L’America non garantisce più il Mediterraneo
Autore: Scott SMITSON
di Scott SMITSON sia in carica da meno di un anno, stanno chiaramente emergendo i contorni diun approccio trumpiano alla politica estera. Restano dei dubbi sull’impegno versola Nato e sull’orientamento strategico generale. Eppure, si intravede un profondointreccio fra energia, politica economica e uno sforzo per rivitalizzare (e poten-zialmente porre sotto controllo governativo) la base industriale della difesa e isettori strategici chiave.È un approccio inconsueto, poiché fonde aree che normalmente vengonotrattate distintamente. Potrebbe non durare per sempre, ma l’amministrazione èincline a osservare attraverso questa lente le sfde interne e internazionali. Moltiosservatori criticano i metodi del governo; tuttavia è improbabile che torni in augelo stile politico fondato sul Washington Consensus in voga negli ultimi decenni. Ileader mondiali prendono nota e cercano di dare una logica a quelli che in super-fcie paiono tentativi di mettere il vino vecchio in botti nuove (come le sanzionipetrolifere alla Russia rispolverate dal carniere di Biden) oppure iniziative controin-tuitive, se non distruttive (come applicare più dazi a vicini e alleati che a rivalistrategici come Mosca e Pechino).In una recente conferenza stampa, il vicegovernatore della Banca del Giappo-ne, Himino Ryozo, ha notato che «anche considerando i soli dazi, si può individua-re una confuenza di elementi: un obiettivo economico (commercio a miglioricondizioni), considerazioni di politica estera (sicurezza economica) e un’agendapolitica (equità e distribuzione). Potrebbe essere anche in gioco un elemento diprotesta culturale contro le élite intellettuali, accusate di aver difeso sistemi neoli-beristi e la risultante estrema disuguaglianza sulla base dell’effcienza economica».L’approccio di Trump alla politica estera è un misto di carote energetiche e ba-stoni daziari. Inoltre, la sua amministrazione caratterizza il mondo in modo molto
diverso rispetto al primo mandato. Se nel 2017-20 l’idea era chiaramente accettare la«competizione tra grandi potenze» e mettere al centro le considerazioni geopolitiche,il secondo mandato è contraddistinto da un concetto radicalmente diverso: la collu-sione tra le grandi potenze attraverso considerazioni geo economiche.In un mondo del genere, per valutare gli interessi degli Stati Uniti nel Mediter-raneo si può adoperare la triade buono-brutto-cattivo. È probabile che Washin-gton, a prescindere da cosa ciò implichi per la sicurezza e la stabilità dell’Europa,si concentrerà unicamente su una stretta defnizione degli interessi nel Mediterra-neo, creando un ambiente più permissivo per le infuenze e le attività maligne diattori opportunisti regionali ed extraregionali, come Cina e Russia. Sotto Trump, gliStati Uniti probabilmente ripiegheranno ulteriormente dal proprio ruolo di garanteegemonico della sicurezza nel Mediterraneo. Semmai, limiteranno le proprie ener-gie e attenzioni a poche e specifche priorità estere, guidate dalle decisioni e dallepreferenze del presidente. L’individuo ha sostituito le istituzioni. Il buono: interessi geoeconomici nel Mediterraneo orientale Osservando le sue principali iniziative, è chiaro che al governo interessa laparte orientale del Mediterraneo, assieme alla sua arteria del Mar Rosso. Si tratta diinteressi economici, probabilmente durevoli, almeno per i prossimi anni.La chiave per capire come Trump intende terminare i confitti e innescare unapace duratura è l’economia, ossia la distribuzione di incentivi a una profonda coo-perazione col settore degli investimenti privati in America. Nulla lo ha mostrato piùchiaramente degli sforzi per stabilizzare la rivalità strategica fra Armenia e Azerbai-gian, attraverso un accordo di pace centrato sulla Trump Route for InternationalPeace and Prosperity (Tripp). L’intesa siglata fra i due paesi e gli Stati Uniti garantiscea questi ultimi diritti esclusivi per 99 anni per lo sviluppo di un corridoio infrastrut-turale, energetico e di telecomunicazioni attraverso Azerbaigian, Armenia e Turchia,ma che resta sotto la sovranità di Baku. In teoria, la Tripp