LIMES - Rivista Italiana di Geopolitica

L’Italia è fuori dalle Libie

di Lorenzo NOTO

L’Italia è fuori dalle Libie

Autore: Lorenzo NOTO


di Lorenzo NOTO 1.## AL DI LÀ DEL CANALE DI SICILIA, È IN CORSO nelle Libie una convulsa ridefnizione geopolitica. Gli equilibri raggiunti dopo latregua della guerra civile nel 2020 sembrano giunti a un punto di svolta. La novitàpiù rilevante è la disinvoltura con cui la Turchia, garante del governo di Tripoli, hainiziato a muoversi in Cirenaica, pronta a riadattare lo schema di alleanze fnoraassunto per conseguire i propri disegni strategici. Segnale che la ritrovata conver-genza con l’Egitto comincia a proflare compromessi possibili, previo assenso degliStati Uniti e avallo russo. Al contempo, il collasso della Tripolitania e la conseguen-te ascesa della Cirenaica conducono a scenari potenzialmente esplosivi. Qualoranon si riuscisse a trovare un accordo tra gli attori esterni e la moltitudine dei pro-tagonisti locali, il rischio di nuove violenze raggiungerebbe il grado massimo.Il rebus libico si rivela paradigma delle nuove dinamiche nell’ex mare nostrum.Emblema dell’abulia degli europei nel prendersi cura del proprio estero vicino edevitare che a deciderne le sorti siano potenze extraregionali. Ignorato assioma stra-tegico che dovrebbe invece fungere da minimo comune denominatore tra i diver-genti interessi nazionali. Ciò vale drammaticamente per noi italiani: primi interessatia risolvere il caos dell’ex colonia ma privi del peso necessario per incidervi, dell’ini-ziativa per promuovere un coordinamento con partner più o meno allineati, dellacapacità di pianifcare e distribuire le risorse. Soprattutto, mancanti di una strategiache orienti le nostre scelte, quantomeno per non cadere preda dei ricatti.Gli scenari peggiori per l’Italia di fronte ai nuovi sconvolgimenti libici sonosostanzialmente due. Il primo è che una riunifcazione della Libia sotto l’egemoniadella Turchia ci renda defnitivamente ostaggio delle decisioni di Ankara, soggettomosso da una lucida consapevolezza dei propri interessi. Dopo averle concessocampo libero, voltando le spalle al governo di Tripoli nel momento del bisogno,non abbiamo compreso che l’avvicinamento turco-egiziano avrebbe compromesso

le nostre leve tanto in Libia quanto nel Mediterraneo orientale. Ci siamo così def-nitivamente preclusi la possibilità di esercitare infuenza ai confni di casa nostra,nel pieno di una fase di turbolenta trasformazione mondiale. Un autentico capola-voro di autolesionismo.La seconda conclusione deriva direttamente dalla prima: senza voce in capito-lo, ci troviamo in balia delle scelte altrui. L’incubo sarebbe vedere realizzarsi latrattativa – tutt’altro che segreta – per trasformare le Libie in strumento di compen-sazione del negoziato su Gaza. Uno «scatolone di sabbia», nella famosa metafora diGaetano Salvemini, da riempire attraverso deportazioni di massa di rifugiati pale-stinesi. Prospettiva che catalizza l’attenzione di Washington sulle dinamiche libichecome non accadeva da decenni. Dal ritorno al potere di Donald Trump, il Coman-do Africa degli Stati Uniti (Africom) ha manifestato crescente interesse nel consoli-dare i rapporti con i vertici militari tanto dell’Est quanto dell’Ovest libici. Più dellapresenza russa in Cirenaica, agli americani preme la Libia come potenziale soluzio-ne per gli sfollati di Gaza.Il fallimento italiano sarebbe completo e senza attenuanti. L’«amico» Trump f-nirebbe per avallare il trasferimento di centinaia di migliaia di palestinesi a duepassi dalle coste italiane. È facile immaginare che molti di questi tenterebbero diraggiungere l’Europa per sottrarsi alle condizioni infernali del paese nordafricano.Il piano vanifcherebbe l’intera sequenza di accordi e memorandum stipulati dall’I-talia negli anni, compreso il trattato di cooperazione con Tripoli – siglato anche perconto dell’Unione Europea – che dal febbraio 2017 prevede il trasferimento di ri-sorse fnanziarie e tecniche alle autorità libiche in cambio del loro impegno nelcontenimento dei fussi migratori. Lo stesso fantomatico Piano Mattei, per come èstato concepito, risulterebbe svuotato di gran parte del suo signifcato. Brutale ba-gno di realtà, rivelatore dell’assenza di strategia che ha caratterizzato fnora le deci-sioni italiane. Un’Italia impegnata a destreggiarsi in tentativi di mediazione tra ledue Libie per evitare di scontentarle entrambe fnirebbe puntualmente sotto scacco.

