniti, principali sponsor economici del regime cirenaico. Mentre Mosca sioccupa di «assistenza» militare, Abu Dhabi cerca di garantire la vendita del petroliocirenaico e di fnanziare il potentato di Õaftar 10. In questo contesto, una stabilepresenza navale russa nella Cirenaica costituirebbe una minaccia assai signifcativaper le forniture energetiche dirette in Europa – anche perché non vanno dimenti-cati neppure gli interessi petroliferi russi nel «regno» di Õaftar – e per la possibilitàche Mosca avrebbe di minacciare Bruxelles con le leve dell’immigrazione irregola-re 11. Certo, una base nella Cirenaica sarebbe utilissima ma nulla è paragonabile alvalore di ¡år¿ûs. and trading outpost in the Mediterranean», The Maltese Herald, 5/7/2025.11. «Libya’s Haftar meets Putin in Moscow as Russia expands its footprint in Africa», The Arab Weekly,

la Marina turca e quella libica (Cirenaica), oltre agli scontati proclami per la solu-zione della crisi tra Tripoli e Bengasi 13.Quella turca è un’iniziativa tanto interessante quanto preoccupante ed è evi-dente che la posta in gioco per Ankara è la ratifca, anche da parte cirenaica,dell’accordo già sottoscritto con Tripoli nel 2019 in merito alla delimitazione del-la piattaforma continentale turco-libica. In poche parole, la sponda africana delMediterraneo resta caratterizzata da notevole fermento e le prospettive per ilprossimo decennio sono tutt’altro che rosee. Le crisi locali sono pervase daglieffetti di quelle regionali ed extraregionali in un’evidente dinamica transcalare. LaTurchia è emersa come la vera vincitrice della guerra civile siriana, realizzandol’antico sogno di vedere la caduta del regime degli Asad. Ora Ankara spera diappropriarsi dei diritti di sfruttamento delle riserve di gas offshore siriano e, coni propri partner (Qatar, Arabia Saudita e Giordania), mira a diventare uno hubenergetico verso l’Europa. L’elemento centrale di tutta questa partita, comunque,è il rafforzamento delle capacità militari del paese, innanzitutto grazie a una po-litica di autarchia tecnologica che possa garantire anche suffcienti margini diguadagno sul mercato internazionale. Ankara dispone di un’industria della difesain rapida espansione e di basi navali che ne facilitano i progetti egemonici nelMediterraneo orientale. Sin dal 2021, nella Repubblica Turca di Cipro Nord (basedi Geçitkale) stazionano droni Bayraktar Tb2 e missili da crociera antinave Atma-ca (200-280 km di portata e lanciabili da batterie costiere, da navi e da sottoma-rini) in grado di colpire i giacimenti gasieri offshore di Israele, oltre al nuovomissile balistico a corto raggio Tayfun Block 4 (500-560 km di portata) 14. Si trattadi minacce concrete, tant’è che Israele ha prontamente annunciato l’avvio di unprogramma per realizzare una sorta di Iron Dome subacqueo a protezione delleproprie infrastrutture critiche e dei propri giacimenti petroliferi offshore Levia-than, Tamar e Aphrodite 15.La Turchia si sta confgurando altresì come il più credibile «agente regolatore»del traffco attraverso Båb-al-Mandab. Dal 2017 ha ottenuto dal Sudan l’afftto, per99 anni, dell’isola di Sawåkin, con l’obiettivo di svilupparvi infrastrutture per acco-gliere navi mercantili e militari. Sempre dallo stesso anno, Ankara vanta una stabi-le presenza militare in Somalia, incentrata sulla base Turksom, e ha sottoscrittoaccordi di cooperazione militare ed economica con il governo di Mogadiscio. Nelluglio 2024, alla base terrestre si è aggiunta anche la possibilità di utilizzare i portisomali, giacché la Turchia è incaricata di ricostruire la Marina locale e, nel frattem-po, di difendere le acque territoriali e gli interessi marittimi del paese africano.L’infuenza di Ankara sulla Somalia è tale e tanta che può permettersi addirittura di

