Un patto del Danubio per l’Ungheria
Autore: Carlos ROA
di Carlos ROA 1.## GLI ASBURGO SONO TORNATI. O COSÌ SCHERZANO i titoli. Il premier ungherese Viktor Orbán ha creato lo scorso anno un nuovo grup-po al Parlamento europeo, chiamato Patrioti per l’Europa. Come ha notato ungiornalista, l’iniziale composizione di populisti ungheresi, austriaci e cechi abbrac-cia le antiche terre dell’impero degli Asburgo. Per la maggior parte dei commenta-tori, si tratta solo delle manovre di Orbán per affermarsi nell’Unione Europea.Ma questi e altri sviluppi sollevano una domanda affascinante: e se l’imperoasburgico stesse davvero tornando, solo con un’altra forma? Giochiamo per unattimo con l’idea. E se i fantasmi della più famosa dinastia d’Europa si stessero ri-svegliando, non come una monarchia imperiale ma come pragmatico patto politi-co-economico? Col Gruppo di Visegrád affossato dai divergenti approcci alla Rus-sia, all’Ucraina e all’Ue, i paesi dell’Europa centrale sono in cerca d’autore.Entra in scena il patto del Danubio, una nuova architettura minilaterale fraUngheria, Austria e Slovacchia che potrebbe prendere il posto di Visegrád. Potreb-be servire da cornice, moderna e fessibile, per cooperare su interessi economici,energetici, infrastrutturali e via dicendo. E se il futuro dell’Europa centrale nonstesse nel resuscitare il passato ma nel reimmaginarlo per entrare in una nuova èra?Le tessere sono sul tavolo. La questione è se i leader di queste nazioni siano inten-zionati a costruire un mosaico coerente. Polonia e Cecoslovacchia (presto divisasi in due paesi), sorgeva da una comuneidea di futuro. Emersi dalle ceneri comuniste, questi paesi cercavano di liberarsidell’eredità sovietica per integrarsi nell’Europa occidentale. Gli obiettivi erano chia-ri: sviluppo economico, sicurezza regionale e transizione alla democrazia. Presen-tando un fronte unito, i quattro membri ottennero una più veloce adesione alla
Nato e all’Ue, avvenuta rispettivamente nel 1999 e nel 2004, con la Slovacchia en-trata nell’Alleanza Atlantica sempre nel 2004. Lo scopo originario era centrato.Il Gruppo di Visegrád si è poi affermato nell’Ue. Dalla crisi dei rifugiati nel2015, i quattro paesi si sono allineati sulla redistribuzione degli immigrati, sulleleggi lgbtq, sulle politiche agricole, sulla resistenza alla transizione «verde». Guida-ti da Ungheria e Polonia, si sono posizionati come blocco conservatore, bastionedella vera Europa e dei valori cristiani contrapposto alla decadenza occidentale.Eppure, Visegrád è rimasto preda di debolezze intrinseche. Su tutte, la mancanzadi istituzioni, privo com’era di segretariati o di corpi decisionali permanenti, adifferenza di altre alleanze regionali come il Benelux o il Consiglio nordico. L’in-formalità rendeva la cooperazione ostaggio dei cambi di governo nelle singolecapitali.La voragine si è aperta con l’invasione russa dell’Ucraina. Partiamo dall’Unghe-ria. Nonostante condannasse l’aggressione, Budapest si è opposta alle sanzionienergetiche più drastiche contro Mosca. Come ha spiegato il ministro degli EsteriPéter Szijjártó: «È impossibile provvedere alla domanda energetica dell’Ungheriasenza le risorse russe; non ha niente a che vedere con la politica o l’ideologia, masi basa sulle evidenze della fsica». Non era un’esagerazione: nel 2022 la Russiaforniva il 90% del gas e il 65% del petrolio consumati in Ungheria. Pur avendoavviato varie iniziative di diversifcazione, sostituirle in due anni era impossibile.Più in generale, il governo di Orbán ha sempre invocato una soluzione negozialee si è sempre detto contrario alla fornitura di armi all’Ucraina. Un rifesso della piùampia