mano ai russi – da trasformarsi in porto commerciale sotto il controllo congiunto diUsa e Siria, dunque Turchia.Dipartimento di Stato e Consiglio di sicurezza nazionale smentiscono. Lo faanche il governo di Tripoli, retto da ‘Abd al-Õamød Dubayba, mentre il capo dellaLibia orientale Œaløfa Õaftar si limita a non commentare. L’ipotesi torna a galla,sempre in maniera carsica, d’estate. A metà luglio, secondo il sito Axios, il capo delMossad David Barnea in visita a Washington avrebbe riferito all’inviato specialedegli Stati Uniti in Medio Oriente, Steve Witkoff, che Gerusalemme sta trattando ilricollocamento dei gaziani con Etiopia, Indonesia e, appunto, Libia 2. Soprattutto,secondo i media libici a discuterne direttamente a Washington sarebbe stato Âad-dåm Õaftar, ultimogenito del feldmaresciallo e suo erede designato 3. Ad agosto,l’italiana Agenzia Nova ha riportato alcune dichiarazioni del ministro dell’Agricol-tura israeliano Avi Dichter rilasciate al quotidiano Maariv in cui prospetta la Libiacome «destinazione ideale» per un ambizioso piano di reinsediamento, che coinvol-gerebbe circa 1,5 milioni di palestinesi 4. L’articolo è stato puntualmente smentitopochi giorni dopo da un portavoce delle autorità cirenaiche, ma la moltitudine dinotizie trafugate segnala quantomeno che la trattativa esiste.Il progetto sarebbe sostenuto dagli Stati Uniti con la mediazione della Turchia edell’Arabia Saudita, quest’ultima spinta dal coinvolgimento sui futuri investimentiimmobiliari nella Striscia e da eventuali partite sui giacimenti gasieri nell’offshore diGaza. Le complessità logistiche del piano sono ovviamente palesi, senza contare chela Libia ospita già 800 mila migranti su una popolazione di 7,3 milioni di persone.Secondo un ex funzionario statunitense citato da Nbc News, è stato calcolato che pertrasportare un milione di persone a piena capacità servirebbero infatti 1.173 voli delpiù grande aereo passeggeri al mondo, l’Airbus A380. Mentre via terra occorrerebbepercorrere, dietro l’approvazione dell’Egitto, 2.100 chilometri prima di raggiungereBengasi. Per non contare la quantità di traghetti che servirebbero via mare.L’accordo quindi dovrebbe necessariamente coinvolgere, con la mediazioneturca, gli egiziani. Soprattutto per scongiurare la complessa opzione di un ponteaereo. Il governo del Cairo, strozzato dalle molteplici crisi e dalle tensioni socialiche attraversano il paese, è assai poco sensibile alle sorti dei palestinesi e semprepiù orientato su logiche di affari. Ne è un esempio l’accordo sul gas raggiunto adagosto proprio con Israele. La NewMed Energy, proprietaria di una quota del 45%– un altro 40% è detenuto da Chevron – del giacimento Leviathan al largo dellacosta israeliana, ha frmato un accordo da 35 miliardi di dollari per l’esportazionedi gas naturale verso l’Egitto 5. Infranti i sogni prospettati dall’Eldorado delle riservedel Mar di Levante, la produzione egiziana di gas è da tre anni in inesorabile decli- Cfr. «Generational shift in Libya as Saddam Haftar steps into key military role», The Arab Weekly,18/8/2025.4. «Gaza: ministro israeliano propone trasferimento di 1,5 milioni di palestinesi in Libia», Agenzia### Nova, 9/8/2025.