mediare tra Addis Abeba e Mogadiscio dopo che quest’ultima ha dichiarato illega-le l’accordo frmato tra Etiopia e Hargheisa – capitale dell’autoproclamata regioneindipendente del Somaliland – per concedere alla prima la possibilità di ottenereuno sbocco sul Golfo di Aden. La futura base di Sawåkin con quella di Mogadiscioe quella che la Turchia vanta in Qatar nell’ambito della collaborazione militare conquel paese rappresentano i vertici di un triangolo strategico che consente ad An-kara di agire nel Mar Rosso e di essere presente nel Golfo Persico 16.La Turchia ha capito bene come debba essere ridotto il numero di «concorren-ti» nel controllo dell’area e segue con interesse e preoccupazione le mosse deglialtri: se il Qatar, con le sue basi in Sudan e in Somalia, può essere considerato«amico», diversa è la situazione per gli Emirati Arabi Uniti, molto attivi nello Yemen,in Eritrea, in Somaliland e a Gibuti, e per l’Arabia Saudita con i suoi progetti dipromozione dei porti di Gedda e Yanbu‘ 17. Per la Turchia, quel gigantesco chokepoint che è il Mar Rosso è essenziale per l’export verso l’Asia e per importare queimateriali critici che fanno funzionare la sua industria chimica, automobilistica emanifatturiera. Il controllo di Båb al-Mandab, poi, garantirebbe alla Turchia un’ec-cezionale arma di pressione a danno dell’Unione Europea, in termini sia di accordicommerciali e doganali sia di concessioni ottenibili nel Mediterraneo 18. Vale lapena ricordarlo: chi controlla i choke points controlla i fussi commerciali e, quindi,controlla la ricchezza (materiale e immateriale) del pianeta, candidandosi a diven-tare una potenza che può guardare oltre la scala regionale.

tili e dei pescherecci nazionali, alla salvaguardia delle attività economiche in maree alla tutela delle infrastrutture critiche subacquee.C’è però l’urgenza di investire subito in un’altra direzione: la protezione antidro-ne e antimissile. Se c’è un’evidente lezione che si può ricavare dai confitti in corsoè che bisogna accelerare lo sviluppo di un valido scudo antimissile e antidrone,perché le città sono un bersaglio prioritario nelle nuove guerre. Per intercettare mis-sili e droni serve un sistema di difesa integrato e multistrato che metta in sinergia traloro i sensori per la scoperta e il tracciamento dei bersagli, il complesso per il co-mando e controllo e gli intercettori, oltre alle difese non cinetiche come le capacitàdi guerra elettronica. A complicare questa sfda tecnologica c’è il fatto che un similescudo non può coprire una sola dimensione (domain) ma deve mettere insieme traloro sistemi terrestri, navali, aerei e spaziali. La partita, poi, si gioca sulla rapidità conla quale viene scoperto il lancio dei missili o dei droni dell’avversario e quella conla quale li si ingaggia con l’intercettore più adatto: quanto più ciò accade lontano dalterritorio nazionale, tanto più si eviteranno i «danni collaterali» o l’impatto della mu-nizione che, eventualmente, non fosse stata intercettata.Per l’Italia, data la natura peninsulare, la linea più esterna dello scudo non puòche essere basata in mare. È una sfda comune agli altri paesi europei e Nato, tec-nologicamente enorme. Ma è una priorità assoluta come ribadito dal capo di Statomaggiore della Difesa. In Europa, la prima a muoversi è stata la Germania con ilprogetto European Sky Shield Initiative (Essi), che ha già federato attorno a Berlinonon meno di ventiquattro paesi europei – comprese le neutrali Svizzera e Austria –ma non la Francia, l’Italia e la Spagna. L’idea tedesca è quella di creare economie discala grazie alla pletora di Stati aderenti e, soprattutto, di acquistare ciò che già esisteed è stato testato in combattimento: i sistemi Iris-T Slm tedeschi per la difesa a cortoraggio, i Patriot Pac-3 statunitensi per la difesa a medio raggio e gli Arrow-3 israelia-ni per la difesa a lungo raggio ed esoatmosferica 19. Questa iniziativa, però, incontral’opposizione di altri importanti paesi europei, due dei quali (Francia e Italia) conte-stano la scelta di sistemi come i Patriot statunitensi e gli Arrow israeliani, sostenendoche non è una buona idea vincolarsi a fornitori esterni per coprire un’esigenza cosìstrategica. Francia e Italia sono altresì i produttori del Samp/T terrestre e del Paamsnavale (quest’ultimo con il contributo britannico) che impiegano la munizione Aster30 Block 1 Nt, in grado di assicurare un’effcace difesa antimissile di teatro a medioraggio. Si tratta di una munizione che ha il vantaggio di poter essere utilizzata sia dainstallazioni a terra sia da bordo delle unità navali e che, soprattutto in quest’ultimaversione, ha dimostrato la propria effcacia in alcune esercitazioni Nato. Certo, laEssi ha un’architettura tale per cui non dovrebbe essere complicato sviluppare altrecomponenti europee, ma è evidente che la fuga in avanti della Germania con ladecisione di acquistare prodotti non europei rappresenta una contraddizione rispet-to allo spirito dello Eu Strategic Compass adottato dall’Unione nel 2022 e allo WhitePaper for European Defence-Readiness 2030 del 2025.