strategia ungherese: privilegiare gli interessi nazionali e la stabilità economi-ca rispetto all’allineamento occidentale sulla Russia.Il contrasto con la Polonia non potrebbe essere più netto. A prescindere da chiè al governo, Varsavia vede Mosca come la principale minaccia alla sua sicurezzae alla sua sovranità. Una posizione tuttavia approfondita dalle elezioni dell’ottobre2023, un momento di svolta signifcativo, con la vittoria di una coalizione centristaguidata dal già primo ministro Donald Tusk. Il nuovo esecutivo ha subito iniziatouna campagna per ridurre l’infuenza del partito prima al potere, Diritto e giustizia,nei media, nelle corti e nell’economia, per allinearsi agli standard dell’Ue, così di-stanziandosi dall’allineamento con Budapest.Lo stesso è accaduto nella Repubblica Ceca. Alle elezioni presidenziali del2023, l’ex generale Petr Pavel ha prevalso su Andrej Babiš, che correva su posizio-ni simili a quelle di Orbán per una pace negoziale in Ucraina. La vittoria di Pavelha allineato Praga a Varsavia nell’appoggio alla linea Ue-Nato su Kiev.Sempre quell’anno, le elezioni in Slovacchia riportavano al potere Robert Fico.Da allora Bratislava si è schierata con Budapest sull’Ucraina. Nel gennaio 2024,Fico ha dichiarato che la guerra sarebbe fnita solo con cessioni territoriali alla Rus-sia e che avrebbe messo il veto all’ingresso di Kiev nella Nato.Insomma, ora Visegrád è nettamente divisa in due blocchi. Il gruppo continuaa incontrarsi ed esprime un’adesione nominale; in realtà, lo attraversa un canyon.Viene descritto come in fn di vita, in ibernazione o irrevocabilmente spaccato. La
situazione non migliorerà. Perché la faglia proviene da un confitto più antico, piùprofondo: lo scontro fra le aspirazioni geopolitiche di Polonia e Ungheria.
Si potrebbe osservare che questi concetti sono datati e irrilevanti nella geopo-litica contemporanea. Ma la geopolitica ha una tendenza a riciclare i suoi princìpifondamentali. Prendiamo ad esempio la teoria dello Heartland di Halford Mackin-der. L’idea che chi controlla l’Europa orientale controlla lo Heartland d’Eurasia edunque il mondo ha avuto un profondo effetto su come gli strateghi anglo-ameri-cani hanno percepito l’Eurasia. Il ricercatore Oliver Krause ha sottolineato che l’i-dea dell’«area perno» ha «infuenzato la narrazione strategica della politica esterastatunitense, specialmente nell’interpretare le analisi di scenario dei militari (…) loHeartland è diventato sinonimo di un’entità politica e quasi uno slogan».L’architetto del contenimento dell’Urss, George Kennan, non si riferì mai aquella teoria; eppure quella teoria infuenzò la ricezione dei decisori e dell’opinio-ne pubblica della strategia da lui proposta. Il punto è che la teoria di Mackinder ela strategia di Kennan vertevano sulla stessa regione e avevano lo stesso obiettivo– difendere il mondo democratico da una potenza autocratica basata nello Heart-land. Quest’infuenza è arrivata fno ai giorni nostri, coi tentativi negli ultimi annidi resuscitare il contenimento per applicarlo a Cina e Russia. Se le idee di Mackin-der sono rimaste in vita per oltre un secolo, perché quelle di Piłsudski no?Infatti l’idea dell’Intermarium è viva e vegeta sotto forma di Iniziativa dei TreMari. Lanciata nel 2015, a guida polacca, verte sugli stessi specchi d’acqua (Baltico,Nero, Adriatico) della versione precedente, si occupa di infrastrutture viarie, ener-getiche e digitali, punta a ridurre la dipendenza da potenze esterne come la Russia.Non ha un côté militare, ma ha il supporto degli Stati Uniti, che lo vedono comeun mezzo per contrastare i tentativi russi di dominare i vicini.Allo