no. Passata dai 6,1 miliardi di metri cubi del marzo 2021 ai 3,5 dello scorso maggio,con un crollo del 45% che ha costretto Il Cairo a importare grosse quantità delcostoso gas naturale liquefatto. Il giacimento Leviathan, le cui riserve sono stimatein circa 600 miliardi di metri cubi di gas, ne fornirà al Cairo circa 130 miliardi fnoal 2040. Il più lucroso accordo della storia dell’export israeliano. Che pone comeminimo alcuni interrogativi sulla ricattabilità egiziana di fronte alle operazioni mili-tari israeliane, nonostante l’empatia di buona parte della società verso la causapalestinese.La prospettiva del trasferimento di massa di circa un milione di residenti diGaza verso territori libici pone questioni di straordinaria complessità logistica egeopolitica, ma non da ultimo umanitaria. Dove potrebbero essere accolti questisfollati in un paese da tempo così dilaniato e frammentato? Anche nell’eventualitàdi un processo di riunifcazione, la Libia rimane divisa tra una miriade di fazioni emilizie armate le cui rivalità endemiche non si dissolverebbero dall’oggi al domani.Quale cornice giuridica potrebbe regolamentare la loro presenza in un non-Statoche già ospita in condizioni disumane centinaia di migliaia di migranti subsaharia-ni, rinchiusi in precarie strutture di detenzione, fnanziate tra l’altro dagli stessieuropei?Il prezzo di tutto questo ricadrebbe tra l’altro principalmente sull’Italia. Siamoin prima linea, costretti a guardare inermi la costruzione di un potenziale quantoformidabile strumento di pressione verso l’Europa. Qualora la riconfgurazionedegli equilibri libici dovesse ottenere l’appoggio americano, nell’ambito del proget-to di deportazione palestinese per realizzare la «Gaza Riviera», l’Italia si vedrebberelegata a un ruolo del tutto ininfuente in qualsiasi trattativa mediterranea.