dovrebbe radicalmentecambiare la mappa energetica della regione caucasica, spostando gli idrocarburi delMar Caspio dall’infuenza russa e dai tubi del Caucaso settentrionale verso la Turchiae il Mediterraneo. L’accordo include intese bilaterali aggiuntive su energia, tecnolo-gia, infrastrutture, sicurezza dei confni. Il tutto per accelerare la modernizzazioneeconomica e le connessioni regionali. L’iniziativa segnala un’importante svolta perl’infuenza americana nel Caucaso meridionale alle spese della Russia. E fornisceuna fonte alternativa ai mercati europei in cerca di diversifcazione.Per quanto benefca potrà essere la Tripp, una volta implementata, per gli inte-ressi geoeconomici di Trump, restano molte sfde. Anzitutto, l’accordo di pace diffu-so dalla Casa Bianca era assai scarno di dettagli sul ruolo preciso degli Stati Uniti nelcorridoio al di là dei fnanziamenti. Come garantirà Washington la sicurezza delleinfrastrutture? Un presidente avverso agli impegni militari terrestri acconsentirà aschierare truppe in Armenia? Secondo, l’Unione Europea non ha partecipato ai ne-goziati, ma le sarà sicuramente chiesto di provvedere al fnanziamento dei tubi e
della distribuzione degli idrocarburi. Terzo, quale ruolo avrà la Turchia? Ankara haimmediatamente salutato l’annuncio dell’accordo di pace, ma sarà importante capirese e in quale misura cercherà di avere un’infuenza dominante sull’implementazionee sulla gestione dei progetti, visto quanto è coinvolto il suo territorio nazionale.Trump ha anche segnalato il suo supporto a inizio 2025 per un’altra iniziativa,nota come India-Middle East-Europe Economic Corridor (Imec), progetto visiona-rio di connessione transregionale che è visto come un’alternativa alle nuove viedella seta cinesi. Imec si presenta come meccanismo per investimenti, commerci escambi tecnologici che collega l’Oceano Indiano al Mediterraneo orientale. L’inizia-le memorandum d’intesa, siglato nel 2023 da Usa, Ue, Francia, Germania, Italia,India, Arabia Saudita ed Emirati, consiste di due collegamenti: uno marittimo eorientale fra India e Golfo e uno settentrionale e terrestre fra Golfo e Mediterraneovia Giordania e Israele.Nelle aule del Congresso il sostegno per l’Imec è forte: è allo studio un pro-getto di legge intitolato Eastern Mediterranean Gateway Act. I suoi obiettivi si alli-neano alla visione del mondo trumpiana. Come nota un recente rapporto delGerman Marshall Fund, «l’iniziativa combacia con alcune delle priorità chiavedell’amministrazione del presidente Donald Trump: combinare il focus sul com-mercio con una strategia di disaccoppiamento aggressivo nei confronti della Cina;coronare gli accordi di Abramo con un’intesa saudo-israeliana che unisca gli allea-ti chiave di Washington agli interessi americani e li tenga lontani dalla Cina; pro-teggere e favorire l’integrazione regionale di Israele; stringere accordi su Palestina/Gaza; contenere la potenza nucleare iraniana» 1.Tuttavia, esattamente come la Tripp, anche l’Imec ha forti venti contrari. L’at-tacco di Israele a Õamås nell’ottobre 2023 ha estremamente complicato il coordi-namento fra le varie parti. Benché Israele non sia un frmatario, il porto di Haifa èstato identifcato come snodo cruciale del progetto. Col protrarsi e l’espandersi delconfitto, membri come l’Ue, l’Arabia Saudita e gli Emirati sono diventati semprepiù critici nei confronti di Gerusalemme, rendendo diffcile se non impossibile ognidialogo sull’Imec, fntanto che la guerra andrà avanti.Inoltre, l’ostacolo forse più importante per gli Stati Uniti è il delicatissimo gio-co di minacce commerciali e dazi contro l’India. È diffcile immaginare come Delhivoglia lavorare con l’amministrazione Trump sull’Imec mentre è sottoposta a dazidel 50%, i più alti al mondo. Il cattivo: America First e la nuova Strategia di difesa nazionale Benché non ancora pubblicata mentre scriviamo, la nuova Strategia di difesanazionale è stata suffcientemente anticipata dai media per stabilire che siamo difronte a una netta svolta in termini di priorità geografche degli Stati Uniti. Lasciaanche intuire ciò che il governo americano si aspetterà dagli alleati d’ora in avanti.