stesso modo, anche il prometeismo è tornato in voga alla luce della guer-ra d’Ucraina. Aiutando Kiev, Varsavia sta indebolendo l’infuenza strategica dellaRussia nella regione. I polacchi hanno anche ospitato il primo incontro del Forumdelle libere nazioni della post-Russia, il cui scopo dichiarato è innescare una tran-sizione «da uno Stato autoritario imperiale a un accordo volontario di paesi liberi,indipendenti e democratici che fornisca un dignitoso standard di vita ai propri cit-tadini e una pace sostenibile in Eurasia».Anche la Russia vede la guerra d’Ucraina come parte di un più ampio scontrocon la Polonia risalente all’Unione seicentesca. Chi la ritiene un’esagerazione farebbebene ad ascoltare Vladimir Putin in persona, nell’intervista a Tucker Carlson: «Laparte meridionale delle terre russe, inclusa Kiev, iniziò gradualmente a gravitareverso un altro magnete (…) il Gran Ducato di Lituania. (…) Poi ci fu un’unione frail Gran Ducato e il Regno di Polonia. (…) Per decenni i polacchi s’impegnarono apolonizzare quella gente: introdussero la loro lingua, cercarono di radicare l’idea chequella popolazione non fosse davvero russa e che, siccome viveva lungo la frontie-ra (u kraya), fosse “ucraina” (…) li trattarono male, per non dire con crudeltà. Tuttoquesto spinse quella parte delle terre russe a combattere per i propri diritti».Molto si può contestare di questo passaggio. Una cosa però è fuori di dubbio:per Putin la guerra in Ucraina s’inserisce in una competizione per l’infuenza ultra-secolare, con la Polonia come forza rivale che plasma attivamente l’identità e i
destini di terre che Mosca rivendica come proprie. Se è così, allora il momentoattuale deve essere fonte di costernazione per il Cremlino, perché Varsavia è piùvicina che mai a raggiungere la potenza dell’èra dell’Unione.Partiamo dall’economia. A fne guerra fredda, la Polonia era sull’orlo dellabancarotta, il suo pil era all’incirca quello dell’Ucraina. Le aspettative erano basse:tutti scommettevano su Cecoslovacchia e Ungheria. Ma la Polonia aveva un van-taggio: una specifca attitudine culturale nei confronti dell’Europa. La riassumeAdam Bili8ski: «La Polonia ha benefciato di un consenso sociale che enfatizzavaun “ritorno all’Europa”. Il comunismo fu trattato come un’aberrazione storica eun’imposizione straniera. (…) La società fu disposta a fare i sacrifci necessari aaderire all’Ue e a ottenere lo status di paese “normale”. (…) Questo processo con-tribuì a un circolo virtuoso di veloce crescita». Nel 2021, primo dello scoppio dellaguerra, l’economia polacca valeva quasi tre volte quella ucraina e restava una del-le poche a evitare la trappola dei paesi a medio reddito.A differenza di altri paesi, la Polonia cerca di tradurre il successo economicoin forza militare. A detta dei suoi dirigenti, punta a costruire un esercito così poten-te da dissuadere altri a combatterlo. Vuole entrare in una categoria superiore, conle forze terrestri più capaci del continente, per diventare il bastione a cui gli euro-pei devono appoggiarsi contro eventuali incursioni russe. Se il progetto funziona,Varsavia si troverà nella posizione di plasmare la sicurezza europea in linea coipropri interessi nazionali. Tutto questo è avvenuto con l’attivo supporto degli StatiUniti, che sin dal 2003 hanno visto la debolezza della visione di Francia e Germaniaper il ruolo dell’Europa nel mondo. Tanto che oggi l’esercito americano descrive laPolonia come il più importante partner in Europa continentale. Ma il rafforzamen-to dei polacchi e l’indebolimento dell’asse franco-tedesco sono stati notati dall’altroattore determinante dell’Europa centrale: l’Ungheria.