so la vendita di droni armati da impiegare a Bengasi, gli stessi che nel 2020 difese-ro Tripoli dall’assalto cirenaico. A dimostrazione che per i turchi la distinzione traamici e nemici è labile, liquida, strettamente legata alle fasi che defniscono e ride-fniscono i contesti geopolitici: le alleanze orbitano attorno a interessi strategicifssi, dunque sono mobili e mutevoli non per convenienza ma perché la barra restidritta sugli obiettivi. Lezione di machiavelliana memoria: la virtù è fessibilità stra-tegica, non coerenza morale.Tutta la presenza turca in Libia ruota sulla sostenibilità dell’accordo marittimostipulato con Tripoli nel 2019. Ad Ankara servono certezze che l’accordo possaessere applicato, indipendentemente da chi comanderà il paese. Il controllo dellacapitale e dell’Ovest libico è sempre stato funzionale a irrobustire la postura nego-ziale turca. Se questa non è più garantita, allora meglio una rotazione completadelle alleanze. Virare sul sostegno a Õaftar, con gli egiziani, e allargare la propriaegemonia all’Est libico con il favore di Washington, che ha bisogno di risolvere ilnegoziato mediorientale, serve a tale scopo.L’ipotesi necessita inoltre di un accomodamento con i russi. Le logiche di con-cordia discors tra Ankara e Mosca si ripeterebbero in formula analoga rispetto alpassato ma da una posizione di forza per i turchi. Durante la guerra civile libica lapresenza russa aveva legittimato agli occhi di americani ed europei l’interventoturco in Tripolitania, creando una convergenza turco-russa che si tradusse nellaspartizione del paese. Ora la sinergia potrebbe ripetersi ma con il pallino salda-mente in mano alla Turchia. Lo scenario che terrorizza le cancellerie europee – unrafforzamento della presenza militare russa in Cirenaica destinato a compensare leperdite subite in Siria con la caduta del regime di al-Asad, peraltro favorita dallastessa Turchia – fnisce paradossalmente per dipendere proprio da un’intesa conAnkara. Scenario che consentirebbe al Cremlino di intensifcare la pressionesull’Europa, soprattutto in assenza di una normalizzazione dei rapporti con gli eu-ropei ora che tra questi spopola la retorica dello spauracchio russo, nemico ritro-vato funzionale al riarmo.Secondo uno studio condotto a maggio dal Middle East Council on GlobalAffairs, think tank basato in Qatar, da dicembre 2024 sono state trasferite 6 milatonnellate di equipaggiamento militare da ¡ar¿ûs, includendo mortai 2512 Sani,radar per batterie anti-aeree e veicoli di trasporto truppe 8 (a cui si aggiungono lefrequenti «visite di cortesia» di navi militari russe al porto di Tobruk). Ma l’operazio-ne è lungi dall’esser compiuta. La guerra in Ucraina ha corroso risorse preziose aMosca, riducendone l’infuenza tra Caucaso, Sirie, Libie, mentre all’inverso crescevaquella turca. La Libia è già fulcro operativo del cluster africano della Russia. Lebasi sequestrate al tempo dal fu Gruppo Wagner sono hub logistici per tutte le sueoperazioni militari nel Continente Nero. Da qui partono armi, truppe e rifornimen-ti che sono stati fondamentali per sostenere le Forze di supporto rapido (Rsf) inSudan, per fare da ponte aereo verso il Sahel dopo i colpi di Stato militari in Niger,

Mali e Burkina Faso, per mantenere i mercenari nella Repubblica Centrafricana. Glistessi Õaftar sono una risorsa diplomatica per fornire supporto agli accoliti africanidella Russia. Nel 2023 Âådiq Õaftar è stato inviato a Khartûm per fnanziare diretta-mente le Rsf alla vigilia della guerra civile 9. Lo scorso anno Âaddåm Õaftar ha in-vece visitato il Niger con l’obiettivo di formalizzare un’alleanza diplomatica per ilcontrollo dei confni, e presumibilmente garantire accordi sulle redditizie rotte delcontrabbando transfrontaliero.Mosca ha inoltre cominciato a usare la Bielorussia per rafforzare l’asse con laLibia orientale. A febbraio Âaddåm Õaftar ha incontrato il ministro della Difesabielorusso Viktor Khrenin per discutere di cooperazione militare, soprattutto ri-guardo al potenziamento dell’Aeronautica dell’Enl, con particolare attenzione allamanutenzione dei caccia MiG-29 di fabbricazione russa, alla formazione di pilotilibici e al miglioramento delle capacità di cibersicurezza.Ma la posizione russa non è così comoda come sembra. Lo mostrano i casi diBurkina Faso e Mali. Inoltre, Mosca sembra avere poche idee sulla stabilizzazionedella Libia a parte il tentativo di spingere le sue pedine in posizioni di potere (insostanza per ricreare lo scenario siriano ai tempi di al-Asad). La prospettiva di unasoluzione al rebus libico rischierebbe inoltre di rivelarsi controproducente, inquanto instabilità e illegalità del paese nordafricano sono sempre state garanzied’affari per i russi. L’assenso totale russo non è dunque scontato.

al-Manfø ne approfttano per dichiarare il governo tripolino morto e sepolto. Scop-piano regolamenti di conti a cui seguono ampie proteste popolari. Fuori Tripoli, lasituazione è di gran lunga peggiore: molte città della costa occidentale hanno di-sconosciuto la legittimità delle istituzioni tripoline, con diversi capi milizia pronti amarciare verso la capitale. Il Putsch di Dubayba si trasforma in un letale autogol. Sipercepisce il rischio di una guerra che chiuda defnitivamente il suo mandato,aprendo a diversi scenari e incognite. al-Hūms