Network, 5/2/2024.

Tuttavia, l’iniziativa Essi a guida tedesca – anche integrando le munizioni fran-co-italiane e i complementi necessari alla protezione antidrone, anti-aerea e antimis-sile del campo di battaglia – non può considerarsi esaustiva. Perché lo sia è neces-sario che qualsiasi soluzione europea sia parte della Nato Integrated Air and MissileDefence (Iamd), la cui componente più importante è costituita dalla Nato BallisticMissile Defence. In breve, si tratta di concepire la difesa anti-aerea, antimissile eantidrone come una capacità multilivello e multi-attore, alla quale partecipano gliStati Uniti e gli alleati europei, ciascuno portando il proprio contributo. Tutto belloed effcace, ma servono coordinamento e, al contempo, una certa autonomia daparte europea, perché non si può dipendere integralmente da Washington. Intercet-tori e sensori che stanno proliferando nelle dotazioni delle diverse Marine europeerappresentano un’interessante opzione, anche perché hanno il vantaggio della mo-bilità e del basso impatto sul territorio. Serve qualcosa di simile al sistema america-no Aegis, presente in Europa nelle sue componenti basate a terra – un radar aKürecik in Turchia e le batterie in Romania (Deveselu) e Polonia (Redzikowo) – ein quelle rappresentate dai quattro caccia classe Burke di base a Rota, in Spagna.L’Europa ha le capacità per realizzarlo e, in questo caso, l’investimento può essereaccettato dalle opinioni pubbliche con maggiore disponibilità di altre spese militari,perché la sua immediata utilità è più comprensibile. Poi, certo, se si vuole dareconcretezza alla deterrenza, bisogna affancare ai sistemi difensivi anche capacitàoffensive (missili da crociera, missili balistici e ordigni nucleari) ma qui entra ingioco la comune architettura di sicurezza europea che, al momento, pare ancoralontana.

Tra tensioni geopolitiche e commerciali, il sistema portualecontinua a crescere. Le sfide del gigantismo e dell’elettrificazione.La presenza cinese. L’Italia è all’avanguardia, ma deve essere piùefficiente. L’imperativo dell’intermodalità. Se Fiume sfida Trieste.