americani tra i tedeschi e i russi. (…) Un vecchio piano, indebolire la Russia e su-perare la Germania. A prima vista, sembra una fantasia. Ma se si osservano le di-namiche dello sviluppo della Germania e dell’Europa centrale non sembra cosìimpossibile, soprattutto dal momento che la Repubblica Federale sta smantellandola sua pregiata manifattura».Orbán riconosce il declino dell’asse franco-tedesco immaginato vent’anni fadagli americani; l’esistenza del «vecchio piano» polacco dell’Intermarium, con l’ag-giunta di britannici e scandinavi; il suicidio economico della Germania tramite unascellerata politica energetica (gas russo, no al nucleare e scommessa persa sullerinnovabili). Dice che la debolezza tedesca ha creato un’apertura per Varsavia eche, con il supporto degli Stati Uniti, l’infuenza geopolitica polacca può estender-si oltre la propria regione immediata e alterare le dinamiche di potere nel continen-te. Insomma, forse l’Unione polacco-lituana sta davvero tornando.Le conseguenze per l’Ungheria sono drammatiche. Orbán sostiene che la stra-tegia della Polonia ha spinto quest’ultima ad «abbandonare la cooperazione di Vi-segrád: Visegrád signifca che riconosciamo che c’è una Germania forte e c’è unaRussia forte e – lavorando fra Stati centro-europei – possiamo creare un’entità terzafra le due. Ma i polacchi si sono chiamati fuori e invece di accettare l’asse franco-te-desco si sono imbarcati nel tentativo di eliminarlo».È un’affermazione colossale, specialmente perché pronunciata da un primoministro. Orbán prosegue spiegando che l’Ungheria necessita di una grande strate-gia di lungo periodo, basata sulla «connettività. Signifca che non permetteremo difarci incastrare in uno solo dei due nascenti emisferi dell’economia mondiale. L’e-conomia mondiale non sarà esclusivamente occidentale oppure orientale. Dobbia-mo stare in entrambe. Ci saranno delle conseguenze. Anzitutto, non ci faremocoinvolgere nella guerra contro l’Oriente. Non ci uniremo a un blocco tecnologicoo a uno commerciale contrapposto all’Oriente. Ci facciamo amici e soci, non nemi-ci economici o ideologici. Non prendiamo la strada intellettualmente più facile dilegarci a qualcuno, andremo per la nostra strada. È diffcile, ma c’è una ragione percui la politica è descritta come un’arte».In altre parole, la grande strategia ungherese sarà quella della chiave di volta(keystone in originale, n.d.t.), un concetto elaborato dal professore dello U.S. NavalWar College Nikolas Gvosdev nel 2015 e al quale io ho introdotto la classe politicaungherese nel 2022 con un articolo su The Hungarian Conservative. L’idea è stataraccolta con entusiasmo da Balázs Orbán, incaricato dal primo ministro di elaborarela nuova strategia di lungo periodo dell’Ungheria, nel libro del 2023 Hussar Cut: TheHungarian Strategy for Connectivity. La chiave di volta, spiega Gvosdev, dà «coeren-za a un ordine regionale o, se si destabilizza, contribuisce all’insicurezza dei vicini».Questi Stati, «collocati lungo le cuciture del sistema globale» sono connettori e me-diatori, funzionano da porte d’accesso fra regioni, blocchi, civiltà. Posseggono pote-re d’integrazione, «capacità di generare relazioni positive». Questo, argomenta Gvo-sdev, può derivare da varie forme: «L’esistenza di importanti linee di comunicazionevitali per il commercio; la capacità di promuovere integrazione regionale e sicurezza
collettiva fra i vicini; un punto di passaggio fra diversi blocchi o una posizione acavallo di più sfere d’infuenza, dunque la funzione di mediatore; o la volontà diassumere un ruolo di scudo per i vicini a garanzia di possibili attacchi».Continuo a ritenere che l’Ungheria possa svolgere quel ruolo in Europa cen-trale, ma quel concetto deve ora evolversi in risposta alle cangianti realtà geopoli-tiche e diplomatiche. In breve, Budapest non può farlo da sola. Deve puntare acreare una chiave di volta regionale, una rete di Stati centro-europei in equilibriofra Est e Ovest. È un concetto ancora amorfo. Lo stesso Gvosdev lo ha introdottoparlando della regione della via della seta, senza però defnirlo concretamente. C’èmargine d’interpretazione, specie in un mondo multipolare. Per il momento, puòessere concepito come un’area geografca che connette vari blocchi di potere, fa-cilita il movimento di beni, idee e infuenza, contribuisce a stabilizzare aree limitro-fe e agisce da snodo di infrastrutture critiche e di interessi geopolitici.Nel contesto della regione del Danubio, che si estende fra Europa centrale,orientale