Zuwara

Misurata

Banī Walīd

Waddān

Tunisi

Tripoli

Sirte

Yafran

Būrī

Gela

Gadāmis

Ağdābiyā

Tobruk

Derna

al-Baydā)

Bengasi

al-Marğ

Murzūq

Awbārī

Birāk

Sabhā

Millīta

M a r M e d i t e r r a n e o Greenstream gasdottosottomarino Gasdotto di collegamentotra i giacimenti a norde a sud di Tripoli Rafneria di Millīta Giacimenti di gas Giacimenti di petrolio

Oleodotti

Dietro al precipitare dello scontro tra strutture e para-strutture tripoline vi èl’allentamento della garanzia di Ankara e la crescente legittimazione della rivaleCirenaica. Per capirne lo sviluppo occorre però riallacciare alcuni fli.La strategia anatolica in Libia si è sempre articolata su tre pilastri: il sostegnomilitare, quello diplomatico e l’applicazione dell’accordo marittimo, quest’ultimovero nucleo strategico dell’intera operazione. Firmato con il premier Fåyiz al-Sarråãil 27 novembre 2019, mentre Tripoli era ancora sotto assedio, defnisce le Zoneeconomiche esclusive dei due paesi frmatari. Il memorandum non c’entra nullacon la guerra in corso in quel momento. Nessuno sa neanche se Tripoli sopravvi-vrà all’assalto e sarà in grado di metterlo in atto. L’accordo riguarda piuttosto loscontro con Grecia, Cipro e l’Egitto di al-Søsø (al tempo ancora arcinemico di Anka-ra) per accaparrarsi la sovranità sul mare vicino casa, tra Egeo e Mediterraneoorientale. Un gioco a cui all’epoca della guerra di Libia stanno già partecipandoquasi tutti i paesi rivieraschi del bacino orientale. La scelta turca di inviare aiutimilitari al governo di Tripoli diviene funzionale a difendere l’accordo. La storiasuccessiva è nota.L’uscita di scena di al-Sarråã nel 2021, l’uomo che Ankara si era impegnata adifendere, non ha cambiato l’approccio turco. Nominato premier Dubayba, ex ca-po della Libyan Investment and Development Company (fondo sovrano istituito daGheddaf nel 2007), la nuova leadership tripolina resta consapevole che rompereil vincolo turco non conviene. Così nessuno a Tripoli manifesta alcuna intenzionedi reclamare il rientro delle truppe turche, come a gran voce chiedevano gli euro-pei. Il parlamento turco prolunga la missione militare e il primo viaggio di Du-bayba è ad Ankara. Alle intese stipulate già con al-Sarråã si aggiungono nuovi ac-cordi e l’export turco verso la Tripolitania aumenta del 65%.Negli anni successivi alla tregua le turbolenze interne alla Tripolitania stentanoperò a placarsi. La Turchia inizia così ben presto a sondare sottotraccia le opportu-nità in territorio cirenaico. Già nell’agosto 2022 il presidente del parlamento diTobruk ‘Aqøla Âaløh compie una visita in Turchia in cui esorta Erdoãan a un mag-giore coinvolgimento economico e infrastrutturale nella Libia orientale 11. Sono leprime avvisaglie. L’Italia segue a ruota. Continua a sostenere il governo di Tripoli,come ai tempi di al-Sarråã, ma intrattiene rapporti sempre più diretti con Õaftar,che a maggio 2023 viene ricevuto a Roma per discutere l’aumento degli sbarchi dimigranti sulle coste italiane. L’architettura dei rapporti tra i vari attori libici apparemetamorfca. Lo scorso anno la politica turca in Libia comincia letteralmente asdoppiarsi: dopo aver riaperto il consolato a Bengasi, a luglio 2024 il produttore diacciaio turco Tosyalı annuncia la costruzione del più grande impianto di produzio-ne di ferro e acciaio al mondo a Bengasi 12. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fi-dan si fa pubblicamente fotografare con Bilqåsim Õaftar, terzo fglio del generale a