M a r M e d i t e r r a n e o M a r N e r o### Mar
Caspio
Wiesbaden (Esercito)
Baumholder (Esercito)
Sembach (Esercito)
Kaiserslautern (Esercito)
Ramstein (Aeronautica)
Spangdahlem (Aeronautica)
Stoccarda (Congiunta)
Landstuhl (Congiunta)
Hohenfels (Esercito)
Garmisch (Esercito)
Ansbach (Esercito)
Vilseck (Esercito)
Trondheim
(Marina)
Croughton (Aeronautica)
Schinnen (Esercito)
Chièvres
Bruxelles
(Esercito)
Alconbury
Molesworth
Mildenhall
Lakenheath
(Aeronautica)
Aviano (Aeronautica)
Pisa-Livorno (Esercito)
Vicenza
(Esercito)
Napoli (Marina)
Sigonella (Marina)
Lajes Field, Azzorre
(Aeronautica)
Rota (Marina)
Sidi Ahmed
(Forze speciali - Cia)
Mihail Kogălniceanu
(Congiunta)
Deveselu
(Nato)
İncirlik
(Aeronautica)
Kürecik
(Congiunta)
Orzysz
(Esercito)
Łask
(Aeronautica)
Redzikowo
(Congiunta)
Il Cairo
(Congiunta)
Akrotiri
(Aeronautica - GB) Baia di Suda### (Marina)
al-Wīġ(Forze speciali - Cia)
Paesi con importanti basi UsaPaesi con presenza militare in località segreteCirca 2.000 militari americani in Siria (dic. 2024)
La nuova strategia dovrebbe dare priorità alla difesa della homeland – solita-mente intesa come gli Stati Uniti continentali – e all’avanzamento degli interessinell’emisfero occidentale rispetto a Medio Oriente, Europa e, soprattutto, Asia. Ci siaspetta che il documento abbia poco da dire sulla Russia e che de-enfatizzi la rivali-tà strategica con la Cina. Un cambiamento di 180 gradi rispetto alla Strategia di dife-sa nazionale del 2018, scritta nel primo mandato di Trump. Altri elementi del docu-mento invocheranno maggiori investimenti nell’industria bellica e una maggiore di-stribuzione del lavoro con soci e partner. In passato, i presidenti vedevano questarete come il centro di gravità della grande strategia americana, un vantaggio decisivorispetto alle potenze rivali. Ora avere alleati non è più un fne in sé; esortarli a faredi più affnché l’America faccia meno è diventato un obiettivo strategico in sé.L’enfasi di Trump sulla difesa del territorio nazionale e sull’emisfero occiden-tale è stata evidente sin da subito. Qui più che in ogni altra area del pianeta si sonoconcentrate fnora le svolte più radicali nella postura politico-militare. «Comprare oannettere» la Groenlandia. Pressioni sul Canada. «Riprendersi» il Canale di Panamá.Dazi a Messico, Canada e Brasile. Missioni militari al confne col Messico e nellecittà statunitensi. Lancio del progetto di difesa antimissile Golden Dome. Da ulti-mo, il signifcativo schieramento e utilizzo della forza militare al largo della costadel Venezuela, con i cartelli della droga designati «organizzazioni terroristiche stra-niere». Tutto questo rivela che la Casa Bianca ha pienamente abbracciato un ritornoalle «sfere d’infuenza» e agli «esteri vicini». In questa visione del mondo, cose comela deterrenza in profondità sono assai meno importanti della costruzione di un’ar-chitettura di sicurezza «Fortezza America».La nuova priorità avrà un impatto sui bilanci, sulle autorità e sulla gestioneglobale delle Forze armate, cioè su come il dipartimento della Difesa (ora ribattez-zato dipartimento della Guerra, n.d.r.) impiega i militari, per quali scopi e a qualelivello di allerta. Soprattutto infuirà sulla postura, vale a dire sulla collocazione f-sica delle truppe e degli equipaggiamenti militari.Dobbiamo ancora assistere a grandi cambiamenti nello schieramento americanonel Mediterraneo. Anzi, la presenza militare statunitense nelle acque levantine hagiocato un ruolo cruciale nella difesa di Israele durante il confitto con l’Iran e i suoiclienti. Inoltre, mezzi e truppe storicamente stanziati nel Mediterraneo orientale sonostati usati nel Mar Rosso contro la minaccia alla navigazione posta dagli õûñø.Questi impieghi, tuttavia, non devono mascherare il fatto che la Casa Bianca eil Pentagono stanno attivamente studiando come cambiare i livelli delle forze schie-rate in Europa. Abbiamo visto piani per tagliare i programmi della cooperazione disicurezza, soprattutto lungo il fanco orientale della Nato. Mentre scriviamo, sonoin corso tentativi di salvare la Baltic Security Initiative, programma plurimilionariofra gli Stati Uniti e i tre paesi baltici.Se l’amministrazione tentasse di attuare i propri obiettivi di ridurre l’improntamilitare in Europa (e per estensione nel Mediterraneo), non assisteremmo necessa-riamente a un ritiro delle unità militari assegnate in maniera permanente al conti-nente. Più probabilmente avverrebbe una riduzione della rotazione di truppe, cioè