e sud-orientale con l’Ungheria al centro, questo concetto è assai rilevante.Il Danubio non solo connette diversi paesi europei ma fa anche da corridoio natu-rale fra l’Europa occidentale e il Mar Nero. L’importanza della regione si estendeoltre i singoli Stati individuali; è uno spazio transnazionale in cui convergono for-niture energetiche, rotte commerciali e alleanze politiche. La regione è da semprepunto d’incontro fra grandi potenze, dall’impero asburgico agli imperi russo e ot-tomano. Oggi continua a fare da ponte fra Ue e vicinato orientale.Espandendo la propria strategia a questo approccio regionale, l’Ungheria puònon solo preservare ma aumentare la propria infuenza strategica, dando all’area acui appartiene il ruolo di stabilizzatore di un ordine mondiale in evoluzione. Glistorici noteranno qualcosa di antico in questo approccio. E a ragione: è la strategiaadottata dall’impero degli Asburgo per navigare un panorama geopolitico fram-mentato e competitivo.Nel suo magistrale The Grand Strategy of Habsburg Empire, A. Wess Mitchellspiega che gli Asburgo affrontavano molti più nemici di qualunque altra potenzaeuropea e difettavano di molti dei vantaggi di altri imperi, come il benessere eco-nomico e la forza bellica. Circondati su ogni lato da ottomani, russi e prussiani, nonsi potevano permettere soluzioni unicamente militari, in quanto spesso a corto dimezzi fnanziari e dotati di una popolazione multietnica. Eppure sono durati seco-li nell’ambiente più pericoloso d’Europa, sviluppando una strategia che sequenzia-va attentamente i confitti e usava le alleanze, i trattati e la diplomazia per guada-gnare tempo, concentrare le risorse e neutralizzare le minacce una per volta. Ave-vano compreso che la loro sopravvivenza dipendeva dal formare coalizioni conaltri Stati, trasformando potenziali avversari in alleati e di fatto puntando sugli inte-ressi in comune.Oggi l’Ungheria si trova in una posizione simile. Può emulare il metodo degliAsburgo nel gestire più punti di pressione attraverso la cooperazione regionale,assicurandosi che il fardello di controbilanciare Oriente e Occidente sia condiviso.Uno degli elementi chiave della strategia asburgica era l’uso pragmatico del tempo,
concetto che anche Budapest deve adottare nella sua leadership regionale. GliAsburgo non cercavano di sconfggere tutti i nemici assieme, ma scaglionavano iconfitti. Allo stesso modo l’Ungheria può sequenziare le sfde geopolitiche. Coor-dinandosi con gli alleati regionali, può affrontarle in modo incrementale, impeden-do a una questione di risultare soverchiante. Infne, Budapest deve imparare dallacapacità asburgica di navigare un’enorme diversità interna riuscendo comunque aproiettare forza all’esterno.
Essendo la connettività regionale una priorità, il porto di Trieste offre eccellen-ti opportunità. L’acquisizione di un terminal nella città giuliana dà già all’Ungheriaun ruolo importante nel facilitare il commercio tra l’Europa centrale e i mercatiglobali, specie verso l’Indo-Pacifco. Non sfugge l’ironia che Trieste è stata la portamarittima dell’impero asburgico: sottolinea l’importanza delle continuità storiche efornisce un simbolo calzante.Per quanto possa sembrare improbabile, due dei più infuenti imperi d’Europa– quello degli Asburgo e l’Unione polacco-lituana – stanno tornando in voga. Noncome monarchie ma per la riemersione delle rispettive eredità strategiche. La stra-tegia asburgica di far leva su più nazioni per controbilanciare le grandi potenzepuò trovare nuova vita nel patto del Danubio qui proposto per dare alla regioneuna forza stabilizzante in un mondo in rivoluzione. Al tempo stesso, l’Iniziativa deiTre Mari e il sostegno all’Ucraina rifettono le antiche ambizioni dell’Unione polac-co-lituana.La regione danubiana, un tempo spina dorsale dell’impero asburgico, si riaffer-ma come chiave di volta della futura stabilità europea. Gli sforzi odierni di collabo-razione economica e di partnership strategica rievocano le logiche imperiali delpassato. Le strategie di un tempo vengono riadattate alle realtà contemporanee. Gliimperi cadono, ma la loro infuenza resta. La storia è ciclica e i leader della regionehanno ora l’opportunità di ridefnire il ruolo del Danubio nell’Europa del futuro.* (traduzione di Federico Petroni) * Versione adattata dell’articolo «The (Habsburg) Empire Strikes Back», uscito sul vol. 4, n. 4 di TheHungarian Conservative e ripubblicato col consenso della rivista.
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