Benghazi», Libya Herald, 20/06/2024.

capo del neo-costituito Fondo libico per lo sviluppo e la ricostruzione, opaco maredditizio strumento creato dopo il disastro dell’alluvione di Darna 13. Ma ancora adagosto 2024 il parlamento turco ratifca un nuovo protocollo per rafforzare la coo-perazione militare con l’Ovest, che prevede immunità e piena autonomia per ilpersonale militare turco in Tripolitania, un sostanzioso supporto logistico e fnan-ziario dal tesoro libico per le attività della Turchia, e la possibilità per le forze tur-che di un accesso illimitato al territorio libico, al suo spazio aereo e alle sue acqueterritoriali. Sembra un all in, ma la crescente partnership fnanziaria con l’Est segna-la come il supporto non sia più così scontato come in passato.Così si arriva, lo scorso aprile, alla visita di Âaddåm Õaftar ad Ankara, ricevutodal ministro della Difesa Yaúar Güler e dai vertici delle Forze armate turche. L’in-contro si ripeterà a luglio 14. Pochi giorni dopo il vertice di aprile, il presidentedella Camera di Tobruk ‘Aqøla Âaløh segnala che il parlamento cirenaico potrebberatifcare l’accordo sui confni marittimi. Il cerchio si chiude e nella Tripolitaniasempre più emarginata scoppia a maggio la peggiore crisi dall’inizio della treguadel 2020.Gli equilibri che hanno retto dal cessate-il-fuoco sembrano giunti a un puntodi collasso e senza un accordo tra attori locali e potenze esterne i varchi aperti ri-schiano di condannare il paese a una nuova guerra civile. 23/7/2025.15. «Turkey to provide Egypt with drones as two countries eye “strategic” relationship», The Arab### Weekly, 6/2/2024.

gestione del caos lungo i suoi confni. A est in quanto contrappeso a Israele; a suddove ormai ha scavalcato ogni capacità egiziana di infuire in Sudan, Etiopia e So-malia (il caso più eclatante è quello della pace mediata da Ankara tra Mogadiscioe Addis Abeba a dicembre scorso 17 dopo che Il Cairo aveva stipulato un accordocon la Somalia per inviare diecimila soldati); e ovviamente a ovest dove condividecon la Cirenaica più di mille chilometri di frontiera. Al contempo l’appoggio dell’E-gitto serve a realizzare gli obiettivi turchi nel Mediterraneo orientale, ovvero accer-chiare Grecia e Cipro.Sul futuro della Libia turchi ed egiziani lavorano sottotraccia sin dall’inizio del-la ricomposizione. L’obiettivo di Ankara è consolidare un’intesa che permetta il ri-conoscimento dell’accordo marittimo anche da parte dei cirenaici, dunque in lineaindiretta da parte dell’Egitto, isolando sempre di più l’asse greco-cipriota. Gli effet-ti del negoziato turco-egiziano si vedono già nelle relazioni tra Bengasi e Atene,una volta molto buone in quanto contraltare della presenza turca in Tripolitania.Negli ultimi mesi, la Cirenaica ha cominciato a mettere sotto pressione migratoriail governo ellenico, raddoppiando i fussi lungo la rotta Tobruk-Creta. Per chiuderela tenaglia sulla Grecia, nei progetti di Ankara vi è anche quello di sfruttare i nuoviassetti in Siria e stipulare con Damasco un accordo sulla scia di quello libico, comeesplicitamente affermato dal ministro dei Trasporti turco Abdulkadir Uraloãlu po-chi giorni dopo la caduta del regime di al-Asad 18.La ricomposizione della Libia è dunque strumentale a negoziare da una posi-zione dominante le dinamiche tra Egeo e Mediterraneo orientale. Anche questa èuna partita che ci riguarda. La corsa all’accaparramento dei confni marittimi minac-cia la stabilità delle rotte nel Mediterraneo orientale, vitali per il nostro import-export.Le rivendicazioni di Grecia e Cipro, sostenute dalla Francia e con meno convinzionedall’Italia, con cui l’Egitto ha già stipulato due accordi di riconoscimento delle rispet-tive Zee, si basano sui dettami della Convezione delle Nazioni Unite sul diritto delmare (Unclos). Questa sancisce la prevalenza dei diritti delle isole sulle piattaformecontinentali delle coste. Viceversa, l’accordo turco-libico considera sproporzionatoe ingiusto questo principio, sovrapponendosi ad aree rivendicate da greci, cipriotied egiziani. Turchia e Libia sono quasi del tutto prive di arcipelaghi e si vedrebberocosì private di aree di mare su cui esercitare la propria giuris dizione, non solo infunzione di diritti commerciali, ma soprattutto in chiave securitaria. La proclamazio-ne di Zone economiche esclusive, al di là dei diritti sulle riserve di gas, è un modoper estendere le proprie frontiere dalla terra al mare legittimando il processo, ognu-no tramite una certa interpretazione del diritto internazionale. Allontanando la primalinea difensiva dal cuore del paese. Operazione con cui greci e ciprioti, con il soste-gno egiziano, hanno tentato di contenere le storiche pretese turche.L’accordo con Tripoli è stato per Ankara una reazione al forum che in quelmomento avevano inaugurato Grecia, Cipro, Egitto, Israele e Giordania con la par-