delle forze che vengono schierate in Europa per brevi periodi, solitamente menodi un anno. Questo per molte ragioni.Prima di tutto, le unità di rotazione non sono stanziali in Europa, partono dabasi negli Stati Uniti continentali e, dopo il periodo in missione, vi fanno ritorno,per poi essere sostituite da altre unità che partono una volta tornate le prime. Peresempio, le forze che sono state usate nella European Deterrence Initiative, lancia-ta in seguito alla prima crisi ucraina (2014), non sono assegnate in via defnitiva alcontinente. Il Pentagono può fermare le rotazioni con relativa agilità, dando alpresidente o al segretario alla Difesa la facoltà di trasferirle a missioni nell’emisferooccidentale, compreso il confne o la madrepatria, oppure a schieramenti tempo-ranei nell’Indo-Pacifco. O semplicemente possono essere restare negli Stati Uniticome non schierabili, disattivate.Secondo, il numero di militari nell’area di responsabilità dello U.S. EuropeanCommand include unità che sono state schierate per esercitazioni o grandi mano-vre di addestramento. Queste aggiunte a volte aumentano di migliaia il totale delleforze schierate: grandi piattaforme d’arma, stormi dell’Aeronautica, unità da spedi-zione dei Marines, gruppi di battaglia della Marina. Potremmo assistere a un calo,se non a una completa cancellazione, delle esercitazioni di grossa taglia a cui gliStati Uniti partecipano nel Mediterraneo e in Europa. Ciò consentirebbe all’ammi-nistrazione Trump di dire che sta effettivamente riducendo la presenza americanain Europa per far fare agli alleati la propria parte.Terzo, benché sia relativamente facile fermare la rotazione delle truppe, nonlo è altrettanto riportare defnitivamente a casa le unità e le forze schierate nelleinstallazioni permanenti in Europa – in pentagonese si chiamano forze assegnate.Vari fattori complicherebbero questa decisione, a cominciare da dove riassegnarequegli elementi. Una brigata di fanteria normalmente assegnata a una base in Ger-mania dove può essere riposizionata negli Stati Uniti? Quale struttura avrebbe tan-ta capacità? La trafla, estremamente lunga, per chiudere le installazioni in Europa,decidere al Congresso dove rischierare mezzi e truppe e stanziare i fondi per co-struire nuove basi o ampliare quelle esistenti prenderebbe sicuramente molti piùanni di quelli che restano all’attuale governo.Buona parte dell’impronta militare americana nel Mediterraneo – dalla Baia diSouda a Creta, dalla vasta rete di installazioni in Sicilia e nel Nord Italia fno allapresenza navale a Rota in Spagna – consiste di forze assegnate. È improbabile chequelle forze vengano riportate immediatamente negli Stati Uniti. Tuttavia, restarenel Mediterraneo non implica chiarezza su come (non) verranno usate, cioè inquali circostanze il presidente Trump ordinerebbe il loro impiego in una crisi o inun potenziale confitto. Potrebbero tranquillamente diventare una forza passiva,fsicamente presente ma assente dal punto di vista tattico e operativo.Inoltre, diversamente dalla guerra fredda e da gran parte dell’epoca successiva,Trump non sembra più voler usare la presenza militare dell’America come garanziadella sicurezza e della stabilità marittima nel Mediterraneo. Sembra semmai interes-sato soltanto a uno stretto numero di iniziative di nicchia, non necessariamente per
mantenere aperte le linee di comunicazione marittime o per avere forze di prontoimpiego in caso di crisi o ancora per dissuadere attori regionali. In questo caso, ilMediterraneo potrebbe progressivamente diventare una zona altamente permeabi-le alla competizione e all’infuenza non solo per attori regionali come Israele eTurchia ma soprattutto per Cina e Russia. Il brutto: il mal d’Africa di Trump La sicurezza e la stabilità dell’Africa hanno notevole impatto sulle questionimediterranee. Per varie ragioni: rifugiati e fussi migratori; estremismo jihadista;sicurezza energetica; traffci d’armi, droga ed esseri umani. La sicurezza europeanon inizia sulle spiagge meridionali di Spagna, Francia, Italia e Grecia; comincianella parte settentrionale del continente africano. Quest’ultima ha un effetto spro-porzionato al di là dei suoi confni geografci. Ma ha un’importanza decrescenteper Trump. È un grande problema strategico per l’Africa e per l’Europa.Intravediamo alcuni segnali da cui si intuisce che l’amministrazione Trumpprende sul serio determinati aspetti dell’insicurezza africana. La