tecipazione esterna di Italia e Francia, entrambe sostenitrici della stessa interpreta-zione di Atene e Cipro dell’Unclos.Questa è la partita strategica che si cela dietro la diatriba energetica del Medi-terraneo orientale. Altra mina per l’Italia poiché in grado di compromettere la liber-tà di navigazione tra Suez e il Canale di Sicilia. Esempio di scuola di inconciliabili-tà geopolitica su cui serve un’iniziativa diplomatica concertata dei paesi interessatia contenere l’espansione del caos regionale, per raggiungere un compromesso chechiarisca le linee rosse tra Atene e Ankara, ed evitare che la questione slitti versoesiti incerti. Ad esempio, partendo da una proposta che limiti il valore delle isolenella defnizione dei confni marittimi. In questo ampio schema che lega le dina-miche libiche a quelle levantine, sarebbe fondamentale un’azione corale franco-i-taliana, operazione che però risulta complessa anche solo da pianifcare.

timore che dopo turchi, egiziani e russi, tra gli europei la Francia resti il princi-pale riferimento.Eppure, di fronte alla normalizzazione tra turchi, egiziani e altri arabi del Golfo,al ridimensionamento del peso della Russia, alla defnitiva perdita di profondità afri-cana della Francia, ai progetti americani di ingolfare il Mediterraneo alimentando laprecarietà di Stati già falliti, sarebbe l’ora di rilanciare un’iniziativa italo-francese.Consapevoli delle divergenze strategiche, senza fngersi alleati inossidabili, ma ingrado di coadiuvarsi su preoccupazioni comuni. Ad esempio, con manovre di inter-dizione verso la riconciliazione turco-egiziana, che ci isola dalla mischia libica e af-fossa greci e ciprioti nel Mediterraneo orientale mettendone a rischio lo status quo.È forse troppo tardi, ma la cooperazione con la Francia dovrebbe avveniresotto il segno di uno scopo specifco: scongiurare l’intesa sulle Libie tra turchi,egiziani e russi, che segnerebbe di fatto il predominio pressocché assoluto dellaTurchia nel cuore del nostro spazio geopolitico. Parte IV## SALUTI AMERICANI e PIANI EUROPEI

Le basi degli Usa in Italia, Spagna e Grecia resteranno, madiventeranno passive. Con Trump la priorità è l’emisfero occidentale,in Eurasia si difenderanno interessi molto ristretti. È la fine dellasicurezza delle rotte marittime garantita da Washington.