Casa Bianca nonha ventilato la fne delle operazioni antiterroristiche nella parte orientale del conti-nente, come invece aveva provato a fare alla fne del primo mandato. Il Comandoper l’Africa ha anzi aumentato la scala e l’intensità degli attacchi aerei e delle ope-razioni congiunte contro al-Šabåb in Somalia: gli ultimi dodici mesi hanno visto ilpiù alto numero di sempre di attacchi contro l’organizzazione. L’interesse del go-verno per l’importanza geopolitica del Corno d’Africa è evidenziata anche dall’ideadi estendere il riconoscimento diplomatico al Somaliland in cambio del diritto distabilire una presenza militare in quel territorio. Per il momento, a Trump l’ideapiace e l’infuente senatore repubblicano Ted Cruz ha esercitato pressione al Con-gresso e alla Casa Bianca per concludere l’accordo.Inoltre, l’amministrazione sta spostando l’enfasi della politica energetica dallerinnovabili care a Biden a un messaggio molto diverso ai paesi africani: fate levasu tutte le altre fonti esistenti, noi collaboreremo facilitando investimenti privatidall’America. Questo approccio geoeconomico potrebbe consentire agli Stati Unitidi competere meglio con gli interessi russi e cinesi nei settori energetici e minerari,ma al costo di non fare alcun passo avanti sui cambiamenti climatici.Nonostante queste iniziative, è chiaro che stabilità e sicurezza in Africa sonouna priorità secondaria per l’attuale amministrazione. Lo vediamo da alcuni cam-biamenti signifcativi nella politica estera.Primo, è fn troppo eufemistico dire che gli aiuti allo sviluppo sotto Trumpsaranno gestiti in maniera radicalmente diversa da quella delle precedenti ammini-strazioni. In particolare visto l’enorme calo di fondi e programmi di Usaid, che difatto non esiste più come braccio della politica estera americana.Secondo, sin dall’inizio del mandato è parso chiaro l’intento di diminuire tagliae raggio dell’impronta diplomatica statunitense in Africa. Nell’aprile 2025, diversiarticoli giornalistici hanno raccontato il piano del dipartimento di Stato di chiudere
ambasciate e consolati nel continente. Non è ancora successo, ma resta da vederese il presidente lo farà più avanti.Terzo, in Nord Africa la temporanea tregua libica resta fragile e reversibile.Benché Trump abbia nominato un inviato speciale per i colloqui di pace libici,diverse posizioni importanti restano vacanti, a partire proprio da quella di amba-sciatore. È nell’interesse della Casa Bianca raggiungere una pace duratura per svi-luppare ulteriormente gli accordi energetici fra la Libia e i paesi dell’Europa meri-dionale. Tuttavia, ciò non accadrà fntanto che non si raggiungerà un accordo dicondivisione del potere fra le varie fazioni rivali e i loro sostenitori internazionali.Infne, la lacuna forse principale dell’approccio di Trump all’Africa riguardal’assenza di un piano per affrontare il crescente estremismo islamista nel Sahel. Untempo retroguardia del terrorismo nel mondo, la regione è ora l’epicentro del mo-vimento jihadista globale e l’espansione della violenza sembra non aver fne, es-sendo giunta sino agli Stati litoranei dell’Atlantico e nelle profondità dell’Africaequatoriale. La rimozione delle forze militari americane, francesi e di altri paesieuropei dal Sahel ha permesso alla Russia di aumentare la sua presenza e la suainfuenza politica e di rendere la predazione delle risorse una componente fssa delpanorama geoeconomico della regione. La persistenza dell’ex Gruppo Wagner,anche dopo la perdita dello snodo logistico in Siria, dice molto del suo potere nelcontinente.Nessuna di queste scelte (o non scelte) politiche promette bene per il futurodella sicurezza africana ed europea. E nemmeno per gli interessi di lungo terminedegli Stati Uniti. Regione cruciale all’incrocio fra continenti, popoli, economie eideologie politiche, il Mediterraneo è sullo stretto crinale fra due futuri molto diver-si. Uno in cui può fungere da acceleratore di commerci, regole e prosperità fra trecontinenti diversi. E un altro in cui il collasso delle norme internazionali e la fnedella sicurezza garantita da una grande potenza sulle vie marittime scatenano ulte-riori violenza, confitto e discordia. (traduzione di Federico Petroni)
Finito il Gruppo di Visegrád, Budapest non resta a guardare laPolonia che espande la sua influenza sostituendo l’asse Parigi-Berlino con uno anglo-baltico-scandinavo. La strategia asburgicacome spunto per un blocco di paesi cuscinetto fra Est e Ovest.